lunedì 28 agosto 2023

Tomaso e...

 

Meloni “bifronte”: maschera da statista e idee di Vannacci
IL COPIONE PERFETTO DELLA PREMIER - Copione. Affidabile interlocutrice degli Usa ma pure autrice di un libro con Alessandro Meluzzi infarcito di idee razziste. Pd e M5s devono scegliere la tattica per contrastarla
DI TOMASO MONTANARI
Ha perfettamente ragione Franco Cardini: Giorgia Meloni è molto brava a recitare. Ed è stata anche brava a scegliere il copione: quello di una destra ortodossamente neoliberista, ultra-conservatrice e soprattutto ferocemente atlantista, occidentalista e guerrafondaia.
Un copione perfetto per essere applaudita in tutte le cancellerie che prendono il la da Washington, e naturalmente perfetto per essere difesa e sostenuta dai garanti del sistema in Italia, tra i colli di Roma e i giornali di Milano. Ma questo non vuol dire affatto che non sia lecito, e anzi doveroso, fare luce su ciò che c’è dietro la recitazione, e dietro il copione. Perché il vero capolavoro della presidente del Consiglio è quello di esser riuscita a far credere che siano esistite due Giorgia Meloni, distinte e in successione: della prima (francamente fascista e razzista, discepola del repubblichino, servo dei nazisti e fucilatore di partigiani Giorgio Almirante) non resterebbe oggi alcuna traccia, mentre a Palazzo Chigi ci sarebbe la seconda (l’affidabile statista interlocutrice di Joe Biden).
Di fronte a tanta fantasia, viene in mente il mito dello sdoppiamento di Elena, per cui Paride avrebbe portato a Troia solo l’immagine della vera moglie di Menelao: anche in quel caso si trattava di salvare ad ogni costo la virtù della protagonista, e l’unico modo era sdoppiarla magicamente. E, dunque, per rimanere al mito di Elena, qual è la vera Giorgia, e quale la sua immagine? Perché la recita non è certo il fine: è ovviamente un mezzo. Una copertura per lavorare indisturbata a quello che davvero le sta a cuore.
Distinguere questi due piani è doveroso, e urgente: perché se, appunto, Giorgia Meloni sta recitando, lo fa per dare agibilità e consenso ad un progetto politico che non coincide affatto con il copione della recita, ma è invece la sua autentica visione della società, il sistema di ‘valori’ sul quale vorrebbe fondare la sua Italia. E mille indizi, sotto gli occhi di tutti, dimostrano che quei ‘valori’ sono davvero molto vicini a quelli espressi in chiaro nel libro del generale Roberto Vannacci. Per questo è sacrosanto discutere del lunare libretto sulla mafia nigeriana pubblicato nel 2019 (cioè ieri) da Giorgia Meloni con Alessandro Meluzzi e con la psicologa Valentina Mercurio.
In qualunque Paese normale, il capo del governo sarebbe messo in gravissimo imbarazzo, se non costretto alle dimissioni, dall’emersione di un simile testo. Innanzitutto, per la compagnia: come si può pensare di affidare il governo del Paese ad una leader politica che firmi un libro con una figura come Meluzzi? Personalmente mi sentirei meno preoccupato se l’avesse firmato con il Mago Otelma. Ma andiamo al contenuto, e lasciando perdere cannibalismo e magia nera, accontentiamoci di un passo, si fa per dire, ‘politico’: i richiedenti asilo sarebbero “una categoria mantenuta da tutti noi, e che gode di una franchigia giudiziaria degna degli abitanti privilegiati di una nobiltà al di sopra della legge. In una specie di razzismo all’incontrario per gli Italiani infatti c’è la legge, mentre per i richiedenti asilo c’è tutto. Un tutto senza legge, senza lavoro, con una protezione assoluta che dà un senso di ingiustizia, insoddisfazione, che alla fine finirà col produrre una qualche follia collettiva”. Le autrici e l’autore proseguono scagliandosi contro “il buonismo che ha generato questa leucemia del migrazionismo e questo senso di ingiustizia”.
Ora, è difficile trovare una narrazione più tossica: prendendo come bersaglio i richiedenti asilo si colpisce al cuore l’articolo 10 della Costituzione, trasformando le vittime in colpevoli. E lo si fa per agitare il fantasma di qualche “follia collettiva”: a cosa si allude, a un pogrom contro i rifugiati? E quale contatto ha con la realtà chi pensa che le migrazioni (definite una leucemia, con un’impennata da discorso di odio degna del codice penale) siano generate dal ‘buonismo’ occidentale, e non da una tragica situazione di bisogno determinata quasi sempre da dinamiche avviate dall’Occidente a proprio vantaggio? Chi racconta il mondo in questi termini, cosa farà del mondo quando avrà raggiunto il potere, sia pure dissimulandosi dietro una buona recita? E io non so francamente dire se insistere su questa evidenza aiuti a diminuire la presa di Giorgia Meloni sull’opinione pubblica, o se invece dicendo la verità quel consenso finisca per aumentare: questo è un problema del Pd e del Movimento 5 Stelle, che devono scegliere una tattica politica (anche se non ci dispiacerebbe riuscire ad intuirne anche la strategia). Per chi studia, legge, scrive sui giornali senza padroni, missioni o doppi fini l’unica tattica è cercare di dire la verità: e “la verità spiacevole, nella maggior parte dei luoghi, è di solito che ti stanno mentendo. E il ruolo dell’intellettuale è tirar fuori la verità. Tirar fuori la verità, e poi spiegare perché è proprio la verità” (Tony Judt).

