mercoledì 3 giugno 2026

Illuminazione

 

La guerra, la propaganda e il capitalismo delle armi 


di Luca Josi 

Quando una società comincia a chiamare “necessità” ciò che fino al giorno prima avrebbe chiamato “interesse”, conviene fermarsi. Il diritto alla difesa esiste, e l’articolo 52 della Costituzione lo definisce “sacro dovere”. Proprio per questo non dovrebbe essere consegnato alla liturgia del riarmo, alla lingua degli apparati, alla propaganda che trasforma ogni prudenza in consenso e ogni domanda in sospetto. Difendere la patria è una cosa; accettare che la paura diventi industria permanente è un’altra.

Ogni riarmo produce il proprio lessico salvifico. Le armi non sono più armi: diventano “sistemi”, “architetture”, “scudi”, “ombrelli”, “capacità”, “deterrenza integrata”. Così la parola più terribile – guerra – scompare sotto la vernice tecnica della propaganda.

Vilfredo Pareto, nato a Parigi da famiglia ligure, manager, si direbbe oggi, per vent’anni, poi approdato alla cattedra di Economia politica a Losanna, fu economista, sociologo, teorico delle élite. I suoi rapporti con il fascismo nascente restano un terreno delicato: vide in quel movimento anche una reazione alla crisi del parlamentarismo liberale, fu nominato senatore del Regno nel 1923, vivendo da orgoglioso eremita in Svizzera non accettò la nomina ma morì pochi mesi dopo, prima che il regime mostrasse pienamente il proprio volto totalitario. Per questo va letto senza arruolarlo e senza espellerlo: come un pensatore scomodo, spesso irritante, ma utile quando costringe a guardare dietro le parole nobili.

A me, ligure, Pareto è sempre parso anche un fatto di carattere prima che di dottrina: una certa avarizia di illusioni, una diffidenza per le parole troppo rotonde, il sospetto che dietro ogni frase nobile possa esserci un conto economico. Nel recente Guerra e propaganda, di Vilfredo Pareto, a cura e con postfazione di Alberto Mingardi (edizioni Settecolori), questa lama taglia il nostro presente. Pareto guarda la guerra non solo come evento militare, ma come laboratorio delle passioni collettive, dei conformismi, degli interessi che cercano una veste morale. Pareto setaccia i giornali del 1918 come prove sperimentali. Vuole vedere come gli uomini trasformino sentimenti e convenienze in ragioni solenni. E lo fa con quella scrittura laterale, piena di sarcasmo, in cui perfino i gatti diventano interlocutori filosofici. Pareto, che amava i gatti almeno quanto Gino Paoli, affida a Mirrina e Timoteo il compito di smascherare gli uomini: il gatto mangia il topo, ma almeno non pretende di farlo per il bene del topo. È qui che il suo pensiero resta attuale. Gli uomini, scriveva in sostanza, non agiscono perché hanno ragione: cercano ragioni per giustificare ciò che interessi e paure hanno già deciso. Pareto chiamava “derivazioni” queste giustificazioni nobili: libertà, missione, civiltà, giustizia, difesa dei piccoli popoli, ordine del mondo. In guerra, diventano l’apparato retorico che nasconde la domanda più semplice: chi paga, chi guadagna, chi decide, chi muore?

La guerra, osservava Pareto, non crea ricchezza: la sposta. Toglie a Tizio per dare a Caio. E nelle grandi mobilitazioni belliche i “Caio” hanno sempre nomi, indirizzi, società, commesse, relazioni, fatture. È il capitalismo delle armi: non un complotto da romanzo, ma una convergenza di interessi leggibile. L’industria produce; la politica autorizza; la stampa racconta; gli esperti spiegano; il cittadino, spaventato, accetta. Chi solleva domande finisce tra i sospetti: ingenuo, disfattista, antioccidentale, imbelle. Gli americani hanno spesso rimproverato all’Italia una vocazione assistenziale verso le imprese. Ma bisognerebbe guardare anche alla loro gigantesca assistenza industriale: il Pentagono. Per molti gruppi statunitensi la commessa militare è stata una quota stabile, prevedibile, politicamente protetta. Anche la prima avventura spaziale distribuì i tre stadi dell’Apollo tra tre aziende diverse: un Cencelli lunare. Non si chiamava assistenzialismo: si chiamava frontiera, sicurezza, leadership. Eisenhower, generale vittorioso prim’ancora che presidente, non era sospettabile di sentimentalismo pacifista. Per questo il suo ammonimento sul complesso militare-industriale resta decisivo. La sua lezione non è “non difendetevi”: è difendersi senza consegnare la Repubblica a chi trae profitto indefinito dalla paura. Da qui dovrebbe partire una discussione adulta. Non dalla caricatura tra guerrafondai e pacifisti, né dall’alternativa infantile tra resa e corsa illimitata agli armamenti. Il problema non è se uno Stato debba potersi difendere. È quando la difesa smette di essere funzione pubblica e diventa ideologia economica. Il rischio ultimo è che la guerra abbia già vinto dentro il nostro linguaggio, trasformando la paura in prudenza, l’interesse in destino, il profitto in patriottismo, il dubbio in colpa.

