sabato 30 settembre 2017

Detto 2


Quando vai a Orentano da Benito il vegano è totalmente intristito!


Detto


La pastasciutta piccante di Benito ti da la certezza che credere nell’arte non sia un comportamento stranito!


Scritto di Aldo Busi


Tema “Il maestro Bianchi”
(Contro quella cagata pazzesca dei referendum per l’autonomia della Lombardia e del Veneto e per abolire lo statuto speciale delle regioni che l’hanno già)

di Aldo Busi

Il maestro Bianchi era il maestro Bianchi e, come prima di lui la maestra Pozzi e dopo di lui il maestro Turelli, non aveva nome, era il maestro Bianchi e basta, e anch’io mica ero Aldo, ero o Busi o Barbì, il figliolino della capra per via dei miei capelli ricciolini, nessuno si chiamava per nome a quel tempo, donne a parte e solo tra di loro faccia a faccia, tanto si chiamavano quasi tutte Mariô, e se non ci si chiamava per cognome era per nomignolo, Bèk, Polastrel, Ciaelô, Gosatù, Rescàt, Bèlôfigô, sempre per un uomo.
Eravamo più la radice che la gemma, ci suonava storto se qualcuno nel declinare le proprie generalità osava anteporre al cognome il nome che per pudore andava posposto, e per la fusione della radice con la gemma nel frutto c’era tutto il tempo. Io mi sono reso conto che si chiamava Agostino solo decenni dopo, dal suo coinvolgimento nel fondare e allestire – da sanguigno, suppongo, partigiano mai ex – il Museo Storico del Risorgimento nell’abside della Chiesa del Suffragio, o forse l’ho saputo addirittura dai manifesti funerari che dicevano anche che era nato nel 1921, ma pure adesso faccio fatica a ricordarmelo con quel suo nome di battesimo, però so come fare a ingannare la memoria mai impressa da scolaretto: passo dall’omonimo romanzo di Moravia e ci sono, e eccolo lì per intero, maestro Bianchi Agostino, come fosse il titolo di un quadro di Chagall e lui un uomo allampanato e sognatore che vola sopra i tetti delle scuole elementari di Piazza Trento recando per me nella destra un trofeo prodigioso: un coloratissimo pesciolino piatto con le guance paffutelle tutte rosa e gli occhioni neri e la coda verde bandiera e la boccuccia rosa tirata in su che… ride!

Nel 1956 sono entrato da lui in terza e rimasi subito colpito all’udito, perché parlava una lingua straniera… con la maestra Pozzi di prima e seconda gli sfoghi in dialetto erano prassi quotidiana… che poi scoprii essere l’italiano toscano ovvero l’italiano e basta, idioma esotico che a pieno titolo si iniziò a imparare a parlare non grazie alla televisione e alla radio, che i più non avevano, ma grazie a lui e con lui e quasi poi con nessun altro a Montichiari fuori da scuola, perché era come darsi delle arie, ci si vergognava, come facevi a dire a quei bruti del pirlo “perché” anziché “perchè” alla lombarda o “quattórdici” facendo la bocca a agnolotto per pronunciare quella “o” stretta stretta anziché “quattòrdici” per non dire proprio “quatordes” alla vataciao tua di nascita, ti tiravano dietro un cuspitù indecifrabile, “pàrlô come ta maiet, encülat a machinô”… che poi scoprii, sempre decenni dopo, trattarsi della macchina da cucire Singer, allora arrivata da poco nelle case, che dispiegava sulle pezze spesso riciclate dai vecchi materassi quell’ago micidiale che andava dentro e fuori a mitraglietta, da cui perciò “parla come mangi, inculato a macchina”… a meno che l’italiano non fosse usato per parlare con i forestieri, che avevano lingue molto più italianizzate del dialetto bresciano o che per farsi capire a dovere ricorrevano a una lingua meticcia italianizzata, a un esperanto dialettale standard quando si trovavano fuori dal loro territorio, tipo i veneti e friulani “balutì de caài”, i mediatori di bestiame… ma di preferenza di cavalli da macello… che venivano a mezza mattinata del venerdì giorno di mercato a mangiare la trippa, il baccalà e le lumache con gli spinaci o, specie in inverno, a scolarsi un marsalino o a sorseggiare un punch al mandarino alla Trattoria del Cervo dei miei e, in seguito, i ricchi allevatori e commercianti emiliani e piemontesi che il giovedì pernottavano all’Aquila D’Oro – locanda con cucina gestita sempre dai miei, di vocazione oste nomade lui, per via della buonuscita che faceva sparire in merende diuturne e assaggi prolungati fuori casa, e disperata bestia da soma cuoca tuttofare con frustrata aspirazione stanziale mia madre, veneta di ferro dalle mani e dalla favella d’oro – e che di sera tardi pretendevano la brocca di acqua calda in camera per radersi, dicevano, e “spuzzare di buono”… di Prep, di Acqua Velva, di Vétiver, che sopra la puzza di stalla erano la definitiva resurrezione dei miasmi del letame, e a parte la scia di rivoltante gelsomino lasciatogli addosso dalle due moraccione in visita di soppiatto… per il grandioso foro boario dell’indomani che iniziava alle quattro del mattino, di cui si diceva fosse il secondo d’Italia dopo quello di Cremona.

