Ecco cosa intende il grande imprenditore Briatore per vacanza! Twiga di Viareggio, Presidential Gazebo con Tv e musica. Ad agosto solo 1000 euro al giorno! Questo si che è ragionare! Via musei, via cultura, via zaini e turismo povero! Che grande uomo Flavio!
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 22 luglio 2017
venerdì 21 luglio 2017
Guarda chi c'è!
Scanalando, m'imbatto nel programma In Onda su La7 dove come ospite della serata c'è un miliardario imbalsamato che ovunque, in qualsiasi altro paese del globo, sarebbe giustamente in galera o in un centro rieducativo. Ed invece è ancora tra i coglioni, grazie e soprattutto per opera di un suo nipote imbelle, un egoriferito della malora che in questi anni non solo lo ha ascoltato, ma lo ha anche messo in condizione di rigenerarsi, diventando quasi un padre della patria. E nella stessa trasmissione ho potuto anche ascoltare il suo amico fondatore del partito azienda ed attualmente in galera per associazione esterna di stampo mafioso! Nessuno sembra meditare sul fatto che se il nanetto è ancora qui è solo per continuare a curare e difendere i propri sterminati interessi, come fece magnificamente durante il suo regno, l'Era del Puttanesimo.
Illuminante per una mefitica ombra
A leggere l'articolo qui proposto, prende un'insana malinconia, tendente alla rassegnazione.
Forse non ci si può fare più nulla. E' maledettamente troppo tardi. Come se tra dieci anni, dopo che l'imbelle Trump ha stracciato gli accordi di Parigi, si tentasse di porre freno al riscaldamento globale bloccando l'emissione di anidride carbonica. Sarebbe e sarà anche in quel caso, troppo tardi.
Viviamo immersi in un sistema invulnerabile, onnivoro, tanto perfetto da annichilire la maggior parte dei viventi.
Chi ha i soldi, ruba alla collettività. Ecco il dogma di questo millennio. Non ci sono eccezioni alla regola. Tutti, chi più chi meno, dei miliardari incalliti sparsi nel globo, sottrae risorse agli altri. E lo fa spaventosamente bene, senza lasciar tracce, senza temere giuste condanne. Impuniti s'aggirano in amene località con fare da gradasso, senza vergogna, senza rimorsi.
Miliardi di poveri Lazzaro attendono le briciole, moltissimi neppure quelle. La rassegnazione ha raggiunto picchi impensabili. I giovani non cercano neppure più lavoro e tra qualche lustro ci saranno eserciti di nullatenenti, di sfruttati con voucher e part time, ad elemosinare un pasto in qualche mensa per poveri.
Nulla e nessuno può scalfire un ordinamento fondato sul Lucro.
Leggete questo articolo tratto dal Fatto Quotidiano di oggi, e rassegnatevi!
30 miliardi imboscati e stanno tutti zitti
di Elio Veltri
Cesare Beccaria, nel suo capolavoro Dei delitti e delle pene, che ha influenzato la cultura giuridica e civile dell’Europa, scrive: “l’unica e vera misura dei delitti è il danno fatto alla nazione”.
Nei Panama Papers è comparsa la terza lista di italiani con società nei paradisi fiscali: dopo quella Falciani e della banca svizzera Credit Suisse, sede di Milano, è la volta dello studio legale Ramon Fonseca e Jurgen Mossak di Panama. Per quanto è emerso dalle inchieste dell’International Consortium of Investigative Journalists di cui fa parte L’Espresso, si tratta di oltre 25 mila italiani che hanno imboscato circa 30 miliardi di euro nei paradisi fiscali per non pagare le tasse. Una mega finanziaria.
La ricchezza individuale nascosta nei paradisi viene stimata 7600 miliardi di dollari. Più del Pil di Germania e Regno Uniti insieme e quattro volte quello italiano. Soldi necessari per gli investimenti a sostegno dello sviluppo, per contenere il debito pubblico, garantire i servizi essenziali che si privatizzano.
