domenica 5 aprile 2026

Auguri!

 


Flop!

 

Tutti i flop del governo dai “rave” alle bistecche 


di Daniela Ranieri 

A parte che adesso Giorgia Meloni veste Scervino, che per una che faceva le flessioni alla sezione di Colle Oppio è un considerevole upgrade, cos’è cambiato da quando si è insediato il suo governo nell’ottobre 2022? Se si fa questa domanda ai fan di Meloni, che sono ancora tanti anche se non sono mai stati la maggioranza come lei millanta(va) (è stata votata dal 26% del 63% degli elettori, quindi ha sempre avuto semmai il 14% dei consensi degli italiani), fanno fatica pure loro a trovare qualcosina di cui attribuirle il merito. La cosiddetta Autonomia differenziata (in realtà secessione delle Regioni ricche) le è stata smontata dalla Corte Costituzionale; la riforma della Giustizia è stata seppellita dalla proterva vanità dell’asserito ministro Nordio e dagli affari del suo viceministro Delmastro con la figlia teenager di un prestanome della mafia romana, oltre che da 15 milioni di italiani; l’abolizione dell’abuso d’ufficio è stata censurata dal Parlamento europeo, che obbliga l’Italia a ripristinarlo immantinente. L’unica misura rimasta in vigore è il primo decreto legge (dotato di carattere d’urgenza), del novembre 2022: firmato dal Cupido dell’Interno Piantedosi, si proponeva di sgominare il crimine che si annida nei rave, laddove sarebbero bastate le leggi vigenti (il Testo unico di pubblica sicurezza e il Codice penale). Infatti l’altro giorno, ancora stordito dai postumi dell’incidente referendario e dai fumi della bisteccheria Delmastro-Caroccia, l’apparato di comunicazione del governo ha diramato il successo dell’operazione con cui è stato fermato un rave abusivo in provincia di Torino, con sequestro di impianti di amplificazione talmente ingenti che potevano benissimo esser destinati a una serenata prematrimoniale o a un karaoke di Pasquetta. L’immigrazione? Nei primi due anni di governo gli sbarchi sono triplicati; poi hanno cominciato a calare, ma solo perché, secondo il database dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), sono aumentate le morti in mare. Nel 2025 nel Mediterraneo centrale i morti sono stati 1.873; nei primi 40 giorni del 2026, ciò che ha fatto esultare Meloni in un video celebrativo, sono stati 484. Secondo Ispi, il rapporto tra chi si imbarca da Tunisia o Libia e chi muore è del 16%. Eppure Piantedosi glielo aveva detto, dopo il naufragio di Cutro, nel marzo 2023 (94 morti): “Non dovete partire! Io sono stato educato alla responsabilità, di non chiedermi io cosa mi posso aspettare dal luogo e dal Paese in cui vivo!”, tutto ciò mentre si decomponevano i corpi di 35 bambini affogati. Meloni, ricevendo i superstiti e i parenti dei defunti, aveva chiesto loro: “Non conoscevate i rischi della traversata?”; loro niente: hanno continuato a mettersi in mare. Poiché colpevolizzare i genitori di bambini affogati non ha funzionato e Giorgia non è riuscita ad acciuffare “gli scafisti per tutto il globo terracqueo” come promesso, il governo ha puntato tutto sugli accordi con l’Albania per “esternalizzare” gli sbarchi. È finita la pacchia: l’Italia, che aveva promesso circa 3 mila trasferimenti al mese, 39 mila all’anno, detiene attualmente nel centro di Gjadër la bellezza di 25 “ospiti” di nazionalità diverse, soprattutto Egitto e Nord-Africa. Il costo dell’operazione è di circa 670 milioni in 5 anni (2024-2028), 134 milioni l’anno. Oltre 250 milioni li buttiamo nei costi per i viaggi, per portare i migranti in Albania e rimpatriarli nei loro Paesi, oppure per riportarli indietro in Italia, a botte di 80 mila euro a rientro, perché vulnerabili o minorenni. Di molti di loro, i giudici hanno dichiarato illegittimi i trattenimenti.