La pace non è parola mite: è disciplina dell’intelligenza. E comincia dove la propaganda vorrebbe farla finire: dalla domanda più semplice, più antica, più insopportabile. A chi giova?

Robecchi

 

Arriva Vannacci. Pronti al grande spettacolo del panico a destra? 


di Alessandro Robechi 

Siccome è dal Mesozoico che ci occupiamo – con tremori, patemi e sublimi incazzature – delle divisioni, delle liti, delle follie della sinistra, converrete che rappresenta un gustoso diversivo l’arietta di guerra che spira dall’altra parte. Eh, sì, la destra che ci governa – guarda a volte come succedono le disgrazie – sembra un saloon di Sergio Leone a due minuti dalla rissa, col barista che già si guarda intorno preoccupato. Le sorti luminose e progressive della banda Vannacci fanno tremare le gambe a tutti e si racconta di riunioni preoccupate in ogni partito della maggioranza per capire quanto e dove gli farà male il generale. Ma lasciamo stare le dichiarazioni, i feticismi, le tattiche delle propaganda e guardiamo il quadro: visto dall’alto, un campo di battaglia ha pur sempre il suo fascino.

Dunque diciamo che i partiti della destra di governo hanno creato un bel po’ di avanzi, tipo cena di Natale, lasciando interdetti certi elettori che li avevano seguiti come topini facendosi intortare dalla pubblicità nazionalista. I blocchi navali, azzerare le accise, la natalità che riparte, l’orgoglio della nazzzione, la fuffa identitaria, il comizio di Meloni da Vox e altro. Tutta una costruzione che conteneva un po’ di revanscismo fascista, in varie dosi, a volte piccole a volte vistose, a volte subliminali. Ma insomma, il retropensiero “siamo tornati” c’era, faceva parte del cocktail. È una componente che esiste da sempre, nella destra italiana, inutile scandalizzarsi, chiamiamolo un pensiero missino, ma elaborato con aggiunte di destre eversive varie, gruppuscoli, organizzazioni nostalgiche e altre diavolerie littorie. Che Vannacci sia partito dalla Lega non stupisce, perché è anche lì che, regnante Salvini, si era coagulata questa piccola massa di balilla del pensiero debolissimo. Via i negri, basta tasse, più polizia, meno casino, la sicurezza, la difesa della razza, e tutta la paccottiglia che unisce gli arditi da bar. Finito il salvinismo come sappiamo, sotto un ponte, per la precisione, quell’elettorato comincia a guardare al generale, così come lo fa una parte dell’elettorato di Fratelli d’Italia. Certe volte, poverini, non credono ai loro occhi quando vedono Giorgia parlare come un Draghi qualunque, chinarsi spesso davanti agli industriali, chiedere soldi, negare l’evidenza che le cose vanno peggiorando. Insomma quella componente revanscista si trova delusa e orfana. Be’? Dove sono le navi del blocco navale? Dov’è la milizia?

Con tutti questi avanzi, il generale Vannacci prepara il suo cenone, aggiungendo un po’ di scontento generico, insofferenza, populismo della peggior specie, la solita sindrome del poveraccio che si sente minacciato da quello più poveraccio di lui. E con una parola d’ordine forte “remigrazione”, che sarebbe una caricatura dell’Ice trumpiano: muscolosa variante del “prima gli italiani”.

Vedere ora come si incastreranno la Giorgia governativa, quel che rimane della Lega e il partito di proprietà della famiglia Berlusconi, con le truppe sgangherate del generale, sarà uno spettacolo impagabile. Studiare come se la aggiusteranno, come “baceranno il rospo”, come si arrampicheranno sugli specchi, come combineranno il matrimonio d’interesse sarà divertente, come aggiusteranno la propaganda. E anche capire cosa gli prometteranno in cambio di partecipazione alla coalizione, non solo in termini di collegi e seggi. Una cosa a metà tra una disputa ideologica e una lotta tra polli. E per una volta il pollaio non è a sinistra.