Ma i soldi non si trovano più perché basta un colpo di mouse per spostarli in altri 10 paradisi fiscali. La soluzione del problema è politica e amministrativa: l’Europa dovrebbe varare norme che prevedano la chiusura dei paradisi fiscali europei ed embarghi finanziari per quelli degli altri continenti.
Nel dicembre del 2009 il Procuratore della Repubblica Vito Zingani alla Gazzetta di Modena aveva dichiarato: “Anche a Modena i soldi sporchi alimentano l’economia locale, quella onesta. Se per magia avessi il potere di sradicare il crimine dalla città, mi caccereste perché l’avrei rovinata”. In tempi recenti Antonio Costa, ex responsabile Onu per la criminalità organizzata, a Report ha affermato che tra il 2007-2008 banche italiane e non solo, in crisi di liquidità, avevano preso soldi dalle mafie. Il meno che si potesse fare era di convocarlo in Parlamento, segretare l’incontro, farsi dire il nome delle banche e mandare a casa i responsabili.
Vale la pena fornire qualche dato sull’incremento del fenomeno secondo il Fondo Monetario Internazionale (anni 1999-2001 in 84 paesi). Tra quelli Ocse l’Italia occupava il secondo posto con una incidenza del 27% del Pil, dopo la Grecia, a fronte di una media europea del 10-15%. Nel 2007, l’Eurispes dava valori più elevati: 549 miliardi di euro su un Pil di 1500 circa. Nel 2010 Sergio Rizzo citava una stima di Kris Network of Business Ethics che valutava l’evasione fiscale italiana circa 300 miliardi di euro. Nel 2004, per evitare di scrivere castronerie in un libro, avevo chiesto a Paolo Sylos Labini se con una montagna di economia sommersa e criminale, un qualsiasi progetto di sviluppo, a suo parere potesse decollare. Questa la sua risposta: “Caro Elio, conoscevo già i problemi cui accenni nella lettera, ma vederne l’elenco sintetico mi ha molto impressionato. Ce n’è abbastanza per essere angosciati”. Con la crisi è aumentata l’evasione e l’esportazione di capitali. Secondo uno studio della guardia di finanza, il 29% del totale dell’evasione è costituita da soldi portati illegalmente all’estero.
Quanto all’economia criminale, nel 2014 Bankitalia ed Eurispes la stimavano intorno ai 200 miliardi di Pil. Le mafie italiane si confermano prima azienda del paese, globalizzata e fiorente. Nel 2009 Piero Grasso in una relazione affermava che le confische corrispondevano al 5% del totale. A conferma, nel 2014 la Commissione Antimafia presieduta dall’onorevole Bindi dopo un lavoro di verifica, ha evidenziato la pochezza delle confische dei beni e l’inadeguatezza dell’Agenzia per l’amministrazione e la destinazione degli stessi.
Molto interessante Il Supplemento Statistico di Bankitalia (dicembre 2012) sulla ricchezza delle famiglie italiane: “Alla fine del 2011 la ricchezza netta (reale come case, terreni ecc. e finanziaria, come titoli e depositi bancari, meno i debiti, i più bassi d’Europa) delle famiglie italiane è pari a circa 8619 miliardi di euro, corrispondenti a poco più di 140 mila euro pro capite e 350 mila euro in media per famiglia. La componente finanziaria dell’intera ricchezza supera i 3500 miliardi di euro ed è la terza al mondo, superiore a quella di Francia e Germania. Quanti, di questi 3500 miliardi, sono poco puliti, imboscati nei paradisi fiscali ed evadono il fisco? A luglio 2014 il governo italiano ha comunicato che negli anni 2000-2012 lo Stato ha emesso ruoli di tasse accertate per 806 miliardi e ne ha incassato 69 (nove euro per ogni cento che avrebbe dovuto incassare). Al G8 di qualche anno fa il premier inglese Cameron detta l’agenda dichiarando guerra ai paradisi fiscali. A chi chiedeva al prof. Ukmar cosa si può fare per neutralizzarli, il grande fiscalista rispondeva: “Chiudeteli tutti”. In subordine “è necessario mettere al bando gli operatori che li usano”. Dei cinquecento miliardi sottratti ogni anno alle entrate sembra che nessuno si preoccupi.
