domenica 5 aprile 2026

L'Amaca

 


La voce lieta della propaganda

DI MICHELE SERRA


Il governo Meloni non ha colpe dirette nei funesti contraccolpi economici della guerra di Trump e Netanyahu; ha qualche responsabilità, magari, nel non avere rimediato nemmeno in piccola misura al costante affanno dell'economia italiana, ben precedente questa guerra e questo governo.

La sua vera colpa, gigantesca, è avere parlato a un Paese invecchiato e smarrito senza alcuna gravità e serietà, nessun rispetto della realtà (i numeri accidenti, sono pur sempre numeri!), con i toni lieti e puerili del racconto edificante e della propaganda autocelebrativa. Non l'avessero fatto, il giudizio su Meloni e la sua pattuglia di improvvisatori sarebbe ugualmente negativo, ma più rispettoso, per la serie: ce l'hanno messa tutta, po'racci, ma non erano in grado di farcela. Così, invece, quando sarà il momento dei bilanci sarà inevitabile rinfacciare a questo governo il suo stonato trionfalismo.

Cedere alla tentazione della propaganda è un grave difetto di tutti o quasi i governanti — le eccezioni esistono. Ma quella di Meloni è stata, fino a qui, gravemente offensiva nei confronti di un popolo che, con tutti i suoi difetti e i suoi problemi, non è stupido. Sappiamo di non essere una società in rovina, ma neppure in buona salute. Perché non parlarci come si parla agli adulti? Lo sventolio incessante e non sempre congruo del tricolore, l'accusa automatica di antipatriottismo rivolta a qualunque osservazione critica, l'imbarazzante codazzo di militanti travestiti da giornalisti il cui unico obiettivo è inzuccherare i problemi e glorificare «Giorgia»: tutto questo non era obbligatorio. Non serve al Paese e danneggia per primo il governo, il cui unico organo efficiente e in perenne attività, a giudicare dal coro ormai inudibile della propaganda, sono le tonsille.

Buona Pasqua a tutti (a bassa voce).

Il filosofo e il Sepolcro

 



C'è un segreto laico nascosto nel mistero della resurrezione

DI MASSIMO RECALCATI


Il ritorno pasquale di Cristo, il suo sepolcro vuoto, raccontano a tutti gli uomini che qualcosa sopravvive alla morte: una forza indistruttibile, piena di luce, generata dagli incontri importanti della nostra vita. Capaci di lasciare un segno indelebile.

Come è possibile leggere da laici il mistero cristiano della resurrezione? Cosa ci può scuotere di questo racconto-evento se non si possiede il dono della fede?

Il cinismo scientista del nostro tempo alzerebbe a questo punto la sua mano con disincanto per affermare con sicurezza perentoria che nessun uomo può risorgere dalla morte perché la morte è il nostro destino inesorabile. Il racconto-evento della resurrezione di Cristo sarebbe allora una mesta storia di consolazione di fronte al carattere finito e leso della nostra esistenza? Sarebbe, più semplicemente, una fuga di fronte alla realtà inaggirabile della nostra fine? Ebbene contro questo riduzionismo non potremmo invece provare a trarre insegnamento dall'esperienza del risorto?

Intanto si potrebbe notare un'intima contraddizione che permea la narrazione evangelica. Gesù non è un immortale eppure vince la morte. La sua posizione non è quella che viene mitologicamente attribuita agli dei pagani o quella che la filosofia greca riconosceva all'anima, il cui carattere spirituale non può essere imprigionato nel carcere del corpo secondo una celebre immagine platonica. Gesù non scansa affatto la morte ma la incontra e l'attraversa. L'urto con la sua imminenza scava in lui l'angoscia che tocca tutti gli esseri umani di fronte all'approssimarsi della loro fine. Tanto più che tutto il suo insegnamento è stato ispirato da un profondo desiderio di vita. Per questo restituisce la vista ai ciechi e l'udito ai sordi, per questo permette ai paralitici di tornare a camminare e ai lebbrosi di essere mondati, per questo libera gli uomini e le donne dai loro rapporti di dipendenza, per questo sottrae la Legge dallo spirito di vendetta e dalla ritorsione patibolare. Insomma, egli non smette mai nel corso di tutto il suo insegnamento di fare risorgere la vita dalla morte.