Il maestro Bianchi non arrivò alla fine del primo giorno di scuola che già aveva tirato fuori dalla sua cartella di cuoio consunto ma passato scrupolosamente a cera un aggeggio bislungo di ferro con una lametta seghettata che si chiamava “traforo”, parola fino a quel momento associata da poco al solo Monte Bianco, poi delle assicelle di compensato, un vasetto di colla e dei tubetti di colori a olio e, dopo avere tratteggiato i contorni a matita, cominciò a produrre con le sue mani minuscoli trucioli, e quel rumore della lametta seghettata che forzava il compensato a vagheggiare il raglio ostinato di asini piccolini.
E improvvisamente, seppure ancora allo stato grezzo e senza carteggiatura, ecco che quelle mani ossute e bianche e forti dalle unghie immacolate libravano davanti ai nostri occhi incantati un pino, una casetta, uno squalo, e addirittura Pinocchio, “Sono il nuovo Geppetto”, disse lui già tutto impolverato, e giorno dopo giorno Biancaneve e la Sirena, una donna, vestitissima seppure solo delle sue chiome, con la coda di pesce, creature di fiaba che di lì a pochi giorni riapparivano in fila sulla cattedra dipinte con uno strabiliante amore del dettaglio e della sfumatura. E una volta lì schierati diventavano i Premi Per I Più Bravi: per Il Più Bravo In Geografia, in Storia, in Aritmetica, in Disegno, nelle tabelline a memoria, nel tema, nel dettato, nella lettura a alta voce “con sentimento”, nell’analisi logica, ma anche per Il Più Bravo A Stare In Castigo, Il Più Bravo a Scaccolarsi, il Più Bravo A Non Fare i Compiti A Casa e, con le penultime rondini di aprile, Il Più Bravo A Sgraffignare I Panini Degli Altri Nella Gita A Solferino E San Martino, sicché, meritevoli così e meritevoli cosà, a fine anno ci ritrovammo tutti e trentasei… e alla fin fine anch’io… con una di quelle meravigliose creature che ci spronavano alla manualità e ci insufflavano i rudimenti dell’estetica, che in soldoni consistono, sì, nel fatto che l’occhio vuole la sua parte ma, ci disse lui, soprattutto nel fatto che andava “messo a fuoco l’occhio della mente”, “la vista fantastica”, e chi ci capì qualcosa al volo alzi la mano, ma il maestro Bianchi questo lo sapeva, buttava lì dei precedenti indizi per farti individuare la tua strada davanti proprio come Pollicino buttava dietro di sé i sassolini bianchi per ritrovare la strada verso casa, era l’indispensabile prima volta di un seme a contatto con una zolla a sua volta vergine, il raccolto delle idee organizzate e strutturate sarebbe venuto da sé, e le cose più belle e importanti sono quelle che ancora ignoriamo o che non capiamo subito, un vero maestro non si accontenta di dirti quello che sai già e nella sola forma che afferri, sperimenta, sollecita, provoca, crea collegamenti intellettuali tra bellezza e bruttezza e tra bene e male dai significati impensati e solo dagli sciocchi ritenuti “non adatti a quell’età”, ti prepara una dote di emozioni compiute di cui sei il padrone in divenire, e senza averne l’aria ti fa gli artigli di più lunga durata e maggiore presa contro gli ostacoli e i dispiaceri della vita che incombono, gli artigli dell’allegria e dell’autoironia che fanno fuori ogni inclinazione all’autocommiserarsi e invitano alla gratitudine per il tanto, per il poco e anche per il meno ancora, e intanto lui distribuiva i premi dei suoi arcobaleni dalle fattezze più buffe e incredibili.
Ricordo una mucca pezzata che non esisteva in natura perché era pezzata di lilla a pois gialli data a uno dei Campagnoli che non era il più bravo in niente perché prima di venire a scuola doveva andare in stalla a mungere e arrivava stanco morto con le candele che gli piovevano in bocca giù dal naso schiacciato da una rastrellata che si era dato mettendoci su il piede col gambale e niente fazzoletto, solo le maniche della blusa nera, e il maestro Bianchi gli diede quel capolavoro di bovina metafisica solo perché per un po’ l’aveva convinto a non servirsi di nascosto anche delle maniche del compagno di banco e poi, senza neanche sbuffare, si risolse a darglielo lui un fazzoletto, non suo del tutto perché, per qualche misteriosa ragione o parentela, era “un fazzoletto di Battista” e lo rivoleva indietro lavato e stirato.