Glielo diciamo?
Sebastian Kurk, ministro degli esteri austriaco, ci ha invitato, anzi, ordinato, con tono perentorio ad interrompere il traghettamento dei profughi, con queste parole:
"Pretendiamo che venga interrotto il traghettamento di migranti illegali dalle isole italiane, come Lampedusa, verso la terra ferma."
Glielo diciamo a questo austro xenofobo, come stanno le cose?
Ma si, diciamoglielo!
Ministro Kurk, con preghiera di estendere tale nota a tutto il popolo austriaco, ottusamente e palesemente chiuso: fatevi i cazzi vostri!
Lo capiranno, tra una sacher e l'altra?
Articolo di Repubblica
La cosca si trasforma in banda e Spezzapollici esulta in aula
ATTILIO BOLZONI
ROMA
MA dov'è finita questa mafia di Roma? Dove la dobbiamo cercare nell’aula di Rebibbia? Dove si è infilata se una bella ragazza, seduta dietro a Sergio Carminati, fratello di Massimo, esulta e salta come sulle gradinate dello stadio quando sente che Er Cecato si è beccato una condanna a vent’anni di galera?
Fra una mafia virtuale e una mafia reale ci è toccato oggi scrivere una cronaca di segni e di confini.
Dov’è? Forse nella gabbia numero 3 dove “Spezzapollici” — all’anagrafe Matteo Calvio — intuisce che gli è andata bene — “solo 9 anni” — e siccome non ha parlato come non parlano i veri uomini d’onore già si pregusta con una risata un’uscita di scena carceraria con tutti gli onori. O forse è in quel puntino nero che si vede e non si vede nel monitor che trasmette le immagini dalle segrete del 41 bis di Parma, un’ombra che si chiama Carminati Massimo. No, quella non è mafia, è soltanto “mondo di mezzo”, non è mafia è solo associazione a delinquere, è solo banda. È tutto quello che volete e tutto quello vi pare, ma a Rebibbia il 20 luglio del 2017 non di mafia non ce n’è proprio.
Alle due del pomeriggio siamo ancora prigionieri nella calca e nell’afa insopportabile di un’aula che sembra un’arena e c’è un popolo che tira un sospiro di sollievo, gli avvocati della difesa che si asciugano il sudore sulla fronte, gli imputati condannati a pesanti e a pesantissime pene che sorridono, quelli a piede libero che si abbracciano. Uno ci viene incontro e pensa pure di sfottere: «Vi dispiace che non c’è la mafia, vi dispiace eh?». È il braccio destro di Salvatore Buzzi, quello che diceva che si guadagnava di più con i migranti che con la droga. Anche lui, Carlo Guarany, “solo” 5 anni. Sandali ai piedi, uno sguardo spiritato, qualcuno ci racconta che vive in penintenza da quando è scivolato nei gironi di Mafia Capitale.
Ma quale Mafia Capitale? La cosca alle 13 in punto — quando la presidente Rosanna Ianniello ha cominciato a leggere quello che aveva deciso il suo Tribunale — è diventata banda. Magari in Appello diventerà club, in Cassazione circolo di lettura. «Ahhh, ahhhh, ahhh...», suono gutturale indecifrabile dietro la transenna dove sono schierati i familiari. Esce dalla bocca di una signora, parente di uno dei “due calabresi”, tutti e due assolti, uno è Rocco Rotolo e l’altro Salvatore Ruggiero. La donna che ha fatto “ahhh, ahhh ahh” è moglie di uno e piange di gioia. Dall’altra parte dell’aula, composti, tutti in borghese, gli ufficiali del Ros dei carabinieri che hanno condotto le indagini non fanno una piega. Sono venuti tutti qui a “presenziare” all’udienza della sentenza. Impeccabili, statue di marmo.