La resurrezione non è dunque l'evento nel quale culmina la sua predicazione perché tale predicazione viene costantemente ispirata dalla necessità quotidiana della resurrezione. Gli esseri umani non sono fatti per morire, sosteneva Hannah Arendt, ma per nascere, per nascere un'infinità di volte. Non dunque per morire, ma per insorgere, per risorgere una infinità di volte. Per questa ragione la sua prima preghiera nell'orto del Getsemani è una supplica rivolta al padre affinché la sua propria vita possa continuare a vivere, affinché la festa della vita non termini ma continui eternamente, affinché Egli allontani dalla sua bocca il calice amaro della morte.

Se Gesù fa esperienza della morte, del venerdì e del sabato santo, della croce e della chiusura del suo corpo esangue nel sepolcro, è perché la sua vita è radicalmente umana. Nel Getsemani ha tremato come un uomo, ha sudato sangue come un uomo, ha pianto come un uomo, ha supplicato il padre come un uomo, ha vissuto il tradimento dei suoi e l'assoluto abbandono come un uomo. Nessun Dio lo ha risparmiato dall'essere uomo. Nessun Dio lo ha salvato dal suo essere uomo. La sua croce è in questo senso la nostra croce. Dei credenti e dei non credenti.

Ma è qui che tocchiamo un'altra intima contraddizione nell'evento-racconto della resurrezione. Dopo la sua deposizione dalla croce e la sua sepoltura, dopo la sua separazione dalla vita umana, Gesù riappare ai suoi. Il suo corpo falciato della morte e caduto nel nascondimento del sabato santo, perduto nel buio, ritorna alla luce del giorno. Ma non si tratta della rianimazione magica di un morto o della vita di uno spettro che ritorna dall'Ade. Il sepolcro resta infatti vuoto, non esibisce una presenza ma un'assenza. Ma questa assenza diviene una presenza che irradia. A significare — ed è questa ai miei occhi la lezione laicamente più profonda della Pasqua cristiana — che nella morte non tutto muore. Esiste un resto indistruttibile che non smette di sprigionare luce. È un grande tema biblico: ciò che resta non è semplicemente ciò che sopravvive — il corpo del risorto non è un corpo sopravvissuto alla morte — ma ciò che consente un nuovo inizio.

Accade a Noè, accade a Mosè, accade a Gesù. Un resto indistruttibile testimonia che la morte non può essere l'ultima parola sulla vita. In gioco non è un episodio sovrannaturale ma un incontro che non cessa di ripetersi. Per questo il corpo di Cristo insiste nelle sue apparizioni post-pasquali sulla spiaggia del "mare di Tiberiade", nel camminare a fianco di due suoi discepoli in marcia verso Emmaus o nel mostrare il proprio costato trafitto ai suoi discepoli radunati insieme. Ma — ed ecco la seconda intima contraddizione — mentre insiste nel mostrarsi non può non sottrarsi. «Noli me tangere!» dice perentorio rivolto a Maria Maddalena dopo esserle apparso fuori dal sepolcro. A segnalare che ciò che continua ad esistere dopo la morte non è più nell'ordine della semplice presenza, ma dell'incontro che non cessa di ripetersi.

Gesù non è stato nella sua vita un maestro tra gli altri, ma un evento-incontro che ha trasformato le vite di coloro che ha visitato. Egli non può in questo senso essere cercato tra i morti perché nella forma dell'incontro egli resta sempre vivo. Ma nessuno può possedere né trattenere la sua vita. È quello che accade negli incontri che hanno lasciato in noi un segno indelebile. Lei non è più qui, lui non è più qui, non posso più toccarlo, non posso più raggiungerlo. Ma la sua morte non coincide con la sua sparizione né con la sua putrefazione perché chi non è più qui è ancora qui, è ancora con noi, non cessa di incontrarci. Per questo Gesù può dire ai suoi dopo la sua morte: «Io sono con voi tutti i giorni».