Il maestro Bianchi abitava con la moglie “la Bianchi” in una casa più corridoi e finestroni su un cortile non suo che altro, un due stanzine incuneate tra l’osteria dal maestoso pergolato Alle Due Chiavi, insegna da noi grandicelli completata con “e alle tre anche”, e la casa alta e stretta dalla bellissima cancellata in ferro battuto dipinto di verde della famiglia Bioni dei due cinema, il Gloria, proprio lì di fronte, e il Moderno, in fondo al viale degli ippocastani, quasi a allontanare la peccaminosità dei film in cartellone (impensabile che per esempio Senso e La contessa di Castiglione e, qualche anno dopo, La ciociara venissero dati non al Cinema Moderno, più indicato per le marocchinate di fine guerra su prede cenciose e affrante quali la Loren oltre che per le procaci scollature di Alida Valli e Yvonne De Carlo, ma al Gloria, così vicino al duomo di Santa Maria Assunta… ma assunta da chi e per fare cosa non lo sapevo, e più cercavano di ficcarmelo in testa che significava “volata in cielo”, ma mai il maestro Bianchi, più mi entrava da una parte e mi usciva dall’altra, “Che assunta assurda!”, dicevo, e insistevo per sapere da don Pierino, dalla perfida verga di salice che lasciava la cicatrice, o da don Tullio Spurchignù, tenuto sempre a due metri da me anche per il fiato di merda, se le davano il giorno di riposo all’Assunta… e poi, il Cinema Gloria, attaccato com’era da una parte alla chiesa di San Pietro e dall’altra al convento delle Suore Canossiane del Sacro Cuore, era un posto di per sé più per robe da chierichetti dal doppio fine, che avevano l’entrata gratis, tipo Ridolini o Stanlio e Ollio, o per catechisti in costume pro Gloria In Excelsis Deo tipo La Tunica con la t maiuscola o Ben Hur o tutti i Doncamilli e i Pepponi o finalmente Marcellino pane e vino, che invece delle solite catacombe e dei gladiatori nell’arena col suo pastone di cristiani pronti a immolarsi alle fauci fameliche delle bestie feroci… inutile dire per chi tenevo io… aveva le celle del convento e, al posto dei leoni nel chiostro, i suoi frati che dicevano il rosario facendo il trenino e finivano salmodiando in cantina con Marcellino a miccare il pane nel vino).