Dov’è finita la mafia? L’aula bunker di Rebibbia se l’è risucchiata. «Avvocato, avvocato, è caduta l’associazione mafiosa o no?», continuanano a chiedere i giornalisti che non decifrano al volo le parole della presidente Ianniello. «È caduta, è caduta», rispondono in coro. L’unica che non l’ha capito è una delle parte civili, un po’ lenta. Credeva che ancora che a Roma ci fosse la mafia.
Statue di marmo gli ufficiali dei carabinieri, statua di sale Maurizio Boccacci, grande amico di Massimo Carminati che non si è perso un’udienza del maxi processo e che dalle 11 del mattino è lì in prima fila — maglietta verde militare — è col piglio che si addice a un camerata come lui. Chi c’è nella cella numero 2? Non riusciamo a vedere. Chi c’è nella cella numero 3? C’è “Spezzapollici” e il suo inseparabile compagno di gabbia Luca Gramazio, consigliere regionale del Pdl condannato a 11 anni di reclusione ma — alla fine dei conti — contento pure lui. Uscirà presto, prestissimo. La mafia non c’è più.
C’è ressa in fondo. La sindaca Virginia Raggi dice qualcosa, i fotografi e i cameramen si avventano sulla preda. Ma poco più in là c’è uno dei pubblici ministeri, Paolo Ielo. È circondato dalle telecamere: «Sono state riconosciute due distinte organizzazioni criminali che non avevano il carattere della mafiosità, le sentenze vanno rispettate, è una sentenza che in parte ci dà torto, ma in parte riconosce la bontà dei fatti che erano stati contestati». Giri di parole. L’altro pm, Luca Tescaroli, non si nasconde e sta zitto, risponde solo con un sorriso amaro. In fondo all’aula, finalmente si alza, si mette in piedi una donna che per tutti i venticinque minuti della lettura della sentenza è rimasta in ginocchio con il capo chino. A pregare.
Cronaca da Rebibbia praticamente finita quando l’avvocato Giosuè Naso ci regala l’ultimo piccolo brivido. Un urlo da lontano, alcuni poliziotti che lo circondano, uno di loro che lo invita a identificarsi. Altre grida. «Mi segua ». «Sono un avvocato». «Stia buono, la devo identificare». «Buono a me non me lo dice». «Deve venire con me». «Mi faccia parlare con il suo funzionario ». Finiscono in una stanzetta. Arriva Ippolita Naso, la figlia dell’avvocato Naso e avvocato pure lei. Un po’ di trambusto, un altro penalista che si mette in mezzo — Valerio Spigarelli — e che viene identificato dai poliziotti. Futili motivi all’origine dello scontro, una permanenza prolungata nell’aula bunker. Un finale molto “de’ Roma”. Così cala il sipario su Mafia Capitale atto primo.
giovedì 20 luglio 2017
Descrizione ineccepibile
Lei, al solito, con questo articolo ha detto tutto!
giovedì 20/07/2017
Mattarella, maestro dell’ovvio
di Daniela Ranieri
Mattarella è una presenza, o quasi, rassicurante nelle nostre convulse giornate. C’è gente che non vede l’ora di essere condotta in commissariato per trovarsi di fronte al ritratto di Mattarella e da tale vista trarre pace e ristoro. Mattarella fa due cose, principalmente: depone corone e tace. Talvolta parla, ma nel suo caso è una variante del silenzio, un espediente per mezzo del quale può continuare a non dire niente riposandosi dal suo attivismo che consiste nel tacere, tenacemente e alacremente, come se avesse preso i voti anni addietro e osservasse la regola.
Ieri, nel discorso al Csm per ricordare Borsellino, ha detto che “è indispensabile diffondere, particolarmente tra i giovani, la cultura della legalità”, non dell’illegalità, e che il metodo del giudice era “un patrimonio prezioso perché basato sulla collaborazione tra un gruppo di colleghi affiatati, in grado di condividere conoscenze e prassi attraverso una costante e reciproca verifica degli orientamenti, al fine di arrivare all’adozione congiunta dei provvedimenti più rilevanti”. Come si vede, un minuto di silenzio sarebbe stata la stessa cosa.