Curricula

 

Facce da curriculum 


di Marco Travaglio 

Non bastava Miriam Caroccia, la figlia diciottenne del prestanome di Senese socia di Delmastro che la promuove amministratore senza domandarsi chi sia e dove prenda i soldi. C’è pure Claudia Conte, giovane dalle mille risorse e dai mille mestieri, fidanzata di Piantedosi. Colleziona più incarichi pubblici che selfie, ma i datori di lavoro assicurano che è tutto merito del curriculum. Pionati, direttore di Radio 1, amico ed ex compagno di liceo di Piantedosi, le ha affidato un programma su “legalità e sicurezza”, La mezz’ora legale, ma per puro merito: “Mi fu presentata da un collega al Palio di Villa Borghese” tra le fresche frasche, ma “dopo le mie verifiche ebbi la conferma di trovarmi di fronte a un curriculum buono”. Dario Nardella, eurodeputato Pd, da sindaco di Firenze la nominò nel Cda della Fondazione Marini San Pancrazio che gestisce il museo Marino Marini, ma solo perchè “aveva il curriculum”. Che diamine. I prefetti abbacinati dai suoi libri anti-bullismo, il Viminale che la piazzava un po’ dappertutto, la Difesa che la spedì in crociera sulla Vespucci, la giunta De Luca che ne valorizzò le competenze ambientali: appena vedevano il curriculum, s’illuminavano d’immenso e le spalancavano le porte e le casse. Lo dice anche lei: “Per me parla il mio curriculum”.

L’abbiamo trovato sul sito del prestigioso “Premio nazionale eno-letterario Vermentino” di cui fu insignita per un’“opera di narrativa in grado di cogliere, in maniera unica ed originale, aspetti peculiari e significativi del variegato mondo vitivinicolo e del lavoro nei campi tra i grappoli d’uva e i filari”. Eccolo: “Giornalista, conduttrice e opinionista tv, attivista per i diritti umani e delle donne, portavoce dell’Academy Spadolini, Ambassador di Assobenefit… Promuove la cultura della legalità e le politiche giovanili. Ideatrice di format Culturali e Sociali. Consegue la Laurea Magistrale in Giurisprudenza e frequenta la Scuola Politica di Sabino Cassese e la Scuola di Politiche Economiche e Sociali Carlo Azeglio Ciampi. Convinta che si possa creare valore sociale oltre che economico con la cultura, fonda ‘Shallow’, Società Benefit” con “la Mission di creare un network tra gli stakeholder del Paese affrontando le tematiche di Sviluppo Sostenibile e Responsabilità Sociale (Agenda Onu 2030) al fine di creare un’Italia migliore per le future generazioni”. Modesta com’è, si è scordata la geopolitica, in cui è ferratissima: a Coffee Break auspicò la deportazione dei gazawi, ma per il loro bene (“un aiuto per la messa in sicurezza”). Viene in mente Cetto Laqualunque: “Vogliono negare a mia figlia il posto di primario di chirurgia all’ospedale con la scusa che non è laureata. Ma a che cazzo serve la laurea? Mia figlia può operare: ha due mani da fata!”.

sabato 4 aprile 2026

Guarda un po’!

 


Scusate se rompo il silenzio di questo giorno d’attesa Pasquale, ma ieri sera guardando la celebrazione del Venerdì Santo in San Pietro - ricordate che dai segni liturgici si avverte l’aria che tira nel pontificato - ho avuto un sussulto paragonabile all’emozione dell’anziana che nel Maratoneta riconosce nella via dei diamanti a New York il feroce nazista Szell, allorché - badate bene unica inquadratura di circa dieci secondi - la tv ha inquadrato lui, al secolo Francesco Camaldo, ritornato quindi in auge dopo che il Predecessore di Leone lo aveva mandato a… ehm - allontanato. Ma chi è Francesco Camaldo? Nato nel 1952 ha nel corso degli anni raggranellato parecchie onorificenze: 

Cappellano Conventuale Gran Croce ad honorem del Sovrano Militare

Ordine di Malta

Grand’Ufficiale dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di

Gerusalemme

Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, di Casa Savoia

Commendatore del Sovrano Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio

Commendatore al merito della Repubblica Italiana

Commendatore dell’Ordine di San Giuseppe, di Casa Asburgo.


È stato segretario del potentissimo cardinale Poletti e sfiorato dal caso della scomparsa di Emanuela Orlandi. Ma veniamo alle voci: Nuzzi, e non io, afferma che negli ambienti oltre le mura, al tempo dei divertimenti, smascherati dal povero cameriere al soglio, unico colpevole per aver rivelato aberranti verità, venisse chiamato Monsignor Jessica… non aggiungo altro perché potrebbero essere solo voci… famoso per girare al tempo del Papa tedesco Josef con un enorme Suv, Camaldo era il cocco del Cardinale Testa a Pera Ruini, e molto impegnato nel circo dei fondamentalisti che vedevano e vedono la liturgia come un circolo di pochi eletti.