Oltre all’odore di acqua ragia, dell’abitazione dei Bianchi ricordo questo corridoio che immetteva in un altro perché una volta, una domenica del 1957, tra metà e fine giugno, a scuole già chiuse e pagelle appena consegnate, e io ormai senza un dono del suo traforo, lì ci sono stato, di mattina prestissimo per non essere battuto dagli ingordi a sbafo della mia classe, e la giovane coppia di sposi, non ricordo se già con prole o ancora senza, una volta che per vie traverse arrivammo tutti e tre in cucina, mi mise subito davanti a una scodella di caffellatte bollente con dentro in più una cucchiaiata di cacao per mano di lei, che si sarebbe chiamata Ramazzotti Giulia pur vezzeggiata in Mimì se qualcuno non l’avesse chiamata, per l’appunto, la Bianchi e s-ciao, e zucchero e biscotti a volontà, biscotti così voluttuosi al palato, così friabili, che si scioglievano in bocca come neve alla vaniglia di cui adesso non mi viene il nome, e quando mi si chiese che cosa era successo ovvero che ero venuto a fare a quell’ora, era troppo tardi, le ganasce andavano a mille e non me lo ricordavo più. Mica vivevo nel morso della fame in una delle baracche degli sfollati di Borgosotto, quei cibi, esclusi quei biscotti speciali, li avevo anche a casa mia, visto che era un’osteria e che con il cacao in polvere e il latte ci facevamo la cioccolata calda per le donne delle frazioni che lasciavano lì la bicicletta in deposito e per due moraccione di zingare pulite e profumate, si fa per dire, di gelsomino che venivano “a dare un’occhiata” ai gentili clienti che pernottavano lì, quel bigotto di mio padre le cacciava fuori dall’ingresso principale, mia madre, che le aveva prese a cuore più per senso pratico che per spirito di misericordia, le tirava dentro dal portone a fianco usato dai birocci perché, gli gridava dietro, “ognuno si guadagna il pane come può, e poi danno via del loro”, e non era del tutto vero che fossi capitato in casa dei Bianchi come un fulmine a ciel sereno per elemosinare una casetta con la nuvoletta intarsiata nel camino o un porcellino con la coda a cavatappi che non mi spettava, se non aveva voluto darmi niente, nemmeno lo volevo più, ma adesso mica potevo “confessare” che volevo verificare dal vivo l’effetto dell’espressione appena sentita “cogliere nel sonno”, la morte aveva colto nel sonno qualcuno degli avventori e io volevo cogliere nel sonno la vita del mio maestro Bianchi, che non mi aveva ancora dato niente in premio, per arrivare prima della morte, svegliarlo e salvarlo, e con lui la figurina di compensato colorato che bramavo in segreto ma alla quale avevo detto addio per sempre e, oscuramente, con la figurina finita comunque nelle mie mani per un qualche testacoda della fortuna, salvare me, scappare con lei in tasca e mettermi in salvo, non morire ammazzato io nel sonno, tutto qui.

Che invidiabili farneticazioni hanno i bambini per cavarsi una curiosità ordendo dal poco e niente grandi avventure del sapere con chi hanno a che fare quando si dicono “io” e non afferrano ancora bene io chi è! Sempre che non mi fossi inventato tutto un vocabolario per non dire proprio la cosa che mi pesava sul cuore, che non era certo l’essere stato escluso da quel segno, anche grezzo e senza colori, di una qualche stima, e ero corso dal maestro Bianchi appena possibile per dimenticare quella certa cosa ancora dolorante addosso, non certo per parlargliene…

Compleanno



Quattrocentoquarantasei anni fa, il 29 settembre 1571, nasceva uno dei più grandi e discussi pittori della storia, Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio, il signore delle luci e delle ombre, l'incantatore di retine, l'ammaliatore dei sensi, l'annunciatore della presenza dell'Arte attorno a noi.
Ogni qualvolta mi reco a Roma non posso esimermi dall'andare nella chiesa di S. Luigi dei Francesi, vicino al Pantheon, per ammirare, estasiato, il ciclo pittorico su San Matteo


con ad esempio la tela della Vocazione, un capolavoro tanto affascinante dove il miracolo di narrare un fatto con un fotogramma si compie davanti ai nostri occhi. 

