venerdì 19 maggio 2017

Pensieri e opinioni



Venticinquesimo



Tra quattro giorni saranno 25 anni. Tutta l'Italia lo ricorderà, anche chi ancora continua a lavorare segretamente con Cosa Nostra perché il Natale lo festeggiano tutti, anche chi non crede. Alle 17:56 del 23 maggio 1992 con un esplosione di 500 kg capace di far oscillare i pennini del sismografo siciliano, muore Giovanni Falcone sua moglie Francesca Morvillo, e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. 
Attilio Bolzoni su Repubblica di oggi, presenta una stupenda inchiesta in merito, da cui si evince come l'impegno di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino e del pool palermitano, sia stato basilare ma non estirpante. Perché Cosa Nostra è ancora viva e vegeta, in modalità "manza" (tranquilla). Perché ogni giorno qualcuno in Italia o nel mondo ne lava i proventi illeciti, frutto di commercio di droga, di pizzi, di angherie. Perché è impensabile che questi stratosferici guadagni non sfiorino politici, di ogni grado e colore. Perché ciò che avviene in silenzio, nel sottobosco riesce a far clamore, purtroppo, in menti e cuori che ancora credono nello stato di diritto. E sono sempre meno.
Occorre ricordare che Giovanni Falcone fu attorniato da corvi, nemici, pusillanimi venduti alla malavita organizzata. 

Occorre ricordare che Giovanni Falcone fu:
bocciato come consigliere istruttore
bocciato come Alto Commissario antimafia
bocciato come candidato al Consiglio Superiore della Magistratura
bocciato come procuratore nazionale.

Forse in quest'ottica l'anniversario della strage di Capaci tornerà utile a risvegliare coscienze, a renderci conto che un partito con cui il segretario pidino appena rieletto parrebbe voler continuare a tessere accordi, fu ideato da una persona attualmente in carcere a Parma per collusione mafiosa. 
Servirà a renderci conto che oggi magistrati come Antonino Di Matteo stanno lottando, murati vivi, per investigare sui rapporti mafia-stato. 

Perché la lotta non è assolutamente finita. Anche oggi infatti qualche faccia candida, benevola, timorata, avrà lavato milioni di euro, frutto delle attività della manza e placida organizzazione.        

giovedì 18 maggio 2017

Disdetta


Ho disdetto l'abbonamento a tutte le riviste comiche, per concentrarmi su un sito meraviglioso, nettare ilare irraggiungibile. Il Matteo Renzi News, un coacervo spettacolare da far impallidire persino la Lettera di Totò e Peppino. 
E guardate chi parla ancora! Meravigliosa! Eroica! Da mandare in vacanza in India (ops! C'è già stata invece di essere in consiglio regionale!)



Futuro



Articolo


giovedì 18/05/2017
L’OPINIONE
Quella telefonata è vera, quindi falsa
TRA PADRE E FIGLIO - NON C’È UNA SOLA PAROLA SINCERA NELL’INTERCETTAZIONE DI MATTEO, PURE LE BUGIE SONO CALCOLATE

di Daniela Ranieri

Non credo a una sola parola della telefonata di Matteo Renzi al padre pubblicata in esclusiva dal Fatto. Ovvio che è autentica, e del resto Renzi non l’ha contestata. Anzi, in uno degli eccessi di sincerità che spesso gli riescono fatali, ha ammesso di buon mattino che gli avevamo fatto “un regalo”. Ma tra autentico e vero, come insegnano i filosofi, c’è di mezzo l’infinito.
Renzi conosce molto bene, avendola approvata, la norma contenuta nel decreto ferragostano in materia di guardie forestali che, inopinatamente, obbliga poliziotti, carabinieri e finanzieri a riferire delle indagini in corso ai superiori, i quali a loro volta sono obbligati a comunicare le “informative di reato” e gli sviluppi dell’indagine alla propria “scala gerarchica”, che notoriamente dipende dal governo. Certo, l’ex capo del governo poteva anche non sapere che il padre fosse intercettato, o persino sapere che non era intercettato (per traffico di influenze); certo è che poteva legittimamente ritenere o temere che lo fosse, e chiunque, anche più ingenuo di lui, avrebbe tentato un’altra strada per parlare col papà di affari così delicati. Aspettare di vederlo di persona, ad esempio. O telefonare a un parente o a un vicino non in contatto coi vertici Consip, e farsi passare il babbo. Uno che, stando alle cronache, da mesi riceveva gli amici nel bosco di ulivi per paura di essere ascoltato.
Evidentemente, di non chiamare il babbo lo sapeva l’autista del camper di Renzi, che in merito imbeccò anche il faccendiere Carlo Russo, e non Matteo Renzi. Il quale, autodefinendosi un “ingenuo”, ci tiene molto a mostrarsi come uno che non ha niente da nascondere, e che quel mattino, fuori di sé per l’intervista di Alfredo Mazzei a Repubblica, decide in un raptus di fare chiarezza. Costruisce tutto uno storytelling allo scopo: “Mi metto sulla terrazza della sala da pranzo delle colazioni avendo cura di essere solo”. Solo, sia chiaro. Che non si pensi che ha architettato tutto per far vedere ai camerieri di un hotel di Taranto che lui è uno che tiene alla verità.

