domenica 25 giugno 2017

Lecita domanda


 

Ancora!



Urgenza


 

Articolo commemorativo


- Sempre dalla parte giusta, quindi sempre fuori da tutto -
Un signore e un amico. Da tempestare ogni giorno per interviste, pareri, consigli. E lui faceva i salti mortali per non farci mai mancare la sua voce

di Marco Travaglio | 24 giugno 2017

“Marco, come sta tua figlia? Dammi notizie!”. Stava già malissimo, il 5 giugno. Eppure, appena lesse che la mia Elisa era rimasta schiacciata nella ressa di piazza San Carlo, mi telefonò per avere notizie, con la solita voce squillante e calma, cantilenante e ottimista. Come se stesse benissimo.
Stefano Rodotà era anche questo: un vero signore e un amico caro. Mio e del Fatto. Uno di famiglia, da tempestare ogni giorno per interviste, pareri, consigli. E lui ogni volta faceva i salti mortali, tra una conferenza e una galleria (era spesso in treno), per non farci mai mancare la sua voce. Fino all’ultimo, il 23 maggio, quando ci spiegò perché era giusto e doveroso mettere in pagina l’intercettazione dei due Renzi su Consip perché “di assoluto rilievo pubblico”.
Trovava sempre le parole, i toni, gli argomenti giusti. Quando immaginiamo a chi vorremmo somigliare, il primo che ci viene in mente è lui: un hombre vertical intransigente ma pacato, combattivo ma sereno, politico ma etico tanto da non sembrare nemmeno italiano. E quando sentiamo proprio il bisogno di invidiare qualcuno, pensiamo ancora a lui.
Un uomo sempre dalla parte giusta: quella della Costituzione (contro Craxi e gli altri corrotti di Tangentopoli, contro B. loro degno epigono, contro la Bicamerale di D’Alema&B., contro le presunte riforme scassa-Costituzione di B. e poi di Renzi) e dunque della laicità, della legalità e dei diritti.
E dunque, nel Paese più bigotto, corrotto e autoritario d’Europa, sempre fuori da tutto. Non credete ai politici e ai tromboni del cordoglio automatico e del lutto posticcio: a quelli Rodotà non piaceva, e ricambiava.
Il vuoto della sua scomparsa lo avvertiranno molti cittadini, ma i politici e gl’intellettuali da riporto sentiranno solo un grande sollievo: una spina nel fianco in meno. Quand’era presidente del Pds e nel 1992 fu candidato alla presidenza della Camera, a sbarrargli la strada per conto della peggior partitocrazia fu Giorgio Napolitano.
Lo stesso che gli fu naturalmente preferito nel 2013, quando il popolo della Rete votò Rodotà fra i tre presidenti della Repubblica preferiti alle Quirinarie dei 5Stelle e, dopo le rinunce di Gabanelli e Strada, Grillo lo candidò al Colle con l’appoggio di Sel e della base del Pd.
Un gesto che, se anche fosse l’unica cosa fatta dai 5Stelle in tutta la loro storia, potrebbe già bastare e avanzare per non renderla vana. Per qualche giorno gli eterni padroni d’Italia furono pervasi da un brivido di terrore: ma come, un uomo colto e perbene che non si può né comprare né ricattare, un nemico dei compromessi al ribasso, un cultore dei beni comuni, un innamorato della Costituzione e del popolo sovrano, insomma un “moralista” e “giustizialista” (lui, vero garantista a 24 carati) sul Colle? Ma siamo matti?
Quanti di noi, in questi quattro anni, hanno provato a immaginare come sarebbe l’Italia se il Parlamento avesse eletto lui: forse avremmo conosciuto la nostra prima rivoluzione, quella della Costituzione.
Certo non avremmo rivisto al governo B., Alfano, Verdini e altre sconcezze. 
Certo non avremmo questa Rai di regime. 
Certo avremmo ancora lo Statuto dei Lavoratori. 
Certo il governo non avrebbe potuto truffare 3,3 milioni di cittadini col trucco dei voucher.
L’ultima battaglia referendaria in difesa della Carta fu un onore e un privilegio, anche perché ci consentì di combattere al suo fianco e, tanto per cambiare un po’, vincere.
La sera del 2 dicembre, al teatro Italia di Roma, eravamo tutti insieme per dire che “La Costituzione è Nostra”. Stefano si alzò nel teatro gremito e fu sommerso dai cori “Presidente! Presidente!”. Sarebbe stato un perfetto capo dello Stato, ma anche un ottimo premier, ministro, giudice costituzionale.
Tutte cariche dovute, dunque mai ottenute. Grazie, Stefano: sarai sempre il Presidente che non ci siamo meritati.