Buon compleanno Sommo Maestro! 

Ossessione


Sarà un'ossessione, una passione velata?

Al di là delle colpe e dei meriti, mai evidenziati, ci sono due ricconi padroni di giornali che proprio non si tolgono dalla testa di dare visibilità sui loro quotidiani al sindaco di Roma. 

Partiamo però dal telegiornale nazionale che siamo costretti a finanziare con la bolletta della luce. 

Guardate questa foto esplicativa presa dal web:


Il commento è di Marco Travaglio e la dice lunga su come vengano trattate le notizie al TG1

Torniamo ai due signorotti e alle loro mire distruggenti:


Sono le prime pagine di oggi di Repubblica e il Messaggero. 

Serve altro per evidenziare questo comportamento anti democratico? Stampa libera? Ma mi faccia il piacere!

venerdì 29 settembre 2017

Volano bassi!


Ryanair ha tentato di mettere uno dei suoi cartelli blu tipici negli aeroporti, nelle vicende legate alla cancellazione dei voli.
Ma non c'è riuscita. 
Perché la frottola, almeno in parte, del dover far fare le ferie al proprio personale di volo, non ha retto. C'è molto di più in questa vicenda figlia della globalizzazione: personale mal pagato anzi, schiavizzato, vedi ad esempio gli assistenti di volo che vengono pagati solo per l'effettiva durata del tragitto a 16-17 euro l'ora e che quando sono in aerostazione nulla recepiscono. Ferie e malattie? Una chimera. Devono stare a disposizione per nuovi viaggi anche sino a 9 ore. 
E i piloti? Pare se ne siano andati in settecento, verso altre compagnie più umane.
A parte l'incazzatura di chi ha prenotato con largo anticipo il volo, anche se quanto detto sopra è anche conseguenza di poter viaggiare in Europa spendendo pochi euro, sarebbe cosa buona e giusta se a questi novelli schiavi se ne aggiungessero anche altri, vedi coloro che consegnano i pasti in bicicletta rischiando la vita e prendendo spiccioli, chi ti accoglie nei megacentri tecnologici, chi lavora nei call center e tutti i giovani impegnati in convegni, mega cene e quant'altro adorni la vita dei vip! 
Nessuno s'erge più a dire che la schiavitù e tornata più forte che mai nelle startup, nei vascelli del nuovo ed imperante capitalismo sfociante in sottomissioni anche culturali abnormi, in orari e turnazioni imposte da autentici negrieri. 
La modernità sfancula i sogni delle nuove generazioni più che la catena di montaggio di una volta. 
Quegli ambienti lindi, splendenti, adornati da splendidi sorrisi nascondono biechi ricatti e spettri di licenziamento senza più controllo e limiti.
Bene hanno fatto i piloti schiavizzati di Rayanair a mandare a quel paese dirigenti e padroni, per ottenere da altri la giusta mercede. 
Alla faccia di quel sorridente amministratore Michael O'Leary che in queste ore si sarà accorto, suo malgrado, che a volte gli inferiori riescono ancora a cogitare per riappropriarsi della propria dignità, un bene inestimabile non certamente appartenente a molti degli aurei ed ipertecnologici imprenditori d'oggi.

Dannoso problema


Questa sotto riportata è una stupenda lettera inviata alla Lucarelli, da una ristoratrice flagellata dagli idioti destatisi dal loro sonno primordiale, in novelli Cracco o Cannavacciuolo, assetati di vanagloria mediante lo smerdante TripAdvisor.
Personalmente quando vado al ristorante non uso di queste slappate per esternare il mio apprezzamento o, a volte, il disappunto in quanto penso a come sia facile trovare quattro coglioni con arsura di euro, per invitarli a smerdare il ristoratore rivale. 
Il buon ristorante è facilmente rintracciabile attraverso la serietà e la dedizione del personale, insufflati dai passaparola degli amici. 
In caso di luoghi lontani credo basti l’edicolante, il tassista o la parrucchiera locale. 
Leggete questo sfogo di persona seria e soprattutto evoluta.