E le tasse, che Giorgia chiamò “pizzo di Stato”? Aumentate per tutti, tranne che per i milionari (che pagano solo 200 mila euro l’anno). Reddito di cittadinanza abolito, con grande gioia di “riformisti” e renzian-calendiani. Risultato: 5,7 milioni di individui in povertà assoluta, il 9,8% dei residenti. La Sanità pubblica? Giorgia si è sgolata da Vespa per decantare i molti soldi messi sulla Sanità in termini assoluti, quando ormai anche i bambini sanno che i fondi si calcolano in rapporto al Pil e all’inflazione. Intanto aumentano petrolio e gas a causa delle guerre altrui che il governo sta stupidamente continuando a foraggiare, si bloccano i salari e diminuisce il potere d’acquisto. L’ultima genialata: per tagliare le accise sui carburanti per 20 giorni, incidentalmente a cavallo del referendum miseramente fallito, sono serviti 550 milioni, di cui 80 sono stati presi dalla Sanità; ma tranquilli: dal 7 aprile i prezzi della benzina torneranno a salire, mentre alla Sanità mancheranno 80 milioni. C’è da dire che Meloni ha un fiuto infallibile per le alleanze: ha puntato tutto su Trump e Netanyahu, un pericoloso alienato e un genocida messianico, entrambi dotati di atomica, che stanno portando l’umanità sull’orlo della distruzione.

Estika

 



Sempre loro

 



Natangelo

 



L'Amaca

 


La voce lieta della propaganda

DI MICHELE SERRA


Il governo Meloni non ha colpe dirette nei funesti contraccolpi economici della guerra di Trump e Netanyahu; ha qualche responsabilità, magari, nel non avere rimediato nemmeno in piccola misura al costante affanno dell'economia italiana, ben precedente questa guerra e questo governo.

La sua vera colpa, gigantesca, è avere parlato a un Paese invecchiato e smarrito senza alcuna gravità e serietà, nessun rispetto della realtà (i numeri accidenti, sono pur sempre numeri!), con i toni lieti e puerili del racconto edificante e della propaganda autocelebrativa. Non l'avessero fatto, il giudizio su Meloni e la sua pattuglia di improvvisatori sarebbe ugualmente negativo, ma più rispettoso, per la serie: ce l'hanno messa tutta, po'racci, ma non erano in grado di farcela. Così, invece, quando sarà il momento dei bilanci sarà inevitabile rinfacciare a questo governo il suo stonato trionfalismo.

Cedere alla tentazione della propaganda è un grave difetto di tutti o quasi i governanti — le eccezioni esistono. Ma quella di Meloni è stata, fino a qui, gravemente offensiva nei confronti di un popolo che, con tutti i suoi difetti e i suoi problemi, non è stupido. Sappiamo di non essere una società in rovina, ma neppure in buona salute. Perché non parlarci come si parla agli adulti? Lo sventolio incessante e non sempre congruo del tricolore, l'accusa automatica di antipatriottismo rivolta a qualunque osservazione critica, l'imbarazzante codazzo di militanti travestiti da giornalisti il cui unico obiettivo è inzuccherare i problemi e glorificare «Giorgia»: tutto questo non era obbligatorio. Non serve al Paese e danneggia per primo il governo, il cui unico organo efficiente e in perenne attività, a giudicare dal coro ormai inudibile della propaganda, sono le tonsille.

Buona Pasqua a tutti (a bassa voce).

Il filosofo e il Sepolcro

 



C'è un segreto laico nascosto nel mistero della resurrezione

DI MASSIMO RECALCATI


Il ritorno pasquale di Cristo, il suo sepolcro vuoto, raccontano a tutti gli uomini che qualcosa sopravvive alla morte: una forza indistruttibile, piena di luce, generata dagli incontri importanti della nostra vita. Capaci di lasciare un segno indelebile.

Come è possibile leggere da laici il mistero cristiano della resurrezione? Cosa ci può scuotere di questo racconto-evento se non si possiede il dono della fede?

Il cinismo scientista del nostro tempo alzerebbe a questo punto la sua mano con disincanto per affermare con sicurezza perentoria che nessun uomo può risorgere dalla morte perché la morte è il nostro destino inesorabile. Il racconto-evento della resurrezione di Cristo sarebbe allora una mesta storia di consolazione di fronte al carattere finito e leso della nostra esistenza? Sarebbe, più semplicemente, una fuga di fronte alla realtà inaggirabile della nostra fine? Ebbene contro questo riduzionismo non potremmo invece provare a trarre insegnamento dall'esperienza del risorto?