Festa del 2 giugno

 

Fecce tricolori 


di Marco Travaglio 

Mai come quest’anno, l’80° della Repubblica, la parata del 2 Giugno è suonata così vuota, retorica e ipocrita. Persino i cavalli deportati per la baracconata prendono a pretesto due petardi per darsi alla fuga. Il presidente Mattarella, circondato da star e starlet, intona la consueta omelia sulla Costituzione che ripudia la guerra e contro i cattivoni che la fanno, dimenticando il vicepremier suo omonimo che in barba all’Onu bombardò la Serbia, poi avallò la secessione del Kosovo e ora benedice un riarmo da decine di miliardi in un Paese senza più neppure gli occhi per piangere. Intanto ai Fori Imperiali sfila il campionario delle armi leali che esportiamo in tutto il mondo, anche a paesi in guerra tipo Israele e Ucraina. E le migliori gazzette guerrapiattiste, col petto gonfio d’orgoglio patriottico, magnificano il “volto più moderno delle nostre forze armate: i droni, protagonisti dei conflitti contemporanei, con cui cerchiamo di fare tesoro delle lezioni dall’Ucraina e dal Golfo” (Rep). Gli aerei senza pilota, teleguidati a distanza, seminano morte tra i nemici ma non fra i tuoi, quindi non hai remore a lanciarli. Sono le armi più vili, perché deresponsabilizzano chi le usa. E le più micidiali per i civili: leggere come sono, sono facilmente deviabili dove capita. Così ogni attacco intenzionale su obiettivi civili – quelli israeliani su gazawi e libanesi, quello ucraino che ha sterminato 21 ragazzi in una scuola del Lugansk occupato, scatenando feroci rappresaglie russe – può essere spacciato per un incidente. E ogni drone finito oltre confine (come quello russo dirottato dagli ucraini in Romania) gabellato per un attacco di Putin all’Europa. L’ideale per l’escalation permanente che ingrassa Big Arma: sempre più droni per abbattere sempre più droni.

L’altro fiore all’occhiello è “Cesare, il cane robot made in Italy che apre la strada ai reparti d’assalto nelle irruzioni”: il simpatico “quadrupede meccanico” e “gli altri automi dell’Esercito sono tutti di progettazione nazionale”, come pure i droni, “costruiti in provincia di Pisa e Terni: pesano meno di 25 kg” e alcuni possono essere “trasportati in uno zaino”. Non è meraviglioso? “Da noi non ci sono ancora i mezzi kamikaze che seminano granate”, ma arriveranno presto. Intanto consoliamoci col “fuoristrada Lince” (fiore all’occhiello dell’Iveco appena ceduta dall’ex editore Elkann a Leonardo) che “bombarda di impulsi le frequenze ostili” e col “cannone Skynex con una torretta futuristica che evoca Guerre Stellari” e “crea un muro di schegge nel cielo” (mai più senza). Volti pagina e, sempre su Rep, trovi il titolo “Mattarella condanna le bombe: ‘Basta prepotenza delle armi’”. Quando il 2 Giugno sfileranno anche le ambulanze della neurodeliri sarà sempre troppo tardi.

martedì 2 giugno 2026

L'Amaca

 


La gente non mormora più

di Michele Serra


Il delitto di Garlasco è (anzi, fu) una cosa. Il Garlasco show è tutt'altra cosa. È come una smisurata, scintillante protesi applicata sopra un grumo di dolore e di sangue. La proporzione è uguale a quella di una bilia di fronte a una mongolfiera. Della mongolfiera fa parte la notizia che è stato aperto un fascicolo per diffamazione a carico dell'avvocato di Alberto Stasi, di un inviato delle Iene e di un maresciallo dei carabinieri. Mancano solo un parroco, una sindaca, una blogger, un criminologo da palinsesto, e il presepe è completo.

Per altro, si legge che i fascicoli aperti dalla Procura di Milano sono settantanove (79!), tutti scaturiti dalla disputa furibonda su quella fosca storia. Gli indagati sono blogger, youtuber, giornalisti; i querelanti la famiglia Poggi e le gemelle Cappa, delle quali so dirvi poco o niente perché non faccio parte della smisurata tribù inquirente. Diffamazione e stalking i reati contestati, e si immaginano agli atti montagne di parole, di post, di commenti ai post, di articoli di giornale, di trasmissioni televisive.