“L'ennesimo (sacrosanto) sfogo di un ristoratore su Tripadvisor e le varie "farfallina93": 

Carissima Selvaggia, vorrei riportare la tua attenzione su un argomento da te già trattato e nemmeno dei più seri, ma dall'ottica di un'addetta ai lavori: TRIPADVISOR.
Ho 38 anni e da 20 lavoro nel ristorante della mia famiglia, con passione per tutto ciò che riguarda il cibo, il vino, i loro abbinamenti la stagionalità dei prodotti e l'attenzione al cliente, nell'ascolto delle singole esigenze dall'arrivo al commiato, cercando di fare dell'ospitalità il nostro punto forte.
Fare il lavoro del ristoratore dopo la nascita di questo portale ha sin da subito inasprito le rivalità interne nel settore, dando vita in brevissimo tempo a recensioni inviate allo scopo di affossare chi si trova "alto in classifica". 
La cosa che ha fatto degenerare il tutto poi è stata la proliferazione in TV di programmi di cucina, grazie ai quali anche gli ex partecipanti della Corrida hanno avuto accesso al magico mondo della ristorazione. 
Improvvisamente il nostro ristorante può essere massacrato da una qualsiasi "farfallina93", che senza troppo pensare e con un solo clic, può scaricare la frustrazione di una settimana intera. Sul nostro lavoro di anni. Lungi da me dire che non sbagliamo nulla, ma davvero certe recensioni non si possono leggere...che poi chi sarebbe "farfallina93" per giudicare in modo così "finto/tecnico" il lavoro che noi portiamo avanti da 20 anni con studio, fatica e una vita completamente stravolta?
Sarà mica la commessa della merceria sotto casa che si è dimenticata di mettermi metà delle cose acquistate nel sacchetto? 
Sara' mica l'infermiera che stamattina mi ha trattata male perché non mi ero tolta la giacca prima di entrare in sala prelievi?
Sara' forse l'ufficiale dell'anagrafe che ha sbagliato il nome di mia nipote che ora si chiama Lavigna?
Lo sai che queste persone hanno sempre qualcosa da dire? 
Leggono il menù e poi ti chiedono se hai la sogliola, vengono a gennaio e ti chiedono il melone bianco, ti fanno vedere la foto della fettina che si sono cotti a casa e ti chiedono se saresti in grado di rifargliela  uguale.
Ti danno consigli sul voltaggio delle lampadine alla luce delle quali vorrebbero cenare, si presentano con le loro bottiglie di vino dicendo che loro preferiscono bere quello...cosa che noi, nonostante cerchiamo di mantenere un buon livello, gli lasciamo fare, in nome della tanto decantata ospitalità e con il terrore che se non lo concedessimo potremmo trovare una recensione falsa dopo poche ore.
Abbiamo istituito anche una nuova figura professionale, "il salva recensione": sarebbe il cameriere meno impegnato in quel momento, che viene inviato al tavolo di cui si prevede lo scontento, "a fare conversazione". Basta poco per evitare la pubblica gogna, serve solo ricoprire il ruolo di psicologo per 20 minuti, facendosi sommariamente prendere per il culo dal cliente di turno: 
•ma come fate voi a cenare alle 17,30?
•Io il cameriere non lo farei mai per non prendere ordini dalla gente...
•riesci a mettere dei soldi da parte con questo lavoro?
•ti sei almeno diplomato?
. E se sei diplomato perché stai qua a portare i piatti?
Questo non vuole essere un racconto, ma un dossier, che faccia riflettere tutte le persone per le quali fare una recensione negativa è più facile che dirmi di non aver trovato un piatto di proprio gradimento, senza dare al ristoratore la possibilità di metterci una pezza, come si usa su eBay.
Un' ultima cosa: come mai se quando ordinano sembrano tutti i figli della regina Elisabetta, a fine servizio la toilette e' ridotta puntualmente come quella della stazione Termini?
Questo mi premeva dirlo affinché tutti gli utenti di tripadvisor, prima di usare l'app, imparino ad usare un bagno.
Grazie e scusa lo sfogo. 
Vanessa