Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
venerdì 25 agosto 2023
Fantastica!
Il ministro Gino
di Marco Travaglio
Attanagliato dal sospetto che gli preferissimo Nordio e Sangiuliano, il ministro Lollobrigida ce l’ha messa tutta per entrare nelle nostre grazie. E, dobbiamo riconoscerglielo, ci è riuscito. Le sue uscite su “sostituzione etnica” ed “etnia italiana”, che ne avevano fatto l’idolo del Ku Klux Klan e l’antesignano del generale Vannacci, non erano male. E neppure l’alibi di ferro sfoderato per discolparsene: “Sono ignorante, non razzista”, che poi è il motto dell’intero governo. Ma c’era sempre un che di fuori tema o di fuor d’opera, nelle sue esternazioni, essendo lui il ministro dell’Agricoltura e Sovranità Alimentare. Mancava una bella scempiaggine attinente alle deleghe spiritosamente assegnategli dalla premier-cognata. E ieri è arrivata nel luogo più consono: il Meeting di Rimini, dove l’uditorio applaudirebbe anche il gobbo del Quarticciolo, il Canaro della Magliana e la saponificatrice di Correggio. Lì, fra le standing ovation, Francesco Lollobrigida detto Gino ha testualmente espettorato: “L’ho detto spesso agli amici degli Stati Uniti, e lo condividono anche loro (lui infatti è solito rivolgersi direttamente alle nazioni, non si sa in quale lingua, e quelle gli rispondono, ndr): sono un grande popolo, ci hanno liberati, ci hanno difesi e lo fanno ancora; ma su una cosa non ci possono insegnare niente, a mangiare”. Già, perché in Italia “c’è una grande educazione alimentare, anche interclassista: infatti da noi spesso i poveri mangiano meglio dei ricchi perché cercando dal produttore l’acquisto a basso costo comprano qualità”.
Basta andare nei negozi di prodotti naturali, biologici, chilometro zero per trovare file di mendicanti da far invidia alla Caritas e a Sant’Egidio. I ricchi invece sono tutti a sfondarsi nei McDonald’s, dai kebabbari e nei baracci più malfamati. Ecco perché il governo ha deciso di moltiplicare i poveri levando il reddito di cittadinanza, negando il salario minimo e lasciando impazzire i prezzi al carrello e alla pompa su pressione della potente lobby dei nullatenenti. Non per far la guerra ai poveri, ma per migliorare la qualità della loro alimentazione e consentire anche agli ex benestanti, finalmente piombati nella miseria, di assaporare le delizie della migliore cucina italiana. Ora, per dire, è allo studio un nuovo sms dell’Inps con le istruzioni per la tessera annonaria Dedicata a Te: “Se sei fortunato avrai 382,5 euro l’anno, ma potrai spenderli solo al banco del contadino e al negozio bio”. Novità anche in quello che leverà il Rdc ai pochi che ancora lo prendono: “Ora che sei diventato o tornato povero, sappi che lo facciamo per migliorare la tua dieta. A proposito: hai mai provato il digiuno intermittente? Mangi la prima settimana e salti le altre tre. È una figata, i ricchi se la sognano”.
L'Amaca
Cavalcare la tigre
DI MICHELE SERRA
La paura. Se la sinistra (termine che uso per convenzione) riuscisse a capire che la vera benzina della destra è la paura del domani, magari riuscirebbe a riscoprire la propria identità e la propria funzione: non avere paura del futuro, e anzi cercare di indovinarlo e anticiparlo, il solo modo, poi, per governarlo senza subirlo passivamente: cavalcare la tigre.
Paura dei migranti, paura delle relazioni sessuali che mutano, paura della globalizzazione (che rimescola e contraddice i concetti rassicuranti di Nazione e di Tradizione), paura che “italiano” diventi concetto di concittadinanza e non di “razza”, paura dell’ibridazione, della contaminazione, della novità, del cambiamento. In fondo è tutto abbastanza ben detto in quel ruvido bigino del pensiero reazionario del quale si è tanto parlato negli ultimi giorni, scritto da un parà che ha fatto carriera.