Intanto si potrebbe notare un'intima contraddizione che permea la narrazione evangelica. Gesù non è un immortale eppure vince la morte. La sua posizione non è quella che viene mitologicamente attribuita agli dei pagani o quella che la filosofia greca riconosceva all'anima, il cui carattere spirituale non può essere imprigionato nel carcere del corpo secondo una celebre immagine platonica. Gesù non scansa affatto la morte ma la incontra e l'attraversa. L'urto con la sua imminenza scava in lui l'angoscia che tocca tutti gli esseri umani di fronte all'approssimarsi della loro fine. Tanto più che tutto il suo insegnamento è stato ispirato da un profondo desiderio di vita. Per questo restituisce la vista ai ciechi e l'udito ai sordi, per questo permette ai paralitici di tornare a camminare e ai lebbrosi di essere mondati, per questo libera gli uomini e le donne dai loro rapporti di dipendenza, per questo sottrae la Legge dallo spirito di vendetta e dalla ritorsione patibolare. Insomma, egli non smette mai nel corso di tutto il suo insegnamento di fare risorgere la vita dalla morte.

La resurrezione non è dunque l'evento nel quale culmina la sua predicazione perché tale predicazione viene costantemente ispirata dalla necessità quotidiana della resurrezione. Gli esseri umani non sono fatti per morire, sosteneva Hannah Arendt, ma per nascere, per nascere un'infinità di volte. Non dunque per morire, ma per insorgere, per risorgere una infinità di volte. Per questa ragione la sua prima preghiera nell'orto del Getsemani è una supplica rivolta al padre affinché la sua propria vita possa continuare a vivere, affinché la festa della vita non termini ma continui eternamente, affinché Egli allontani dalla sua bocca il calice amaro della morte.

Se Gesù fa esperienza della morte, del venerdì e del sabato santo, della croce e della chiusura del suo corpo esangue nel sepolcro, è perché la sua vita è radicalmente umana. Nel Getsemani ha tremato come un uomo, ha sudato sangue come un uomo, ha pianto come un uomo, ha supplicato il padre come un uomo, ha vissuto il tradimento dei suoi e l'assoluto abbandono come un uomo. Nessun Dio lo ha risparmiato dall'essere uomo. Nessun Dio lo ha salvato dal suo essere uomo. La sua croce è in questo senso la nostra croce. Dei credenti e dei non credenti.

Ma è qui che tocchiamo un'altra intima contraddizione nell'evento-racconto della resurrezione. Dopo la sua deposizione dalla croce e la sua sepoltura, dopo la sua separazione dalla vita umana, Gesù riappare ai suoi. Il suo corpo falciato della morte e caduto nel nascondimento del sabato santo, perduto nel buio, ritorna alla luce del giorno. Ma non si tratta della rianimazione magica di un morto o della vita di uno spettro che ritorna dall'Ade. Il sepolcro resta infatti vuoto, non esibisce una presenza ma un'assenza. Ma questa assenza diviene una presenza che irradia. A significare — ed è questa ai miei occhi la lezione laicamente più profonda della Pasqua cristiana — che nella morte non tutto muore. Esiste un resto indistruttibile che non smette di sprigionare luce. È un grande tema biblico: ciò che resta non è semplicemente ciò che sopravvive — il corpo del risorto non è un corpo sopravvissuto alla morte — ma ciò che consente un nuovo inizio.

Accade a Noè, accade a Mosè, accade a Gesù. Un resto indistruttibile testimonia che la morte non può essere l'ultima parola sulla vita. In gioco non è un episodio sovrannaturale ma un incontro che non cessa di ripetersi. Per questo il corpo di Cristo insiste nelle sue apparizioni post-pasquali sulla spiaggia del "mare di Tiberiade", nel camminare a fianco di due suoi discepoli in marcia verso Emmaus o nel mostrare il proprio costato trafitto ai suoi discepoli radunati insieme. Ma — ed ecco la seconda intima contraddizione — mentre insiste nel mostrarsi non può non sottrarsi. «Noli me tangere!» dice perentorio rivolto a Maria Maddalena dopo esserle apparso fuori dal sepolcro. A segnalare che ciò che continua ad esistere dopo la morte non è più nell'ordine della semplice presenza, ma dell'incontro che non cessa di ripetersi.

Gesù non è stato nella sua vita un maestro tra gli altri, ma un evento-incontro che ha trasformato le vite di coloro che ha visitato. Egli non può in questo senso essere cercato tra i morti perché nella forma dell'incontro egli resta sempre vivo. Ma nessuno può possedere né trattenere la sua vita. È quello che accade negli incontri che hanno lasciato in noi un segno indelebile. Lei non è più qui, lui non è più qui, non posso più toccarlo, non posso più raggiungerlo. Ma la sua morte non coincide con la sua sparizione né con la sua putrefazione perché chi non è più qui è ancora qui, è ancora con noi, non cessa di incontrarci. Per questo Gesù può dire ai suoi dopo la sua morte: «Io sono con voi tutti i giorni».