La guerra, la propaganda e il capitalismo delle armi
di Luca Josi
Quando una società comincia a chiamare “necessità” ciò che fino al giorno prima avrebbe chiamato “interesse”, conviene fermarsi. Il diritto alla difesa esiste, e l’articolo 52 della Costituzione lo definisce “sacro dovere”. Proprio per questo non dovrebbe essere consegnato alla liturgia del riarmo, alla lingua degli apparati, alla propaganda che trasforma ogni prudenza in consenso e ogni domanda in sospetto. Difendere la patria è una cosa; accettare che la paura diventi industria permanente è un’altra.
Ogni riarmo produce il proprio lessico salvifico. Le armi non sono più armi: diventano “sistemi”, “architetture”, “scudi”, “ombrelli”, “capacità”, “deterrenza integrata”. Così la parola più terribile – guerra – scompare sotto la vernice tecnica della propaganda.
Vilfredo Pareto, nato a Parigi da famiglia ligure, manager, si direbbe oggi, per vent’anni, poi approdato alla cattedra di Economia politica a Losanna, fu economista, sociologo, teorico delle élite. I suoi rapporti con il fascismo nascente restano un terreno delicato: vide in quel movimento anche una reazione alla crisi del parlamentarismo liberale, fu nominato senatore del Regno nel 1923, vivendo da orgoglioso eremita in Svizzera non accettò la nomina ma morì pochi mesi dopo, prima che il regime mostrasse pienamente il proprio volto totalitario. Per questo va letto senza arruolarlo e senza espellerlo: come un pensatore scomodo, spesso irritante, ma utile quando costringe a guardare dietro le parole nobili.
A me, ligure, Pareto è sempre parso anche un fatto di carattere prima che di dottrina: una certa avarizia di illusioni, una diffidenza per le parole troppo rotonde, il sospetto che dietro ogni frase nobile possa esserci un conto economico. Nel recente Guerra e propaganda, di Vilfredo Pareto, a cura e con postfazione di Alberto Mingardi (edizioni Settecolori), questa lama taglia il nostro presente. Pareto guarda la guerra non solo come evento militare, ma come laboratorio delle passioni collettive, dei conformismi, degli interessi che cercano una veste morale. Pareto setaccia i giornali del 1918 come prove sperimentali. Vuole vedere come gli uomini trasformino sentimenti e convenienze in ragioni solenni. E lo fa con quella scrittura laterale, piena di sarcasmo, in cui perfino i gatti diventano interlocutori filosofici. Pareto, che amava i gatti almeno quanto Gino Paoli, affida a Mirrina e Timoteo il compito di smascherare gli uomini: il gatto mangia il topo, ma almeno non pretende di farlo per il bene del topo. È qui che il suo pensiero resta attuale. Gli uomini, scriveva in sostanza, non agiscono perché hanno ragione: cercano ragioni per giustificare ciò che interessi e paure hanno già deciso. Pareto chiamava “derivazioni” queste giustificazioni nobili: libertà, missione, civiltà, giustizia, difesa dei piccoli popoli, ordine del mondo. In guerra, diventano l’apparato retorico che nasconde la domanda più semplice: chi paga, chi guadagna, chi decide, chi muore?
La guerra, osservava Pareto, non crea ricchezza: la sposta. Toglie a Tizio per dare a Caio. E nelle grandi mobilitazioni belliche i “Caio” hanno sempre nomi, indirizzi, società, commesse, relazioni, fatture. È il capitalismo delle armi: non un complotto da romanzo, ma una convergenza di interessi leggibile. L’industria produce; la politica autorizza; la stampa racconta; gli esperti spiegano; il cittadino, spaventato, accetta. Chi solleva domande finisce tra i sospetti: ingenuo, disfattista, antioccidentale, imbelle. Gli americani hanno spesso rimproverato all’Italia una vocazione assistenziale verso le imprese. Ma bisognerebbe guardare anche alla loro gigantesca assistenza industriale: il Pentagono. Per molti gruppi statunitensi la commessa militare è stata una quota stabile, prevedibile, politicamente protetta. Anche la prima avventura spaziale distribuì i tre stadi dell’Apollo tra tre aziende diverse: un Cencelli lunare. Non si chiamava assistenzialismo: si chiamava frontiera, sicurezza, leadership. Eisenhower, generale vittorioso prim’ancora che presidente, non era sospettabile di sentimentalismo pacifista. Per questo il suo ammonimento sul complesso militare-industriale resta decisivo. La sua lezione non è “non difendetevi”: è difendersi senza consegnare la Repubblica a chi trae profitto indefinito dalla paura. Da qui dovrebbe partire una discussione adulta. Non dalla caricatura tra guerrafondai e pacifisti, né dall’alternativa infantile tra resa e corsa illimitata agli armamenti. Il problema non è se uno Stato debba potersi difendere. È quando la difesa smette di essere funzione pubblica e diventa ideologia economica. Il rischio ultimo è che la guerra abbia già vinto dentro il nostro linguaggio, trasformando la paura in prudenza, l’interesse in destino, il profitto in patriottismo, il dubbio in colpa.
La pace non è parola mite: è disciplina dell’intelligenza. E comincia dove la propaganda vorrebbe farla finire: dalla domanda più semplice, più antica, più insopportabile. A chi giova?