Quando Tina Pica, in Pane amore e fantasia, diceva «la gente mormora», non poteva immaginare che il mormorio, un giorno, sarebbe diventato un autentico uragano di accuse, sconfessioni, partiti presi, risse tra i contradaioli di Stasi e quelli di Sempio. La gente non mormora più, la gente posta, la gente indaga, la gente giudica, e ne sortisce il presente putiferio su Garlasco, uno spettacolo che non prevede più pubblico, solo protagonisti. Avvocati che dichiarano, giudici che dichiarano, periti che dichiarano, marescialli che dichiarano, è come se il processo fosse già in atto. La giustizia ha tempi lunghi, ma la gente ha tempi brevi.

Cogitazione

 





Mentre festeggiamo

 

Tra gli operai schiavi nel cantiere del consolato Usa: "Lavoriamo anche malati"

di Miriam Romano


Cosa succede oltre quella recinzione non è dato vederlo. Il filo spinato corre tutto intorno. «Zona militare», avverte un cartello. Dal marciapiede si intravede una gru in funzione. Sulle balaustre camminano operai in fila: caschi gialli, pettorine fluorescenti. Il cantiere degli schiavi non si ferma nemmeno per il ponte del 2 giugno. «Entriamo alle 7 e usciamo alle 6 di sera». In lontananza si sentono i colpi di martello, il ferro battuto, qualche ordine urlato da una parte all'altra.

Dietro la rete, in un angolo di prato, tre uomini sono accasciati all'ombra con i cellulari in mano: videochiamano le famiglie lontane, mandano saluti ai figli, si sconnettono per qualche minuto dai fischi e dal clangore del cantiere. È la brevissima pausa pranzo che gli viene concessa. Sullo sfondo, irreali, i grattacieli di CityLife. È qui, nel maxi cantiere del nuovo consolato americano di Porta Nuova, che la procura di Milano ipotizza un sistema di sfruttamento ai danni di decine di operai indiani. Secondo l'inchiesta, i lavoratori sarebbero arrivati in Italia dopo avere pagato migliaia di euro per il viaggio e il visto, per poi ritrovarsi a lavorare fino a 10-12 ore al giorno con stipendi decurtati da affitto nei residence dell'hinterland. Intanto la procura di Bergamo ha chiesto la convalida del fermo di Ulas Demir, manager della filiale italiana della Caddell Construction Co. LLC, fermato all'aeroporto di Orio al Serio mentre tentava di lasciare l'Italia per rientrare a Istanbul.

La giornata inizia prestissimo. E fa già caldo, 30 gradi in questa estate precoce. Quattro pullman parcheggiano in fila lungo il marciapiede davanti al consolato Usa. Decine di operai guardano dal finestrino. Zaini in spalla, cuffiette nelle orecchie. Scendono uno alla volta. Quasi non si parlano tra di loro. C'è la solita routine. Prima di entrare in cantiere, i lavoratori lasciano i cellulari fuori, in piccole cellette metalliche. Poi passano i tornelli e spariscono dietro le reti ombreggianti.

Amrinfet indossa una camicia a quadri. Ha 36 anni, due figli e una moglie a Ludhiana, nel Punjab. Dice che un giorno tornerà ai campi di grano che ha ancora negli occhi. «Guadagno 1.500 euro al mese». Parla abbastanza bene in inglese. L'italiano, invece, non lo conosce. «Non parlo mai con gli italiani», racconta. La sua routine è un susseguirsi di obblighi. «La mattina mi alzo alle 5.30. Il pullman passa a prenderci alle 6. Alle 7 entro in cantiere ed esco alle 18». Amrinfet gira i tacchi: deve chiamare la moglie.

«Cosa rimane a me di quello che guadagno?», si chiede Airtel, un altro operaio. Sorride appena e si fa i conti con le dita. «La stanza costa 506 euro. Altri 300 per mangiare. E 300 euro li mando a mio padre, in India. Ha il diabete». Il sorriso si spegne. «Pochi soldi. Non bastano». «Lavoro sempre. Anche con la febbre. Se dici no, non lavori più», dice Satnam. «Tantissime ore lavoro. Dieci o dodici al giorno». Un altro operaio racconta di avere venduto trattori e attrezzi per pagarsi il viaggio in Italia. Ranjit stringe i pugni. «A mia moglie non racconto nulla. Si chiama Simran. Mando i soldi. Prendo due euro l'ora, ma lei non lo sa». Poi abbassa lo sguardo. «Se racconti problemi alla famiglia, loro soffrono e basta».

Scatta l'ora del rientro. I pullman costeggiano il cantiere e caricano una cinquantina di operai ciascuno. Riattraversano le strade della periferia, passano accanto ai campi irrigati dai canali. A Garbagnate, più a nord, c'è uno dei residence dove alloggiano i lavoratori. «Li vediamo arrivare tutti i giorni alla stessa ora. Ma nessuno sa niente di loro», racconta una vicina.