Travaglio!

 

Il giorno della maromotta
di Marco Travaglio
L’invasione russa dell’Ucraina ha appena compiuto 18 mesi. Un anno e mezzo di guerra (in aggiunta a quella degli otto anni nel Donbass), 500mila fra morti e feriti, una decina di milioni di profughi ucraini in Europa e in Russia, mezzo Paese distrutto che richiederà almeno mille miliardi per la ricostruzione, l’Ue in recessione per le autosanzioni. Dal 24 febbraio 2022 molte cose sono cambiate nel mondo alla velocità della luce. Caduti Johnson, Truss, Marin, Rutte, Sànchez e Draghi, non Putin. L’Italia è passata dalle larghe intese alla destra della Meloni che vi si opponeva solitaria. Ma a Palazzo Chigi è cambiato solo l’inquilino, mentre il mantra resta lo stesso di 550 giorni fa: “C’è un aggressore e un aggredito, con Putin non si tratta, l’unica soluzione è la sua caduta, o la sconfitta della Russia, o il suo ritiro e intanto avanti con invii di armi sempre più micidiali e costose a Zelensky fino alla vittoria”. Mantra che porta malissimo a chi lo ripete e nulla fa pensare che possa diventare realtà.
Le controffensive ucraine sono state l’una modestissima e l’altra fallimentare. La Russia (almeno per ora) controlla la Crimea annessa nel 2014 e le quattro regioni invase nel ‘22. Le sanzioni non l’hanno isolata né mandata in default (anzi, rischiano di mandarci i sanzionatori). Putin appare (almeno finora) più saldo che mai, avendo superato anche la crisi interna più grave dell’ultimo quarto di secolo (il tentato putsch Wagner-Prigozhin). La Germania dissanguata rinvia sine die l’impegno Nato della spesa militare al 2% del Pil, come Conte impose di fare a Draghi 15 mesi fa. La Francia non vede l’ora di sfilarsi. E persino gli atlantisti più oltranzisti vacillano. La Polonia è furente con Kiev per il dumping sul grano. Usa e Uk concordano sul flop dell’offensiva ucraina. Biden (o chi per lui), persa la speranza di vendersi alle elezioni del ‘44 una vittoria militare, inizia a virare sull’unico successo possibile: quello diplomatico, anche per non farsi rubare il tempo e la scena dalla Cina. Il n. 2 della Nato ipotizza apertamente che Kiev ceda territori. E il mondo, che 18 mesi fa pareva tornato bipolare come nella guerra fredda, si scopre ancor più multipolare, con la nuova superpotenza Brics che unisce amici vecchi come Cina, Russia, Brasile, India, Sudafrica e nuovi come la strana coppia Iran-Arabia (che fino all’altroieri si sparavano in Yemen), minacciando l’impero del dollaro con una moneta concorrente. Persino nel Pd, con la Schlein, si muove qualcosa. Ma, nel governo italiano, niente. Come nel giorno della marmotta, è sempre il 24 febbraio 2022. Meloni&C., fermi sull’attenti davanti a Biden, non osano neppure domandargli se per caso, nel frattempo, gli ordini non siano cambiati.

Via al sano sfottò!

 


domenica 27 agosto 2023

E siamo solo alla seconda!

 


L'Amaca

 

L’imitazione al potere
DI MICHELE SERRA
La foto segnaletica di Trump è inclassificabile.
Tecnicamente, sarebbe cronaca: è — appunto — una foto segnaletica, scattata all’interno di una prigione presumibilmente con lestesse identiche modalità di altre istantanee “burocratiche”. Ma al nostro sguardo quel volto in posa da “cattivo” che promette vendetta sembra pura fiction: il manifesto di una serie su Trump non potrebbe scegliere un’immagine più efficace. Sembra selezionata tra decine di scatti in un teatro di posa.
Quella foto, subito iconica in tutto il mondo, sancisce una volta per sempre che il confine tra realtà e fiction è oramai irrintracciabile — una fessura quasi invisibile sotto una patina ormai pluridecennale di imitazioni reciproche tra i fatti e lo spettacolo dei fatti. Non c’è angolo della vita sociale nella quale sembri netta e bene intellegibile la distanza tra la realtà e il suo spettacolo. La criminalità, il sesso, la guerra, infine la politica sono perennemente sospesi tra la carne di cui sono fatti e il relativo show. E così come il criminale vero è sospettabile di emulare l’estetica e il linguaggio delle varie serie sulla criminalità (rovesciando il rapporto causa/effetto) e lo stupratore, tra i suoi moventi, ha l’impulso di avere qualcosa di forte da filmare e mettere in rete, Trump interpreta Trump con la passione folle dell’attore che non potrà mai interpretare un altro ruolo.
Quando si dice che “per Trump la verità non esiste”, si dice questo. Esiste un copione secondo il quale lui e il popolo americano sono defraudati e ingannati. È su quel copione che si andrà a votare negli Usa. E molti atti e pensieri, nel mondo, accadono al solo scopo di entrare a far parte del palinsesto.