Ieri, per istruirci su come leggere la filigrana del dramma edipico, Renzi ha diramato un riepilogo: “1. Le intercettazioni sono illegittime. 2. Vengono pubblicate violando la legge.3. Emerge un quadro in cui un figlio dice al padre “Devi dire la verità.” E il padre risponde dicendo ‘Quella che ti sto dicendo è la verità, devi credermi’.” Per noi l’ordine delle agnizioni è un po’ diverso. C’è un ex capo del governo il cui padre, forse, ha fatto affari con gente che fa affari col governo. Lo sappiamo grazie alle intercettazioni. Emerge un quadro in cui il figlio incalza il padre di dire la verità mentre si premura di raccomandargli di mentire ancora in merito alla presenza della madre a una cena con imprenditori. È un colpo da maestro: Renzi sa che per essere credibile, in questa intemerata a favore della verità, ci deve mettere dentro una bugia. Così ottiene due scopi. Uno è far passare l’idea che al massimo il padre ha commesso il peccato di andare a cena con Romeo, o forse al bar, o al Four Season, e di non volerglielo dire per innocua cialtronaggine toscana. L’altro è di mostrarsi come vittima della “gogna mediatica”. Così ne esce pulito, figlio ingenuo e statista integerrimo che non fa sconti manco al genitore (sul solco della smargiassata ducesca a Otto e mezzo, quando disse che il padre, se colpevole, avrebbe meritato il doppio della pena). Beato chi ci crede. Del resto si tratta di quello che avendo perso il referendum, come promesso si è ritirato dalla politica.

Torna la rubrica


Un santo (quasi) al giorno

Oggi festeggiamo un grande uomo, Predrag Mijatovic ex giocatore di Real Madrid, Fiorentina e Levante.
Nato a Podgorica il 19 gennaio 1969, soprannominato Pedja, ha vinto in carriera 2 coppe di Jugoslavia, un campionato spagnolo, una Supercoppa di Spagna, una coppa Italia, una coppa Intercontinentale e, soprattutto una Champions League nella stagione 1997-1998.

Pur essendo di carattere schivo, Pedja fuori dal calcio è tutt’ora un luminare in vari campi, dall’astrofisica, alla geologia, alla zoologia, scoprendo tra l’altro il nesso tra materia oscura e una sfilata di moda di intimo femminile ma, come spesso accade, viene ricordato per un evento, mirabolante: il 20 maggio del 1998 ad Amsterdam, si rese protagonista con un gol di rapina, molto probabilmente da invalidare, che fruttò al Real Madrid l’ennesima Champions. Quella rete divenne un simbolo, contro tutti i teatranti, gli affabulatori, i favoriti da un sistema frutto di una sudditanza psicologica senza limiti, dove utilitarie e comfort venivano elargiti a mani basse per qualche colpo di fischietto in più.
Grazie a Pedja Mijatovic molti da quell’anno, dopo aver gioito senza freni, han potuto ricominciare a credere nella giustizia, nel contrappasso di dantesca memoria, consapevoli dell’esistenza del comandamento sportivo “tutto quello che ruberete in patria, lo pagherete all’estero.”
Mijatovic è riconosciuto come il protettore dagli sguardi stroboscopici, tipo radar, di soggetti da sottobosco esultanti sguaiatamente in tribuna.
(4. Continua)