Ultimamente Mattarella è molto occupato a parlare, cioè a tacere, in merito a questioni inattuali della vita democratica: omaggi, rimembranze, commemorazioni e persuasioni morali rivolte a soggetti imprecisati, che impegnano i quirinalisti in faticose identificazioni spesso anche con l’aiuto del Ris di Parma. Maestro della tautologia (“la democrazia è di tutti”), evita sempre accuratamente di impelagarsi in questioni attuali, preferendo giocare il ruolo di Spirito guida della nazione in affari ben più alti che le baruffe quotidiane, spesso macchiate dalle passioni umane. Il 25 aprile scorso esortò tutti a ricordare la Resistenza, ma, beninteso, “senza odio né rancore”, forse intendendo che al nazifascismo gli facciamo più male con l’indifferenza. I 215 orologi e pendole del Quirinale fanno a gara con lui a chi la spara più prevedibile: “Chi appicca incendi va punito con severità”, din. “La corruzione divora le risorse destinate ai cittadini”, don.
“Ciascuno concorra con lealtà alle spese della comunità”, din. “Non si può affidare ai trafficanti di esseri umani la chiave delle migrazioni”, don. E poi, bere molta acqua, non uscire nelle ore più calde, non sporgersi dal finestrino, cedere il posto agli anziani e ai mutilati di guerra, dare la precedenza. Questa correttezza da cartello stradale si riverbera sul Twitter del Quirinale, sul quale non ci perdiamo una commemorazione di Mattarella, ormai per antonomasia “persona perbene” (come se il fatto che il presidente della Repubblica italiana sia una persona perbene ci sorprendesse sempre un poco).
Mattarella è una specie di fiamma tricolore umana che viene tirata fuori dall’hangar per le celebrazioni e poi rimessa nel parcheggio. Qui appare in immagini di divismo esasperato: mentre esamina alcune monete in una teca, mentre pone una corona di fiori ai Caduti, mentre col Governatore del Canada esegue “la piantumazione di un castagno”. Mattarella con gesto atletico sostiene una pala piena di terra nell’atto di contribuire alla piantumazione dell’albero peraltro già piantumato. Il gesto, birichino quanti altri mai, gli provoca un cenno di sorriso sul volto, come a dire “per questa volta passi, ma non coinvolgetemi più in simili marachelle”. Per non maltrattare il dizionario con inutili interpellazioni, c’è un’espressione passepartout a cui Mattarella ricorre: “Non dimenticare”. Lo dice sempre: il 25 aprile; durante un brindisi coi presidenti dell’Ue (“Con Ue abbiamo avuto 60 anni pace e sviluppo, non dimenticarlo”); deponendo una corona alle Fosse Ardeatine; deponendo una corona alle vittime del sisma de L’Aquila; l’altro ieri a Sondrio per i 30 anni dall’alluvione della Valtellina, quando, deponendo una corona, s’è concesso uno strappo al protocollo: “Non possiamo, né dobbiamo, dimenticare”. Sulla legge elettorale, invece, ha deposto una corona immateriale: le ultime sue parole, si fa per dire, risalgono ad aprile, quando raccomandò di “farla subito”, forse a noi, forse ai politici (che, come si sa, hanno finto di non dimenticarlo e poi sono tornati a fare i loro comodi). Ecco, non dimentichiamo che se Napolitano era “custode della Costituzione” (tanto da preferirle quella di Renzi-Boschi-Verdini), Mattarella non disdegnò i tentativi di “svecchiamento” della stessa ad opera dei giovani leopoldi. L’anno scorso agli studenti della Columbia University disse che la riforma avrebbe influito “sull’efficienza e sulla velocità delle decisioni” e avrebbe portato a “un significativo recupero di competitività per il nostro Paese”.
Purtroppo vinse il No e siamo rimasti lenti, inefficienti e non competitivi; altrimenti con uno così peperino alla presidenza della Repubblica e uno statista tanto autorevole al Governo chissà dove saremmo arrivati.
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