Dissero


 

Ballottaggi


Dal nostro inviato a Consociativy City

Giornata di ballottaggi qui a Consociatiy City dove l'opposizione mai come negli ultimi 42 anni è vicina alla presa del palazzo di Piazza Dondolo. Comunque sarebbe solo un cambio di casacche e nulla più. Al massimo si farebbe decadere il Fratello custode da decenni del portafogli per sostituirlo con uno dei perdenti, al fine di proseguire nella fratellanza. Il dato più strano qui a Consociativy City è che il capo nazionale dell'opposizione, Ribaldon de Ribaldoni, un riccastro fagocito senza pari dedito all'illegalità sfociante in un personale arricchimento con risorse di tutti, spera nella vittoria dell'attuale ed eterna maggioranza, perché a livello nazionale la salita al potere della sua coalizione metterebbe a rischio l'accordo con suo nipote, Egoriferito de Bombis, un insano politico sempre a promettere panzane, rinnovabili ogniqualvolta in scadenza con altre tendenti all'infinito. 
C'è un clima soporifero a Consociativy City. Dopo le promesse elettorali, alcune un pochetto strambe come il camminar sui mari con allargamenti cementiferi o il parco giochi nel luogo dove attualmente c'è una centrale a carbone, prossima alla dismissione, che finge di andare a metano sparando in cielo merda nel silenzio della notte, con il terreno così tanto inquinato da essere chiamata la Chernobyl Mesciua, e che non si potrà più occultare con un nuovo centro commerciale visto che l'ultimo ha già coperto le nefandezze chimiche degli sversamenti di una vecchia ed obsoleta raffineria, si cerca quindi di ritrovar unità d'intenti e di vedute come in questi lustri. Il centro di Recitazione politica, permettente ai politici locali di ambo le parti di fingere di litigare, resterà aperto anche con la prossima amministrazione. Anche la chimera del nuovo ospedale di Consociativy City, deciso da tutti solo per abbattere quello vecchio che aveva l'ultimo piano, costato più di tre milioni e costruito qualche anno fa, pericolante, sarà rinnovata. Quel piano mai aperto del vecchio ospedale, non è mai stato sfiorato da indagini della magistratura locale particolarmente attratta, vedasi la discarica di Pitelliland, dalla tecnica rilassante del posizionamento di fette di suino sui bulbi oculari. La possibile alternanza politica, dogma della democrazia, qui a Consociativy City viene vissuta con spirito pacioso anche se per alcuni ectoplasmi nascosti dentro le pieghe della politica locale, la vita si farà dura. Nella città del record dell'enorme debito vendendo acqua, cosa questa impossibile a chiunque sulla Terra, persino alle comunità diversamente tribali della Papuasia, si cerca di responsabilizzare chiunque all'importanza di andare a votare, affinché questo spettacolo indegno, per pochi, possa continuare nella semplicità e nell'unione d'intenti, i loro. Unica nota fuori dal coro è quella dell'AGT (Associazione Gabbiani & Topi) che temono l'arrivo dell'altra sponda la quale potrebbe modificare la metodologia della raccolta differenziata, e la loro conseguente alimentazione quotidiana. 
Infine, l'Intellighenzia di Consociativy City è preoccupata più per il look da ostentare durante le feste nel porticciolo dei ricchi, che per l'esito del ballottaggio. Per loro infatti, capalbiamente, non cambierà nulla, se non il colore dei temperamatite da distribuire negli anfratti, costruiti ad hoc, ove i prescelti trascorreranno sereni le loro giornate lavorative, sempre intenti a ribadire, in ogni caso, che a Consociativy City, si riesce a vivere decorosamente. Basta avere un posto in spiaggia con vaporetto incluso.