Becere modifiche

 

Non aprite quelle porte
di Marco Travaglio
Mentre la libera stampa insegue l’ultima minchiata del penultimo ministro e del generale Catenacci o come diavolo si chiama, un trust di 26 cervelli messo insieme da Nordio a sua immagine e somiglianza partorisce la bozza di decreto attuativo della legge delega sull’ordinamento giudiziario escogitata da quell’altro genio della Cartabia. Con due ideone. La prima – nata dalla fertile mente dell’ex forzista e ora calendiano Costa – è una nuova voce nel “fascicolo per la valutazione del magistrato”: quella sul “complesso dell’attività svolta, compresa quella di natura cautelare”, la “tempestività nell’adozione dei provvedimenti” e le “gravi anomalie in relazione all’esito degli atti e dei provvedimenti nelle fasi o nei gradi successivi”. Il Csm dovrà tenerne conto per valutare promozioni, sanzioni e radiazioni (automatiche con due bocciature consecutive). La seconda genialata è quella che gli italiani hanno bocciato appena un anno fa bocciando i referendum contro la giustizia: far giudicare i magistrati nei Consigli giudiziari (le sezioni locali del Csm) anche dagli avvocati. A Palermo, per dire, il legale di Messina Denaro potrebbe dire la sua sul pm e il gip che hanno scovato e arrestato il suo cliente.
Il combinato disposto delle due ideone sarà una magistratura ancor più intimorita, pavida, conformista e riverente al potere di quanto già non sia dopo le cure da cavallo degli ultimi 25 anni. Se la carriera dei magistrati dipende dal giudizio degli avvocati e ancor di più dalle conferme dei loro provvedimenti nei successivi gradi di giudizio, le conseguenze possono essere solo due, entrambe nefaste. Molti giudici saranno portati a confermare le decisioni dei colleghi sottostanti, anche se non le condividono, per salvare loro la carriera (l’“appiattimento” sempre deplorato dai “garantisti”). E molti pm, gip e gup saranno indotti a chiudere gli occhi sui delitti dei potenti e ad archiviare i processi più complessi (quelli indiziari, senza pistole fumanti o confessioni), nel timore o nella certezza che i colleghi di tribunale, appello e Cassazione vedano il bicchiere mezzo vuoto o cerchino il pelo nell’uovo per allontanare l’amaro calice. Quando Falcone e Borsellino istruirono il maxiprocesso a Cosa Nostra, Corrado Carnevale divenne presidente della I sezione della Cassazione, monopolista dei processi di mafia. E iniziò a cassare condanne e arresti di mafiosi (500 in tutto) guadagnandosi la fama di “ammazzasentenze”. Ma Falcone e Borsellino continuarono ad arrestare e a processare mafiosi fino all’estremo sacrificio, perché nessuno poteva cacciarli per gli annullamenti dei loro provvedimenti. Con i “riformatori” di oggi, Cosa Nostra avrebbe risparmiato un bel po’ di guai. E di tritolo.

sabato 26 agosto 2023

L'Amaca

 

Polemiche senza sapore
DI MICHELE SERRA
Un’alta percentuale delle polemiche social, che i media “tradizionali” rilanciano con irriflessiva passività, mi sembra fuori misura, dettata dai nervi o dall’antipatia politicaassai più che dalla ragione. Sono polemiche fuori contesto e sempre più spesso anche fuori testo, nel senso che drammatizzano e alterano frasette non sempre memorabili, trattate come dichiarazioni solenni anche quando non lo sono né per l’intenzione, né per lo spessore.
Un esempio fra tanti: la frase del ministro dell’Agricoltura Lollobrigida sui «poveri» che in Italia «spesso mangiano meglio dei ricchi» è sicuramente discutibile (molte frasi lo sono), e fa un uso abbastanza equivoco del concetto di «poveri». Ma non è tale da giustificare l’ondata di sdegno che l’ha accolta. La famosa “cucina povera” è, in Italia, spesso di alto valore gastronomico, e difatti ne meniamo gran vanto, specie nel confronto con i cugini francesi, maestri della tavola “alta”, meno bravi di noi nei piatti di tutti i giorni. Con il riciclo degli avanzi i nostri antenati, e soprattutto le nostre antenate, hanno costruito monumenti al sapore e al risparmio. Lollobrigida, per giunta, faceva il paragone con iljunk food che nutre quotidianamente gli americani non di classe alta: robaccia, decisamente, e doppiamente robaccia se confrontata con l’alimentazione popolare italiana.
Lollobrigida non è — diciamo così — tra i miei punti di riferimento. Il suo caso vale però, insieme a mille altri, come eccellente esempio di una polemica fondata sul quasi nulla, e però ripresa da quasi tutti, perfino da leader politici dal clic troppo facile. Abbiamo davvero, noi tutti, così tanto tempo da perdere?