Papa Francesco lo lanciò, tramite fionda, lontano dal palazzo e non ne volle più sapere nulla. Ma Camaldo ora è tornato! 


L'inquadratura insolita di ieri - nulla è fatto senza una ragione nei meandri vaticani tipo la Tass russa di un tempo - unica in tutta la trasmissione per lunghezza, di una decina di secondi, cosa vuol significare? 

In chiave Santanché, che andrà a spassarsela nella commissioni Esteri viaggiando molto e per cui hanno dovuto spostare politici per farle spazio, potrebbe voler dire "amici son tornato, trattatemi bene altrimenti qualcosa racconterò in giro!"

Sia chiaro potrebbe dire anche "Ho fatto ammenda di tutto e ora ricomincio a seguire il mio incarico." 

Quello che colpisce è la possibilità che, affievolitosi il forte vento pulito dell'Argentino, i sorci rialzino la testa, avvertendo quella brezza leggera e per niente fastidiosa che potrebbe rinfocolare le antiche brame e trame al riparo da occhi indiscreti. 


Occorrerà scrutare i prossimi mesi. Se Papa Leone allargherà le maglie, i particolari ci confermeranno il ritorno di tempi che speravamo non incontrare più. 


Intanto Camaldo è tornato!  


 

L'Amaca

 


A proposito di crisi del calcio 

DI MICHELE SERRA

Leggendo della condanna per traffico di droga di un capo ultras, ennesima traccia della convivenza strutturale di criminalità (anche politica) e tifo organizzato nelle curve di molti stadi, viene da chiedersi se anche questa assuefazione al peggio non faccia parte del dibattito in corso sul declino sportivo del calcio nel nostro Paese.

Detto — va sempre detto — che non tutte le curve e non tutti gli ultras eccetera, è impossibile non prendere atto dell'impotenza, in molti casi della viltà e in qualche caso della complicità che l'ambiente calcio ha dimostrato nei confronti di certe ghenghe e certi ceffi che sugli spalti la fanno da padrone: fino al controllo di pacchetti di biglietti e dei parcheggi circostanti. Ricatti subiti per quieto vivere, violenze e intimidazioni date per scontate, incredibili scene di auto-afflizione e sottomissione dei giocatori (segno di un disastro culturale) di fronte ai capibastone del tifo, intromissione degli stessi nelle campagne acquisti come se fossero, gli ultras, ormai una componente organica del calcio nazionale. E il massiccio impiego delle forze dell'ordine (soldi pubblici in grande quantità) per gestire e attutire gli scontri tra ultras non solo attorno agli stadi, anche negli autogrill e nelle stazioni.

Chiunque sia il nuovo presidente della Federazione, si spera che tra le urgenze indichi a quel pavido mondo che uno sport — qualunque sport — non può derogare a regole di comportamento e di gestione che non prevedono, si spera, che un bene pubblico (il calcio, gli stadi) sia nella disponibilità di bande organizzate.

Anche la Nazionale è stata seguita nelle sue recenti trasferte da gruppi di tifosi, diciamolo con un eufemismo, non all'altezza dell'immagine di un Paese civile. E cominciare a preoccuparsene?

Nel sabato

 

Underdog e underpig


di Marco Travaglio 

Ora che viene giù tutto, ricordiamo come tutto era cominciato: col discorso di Giorgia Meloni per la fiducia alla Camera il 25.10.2022. Un bel discorso, almeno finché i fatti non l’hanno smontato pezzo per pezzo: “Si è polemizzato sulla nostra scelta di rilanciare la correlazione tra Istruzione e Merito. Rimango francamente colpita… Oggi chi vive in una famiglia agiata ha una chance in più per recuperare le lacune di un sistema scolastico appiattito al ribasso, mentre gli studenti dotati di minori risorse vengono danneggiati da un insegnamento che non dovesse premiare il merito perché quelle lacune non le colmerà nessun altro”. E ancora: “Sono la prima donna che arriva alla Presidenza del Consiglio, vengo da una storia politica spesso relegata ai margini della storia repubblicana e non ci arrivo tra le braccia di un contesto familiare favorevole o grazie ad amicizie importanti; sono quello che gli inglesi definirebbero un underdog: lo sfavorito che per riuscire deve stravolgere tutti i pronostici. È quello che intendo fare con l’aiuto di una valida squadra di ministri e sottosegretari”. Poi purtroppo, anziché i pronostici, ha stravolto le premesse e le promesse.