A sud di Milano, a Pieve Emanuele, c'è l'altro residence. Amrinfet sale fino al nono piano. Si apre un lungo corridoio. I muri sono stinti, le porte gracchiano. In tre dividono un appartamento di quaranta metri quadrati. In cucina c'è un letto. Gli altri due sono affiancati in una stanza minuscola. Sono ancora disfatti. «Non abbiamo tempo di sistemarli». L'odore del curry attraversa l'appartamento. È ora di cena: riso, verdure, peperoncino tagliato a fettine sottili. Uno di loro torna con una busta della spesa appoggiata sul tavolo. Un'immagine sacra è appesa alla parete e in una cornice splende una famiglia felice. La sera restano seduti sui muretti con il telefono in mano. Guardano video, aspettano le videochiamate dall'India. Tra poche ore la sveglia suonerà di nuovo. E alle sette, dietro il filo spinato del consolato americano, il cantiere riprenderà a muoversi come se niente fosse.

Dopo giorni di silenzio, dal consolato americano battono un colpo. Un portavoce del Dipartimento di Stato fa sapere che «le accuse sono oggetto di indagine» e che «le forze dell'ordine statunitensi stanno collaborando pienamente con le autorità italiane». «Il governo degli Stati Uniti — aggiunge — non tollera lo sfruttamento del lavoro».

Profondo dilemma

 

L’impunito e i complici 


di Marco Travaglio 

Quindi, almeno per il momento, Netanyahu è riuscito a sabotare con i nuovi massacri in Libano l’accordo fra Usa e Iran che da giorni era praticamente concluso e attendeva solo che Trump trovasse il coraggio di annunciarlo e le parole per mascherare da vittoria l’ennesima disfatta americana. Tra gli infiniti autogol dell’ex aspirante Nobel per la Pace e del vincitore morale del Nobel per la Guerra, c’è anche quello di aver trasformato gli ayatollah e i pasdaran nei santi patroni della causa palestinese e pure di quella libanese. Ovvio che mai l’Iran firmerà qualcosa con Trump finché Netanyahu continuerà a occupare e massacrare il Libano. Pochi giorni fa Donald pareva essersi affrancato dal vassallaggio a Bibi (“Lui fa quello che gli dico io”), ma era pura fiction. Il legame oscuro che consente al leader di uno staterello di 10 milioni di abitanti di comandare una superpotenza di 450 perché vada contro i propri interessi a vantaggio dei suoi, appare inscindibile. In attesa di capire quali armi di ricatto (altri fileEpstein? lobby israeliana? entrambe le cose?) impediscono a Trump di scaricare il sanguinario terrorista di Tel Aviv, è sempre più incredibile il nulla della cosiddetta Europa. Cioè della prima vittima della guerra nel Golfo. Prodiga di sanzioni (21 pacchetti in 50 mesi) contro la Russia, che se ne fa un baffo e le trasforma in autosanzioni per noi perché ha dimensioni, risorse e alleati sufficienti ad aggirarle, l’Ue ne è curiosamente avara (zero pacchetti in tre anni) contro Israele, primatista mondiale delle violazioni del diritto internazionale, ma anche delle sanzioni mancate.

Eppure tutti sanno che nessun embargo può fermare o frenare la Russia, il Paese più grande del mondo. L’Iran è sotto sanzioni dal 1979 e ha imparato a conviverci, anche perché è un impero di 90 milioni di abitanti e ha Cina, Russia e Brics dalla sua. Ma Israele è poco più grande della Puglia e – Usa a parte – è solo al mondo: sospendere l’accordo commerciale Bruxelles-Tel Aviv basterebbe a mettere in seria difficoltà lo Stato ebraico. E ancor più Netanyahu, che andrebbe alle elezioni come il premier che ha reso il suo Paese più insicuro che mai e l’ha isolato a livello internazionale dopo averlo trascinato in un abisso morale che ora sembra irreversibile. Basterebbe uno straccio di sanzione (firmiamo la petizione su Ioscelgo) per frenare la sua guerra infinita alimentata dalla impunità e favorire un ricambio di governo rafforzando le opposizioni. Eppure l’Ue, con 500 milioni di abitanti, non ha alcuna intenzione di sanzionare lo staterello di 10. Per spiegare perché Donald non ferma Bibi bastano, forse, i fileEpstein. Ma cos’è che non sappiamo di Von der Leyen, Costa, Metsola, Kallas, Macron, Merz, Meloni&C.?