Stendiamo un velo pietoso sulla “valida squadra di ministri e sottosegretari” che oggi, se potesse e soprattutto se ne avesse una di ricambio, raderebbe al suolo con le sue mani. E parliamo del famoso Merito, già costato la faccia a Renzi (quello che “noi premiamo la conoscenza, non le conoscenze” e poi riempì le istituzioni di amici e amiche). Scegliendosi la squadra, la Meloni lo confuse col conflitto d’interessi. Crosetto presiedeva i fabbricanti d’armi? Alla Difesa. La Santanchè possedeva un lido in Versilia, il Twiga? Al Turismo. Mazzi era un manager musicale? Alla Cultura (e ora, con uno strepitoso volo pindarico, al Turismo). Poi andò avanti fra parentismo (il di lei cognato Lollobrigida per citare solo un caso) e amichettismo (nelle nomine statali e parastatali). Fino agli scandali degli underpig. O dell’“amantismo” (copyright Mario Giordano). Dalla Boccia con Sangiuliano, che se ne andò, alla Conte con Piantedosi, che resta a piè fermo perché “non farò la fine di Genny”. Infatti ne rischia una peggiore: diversamente dall’altra, questa fidanzata ministeriale di incarichi pubblici ne ha collezionati parecchi. Dice che “per me parla il mio curriculum”. Ma proprio questo è il suo guaio: conoscete un’altra che, a parità di curriculum, abbia fatto la stessa carriera senza conoscere un ministro? Che poi questo ministro ha mille risorse. Mentre tutti parlano del coming out di Claudia, arriva tra il lusco e il brusco quello di Tommaso Cerno sulla prima pagina del Giornale: “Perché sto con Piantedosi”. Tu quoque?

venerdì 3 aprile 2026

Oggi

 

«Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: "Su questo ti sentiremo un'altra volta."» (At 17,32)

Entrando nel cono d'ombra di questo giorno speciale per i credenti, le parole pronunciate dai filosofi greci nell'Areopago dopo che Paolo, da loro definito cianciatore, turbato per aver visto ad Atene moltissimi idoli, ed espostosi a parlare del Figlio di Dio che morendo e risorgendo salva l'uomo, viene appunto deriso tra ilarità e sfottò, suonano oggi più che mai come un'eclatante manifestazione del superamento di quanto narrato negli Atti degli Apostoli: dalla derisione infatti siam passati all'uso bellico della Parola, al travalicamento di ogni decenza comportamentale, alla presenza indecente di psicopatici come quella signora infoiata che proprio ieri ha divinizzato Trump, sconquassando cielo e ragione.

Se molte guerre sono state scatenate per combattere fanatismi, integralismi islamici, signori sappiate che il fanatismo e l'integralismo ora li abbiamo, per così dire, in casa. Guardate quei pazzi posizionati dal loro mentore Psicopatico in ogni angolo del potere a stelle e strisce: stordisce cuori e menti sane!

San Paolo deriso è canovaccio di questi tempi lugubri. Il cattolico è costantemente deriso, a meno che non edulcori la propria fede, trasformandola in sistema di potere, di affermazione.

Vivere il triduo pasquale oggi presuppone una fermezza importante. La critica di chi deride stride con i gesti di farsi prossimo proposti dalla liturgia; i commenti che rincorrono differenze annacquate col predecessore possono in parte essere avvalorati, ognuno in fondo rimane sé stesso, a cominciare dalla messa di ieri in Cena Domini, tra i fasti del Laterano e l'andare di Francesco nei luoghi di sofferenza come le carceri.

Condivido la scelta di Leone di celebrare nella sua Cattedrale, nel sedersi sulla Cattedra dove solo lui può sedersi, essendo Vescovo di Roma, e Papa perché Vescovo di Roma. E dalla Cattedra Leone è stato chiaro e determinato: Dio non può essere usato per uccidere popoli, per aumentare potere e ricchezze, leggasi idoli contro cui Paolo combatté all'epoca, finendo deriso dai sapienti.

Ma oggi è basilare piantarla qui, cercando quel silenzio assordante, squarciato dalle grida del Matteo di Bulgakov, capace di posizionarci nella condizione naturale che ci spetta. Senza fronzoli né ipocrisie.