Io mi sono sentito (umanamente, non ideologicamente) di sinistra quando, forse trent’anni fa, nella cassetta delle lettere, a Milano, trovai un volantino in arabo: e ne fui incuriosito ben più che disturbato. Mi sento di destra ogni volta che penso al futuro come una degenerazione del presente, una violazione del mio quieto vivere, delle mie abitudini, di quello che già so. Per dire che non è solo ideologico, è soprattutto psicologico il confine tra le due modalità di guardare il mondo: e ciascuno di noi, nel suo piccolo, è un riassunto della grande dialettica paura/coraggio, abitudine/novità, destra/sinistra.
La sinistra, questa vecchia sinistra confusa e logora, dovrebbe imparare un mantra: domani sarà meglio, o comunque meno peggio.
giovedì 24 agosto 2023
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Belpaese
Una lunga storia di tagli e favori ai
privati. Un quarto della spesa fuori dal
pubblico
di Chiara Giorgi
Bandiera bianca. Così è stato stravolto il modello della riforma del 1979
La sanità pubblica italiana attraversa un momento molto difficile. La riduzione della spesa
sanitaria in termini reali, la delega fiscale del governo, i tagli al Pnrr, le mani avanti del
ministro Giorgetti in vista della legge di bilancio, il progetto di autonomia regionale
differenziata stanno minando alcuni principi costitutivi del Servizio sanitario nazionale,
mettendone a rischio attività e tenuta. Da tempo la sanità pubblica subisce tagli alla spesa
(in particolare dopo il 2011), riduzioni di personale e servizi, ridimensionamento delle
attività di prevenzione, dell’assistenza territoriale, mentre cresce di continuo lo spazio
lasciato alla sanità privata.
La riforma sanitaria del 1978 segnò il momento di maggior rinnovamento del welfare
italiano, creando un servizio pubblico con universalità di copertura, equità di accesso e
uguaglianza di trattamento, globalità dell’intervento sanitario, uniformità territoriale,
partecipazione democratica, finanziato tramite la fiscalità generale progressiva. Da almeno
trent’anni assistiamo a un’inversione di rotta rispetto alle origini del Servizio sanitario
nazionale che non è sfuggito alla riorganizzazione del capitalismo in chiave neoliberale.
La pandemia da Covid-19 ha portato alla luce le conseguenze più gravi: la carenza di
personale, il depotenziamento della medicina generale e territoriale, la subalternità alle
imprese farmaceutiche nella ricerca e nella produzione di farmaci e vaccini. Tuttavia,
proprio la pandemia sembrava aver riportato al centro dell’attenzione pubblica il diritto alla
salute, fisica e psichica, individuale e collettiva e, con esso, la necessità di un rinnovamento
del welfare socio-sanitario. Poteva essere l’occasione per rafforzare l’assetto sanitario del
paese a partire dalle cure primarie.
NELLA GESTIONE del Covid-19 e nelle politiche successive la direzione presa è stata
tutt’altra. La fotografia più recente è venuta dai nuovi dati Ocse, che mostrano come in
Italia la spesa sanitaria per abitante (pubblica e privata) nel 2022 è stata pari a 4.290
dollari, poco più della metà di quanto si è speso in Germania (oltre ottomila dollari), mentre
in Francia la spesa è stata di 6.500 dollari. Le previsioni per la sanità pubblica per il 2025
prevedono una spesa del 6,2% del Pil, un dato al di sotto dei livelli pre-covid in Italia e
molto inferiore alla spesa dei maggiori paesi europei.
Il governo Meloni ha portato a una grave accelerazione di questi processi. Il piano di riforma
fiscale, che abolisce l’Irap (finora destinata a finanziare la sanità), estende la flat tax contro
il principio della progressività, aumenta le agevolazioni per le assicurazioni private, avrà un
effetto immediato di riduzione delle risorse pubbliche per la salute. Si registra una grave
carenza di medici e infermieri: l’ultimo Rapporto Crea-sanità calcola, con riferimento alla
popolazione anziana, una carenza di 30mila medici e di circa 220mila infermieri (che
salirebbero a 320mila in riferimento alla popolazione over 75).
E tuttavia, vengono mantenuti i tetti di spesa per il personale sanitario che vive condizionidi lavoro sempre più difficili, con diffusi contratti precari e la crescente tentazione di fuga,
soprattutto dai settori più usuranti, verso strutture private o verso altri paesi, mentre
aumentano il ricorso e gli incentivi ai costosissimi medici a gettone. Il risultato è una
riduzione dei servizi, lunghissime liste d’attesa, ricorso alle prestazioni dei medici che
lavorano intramoenia nelle strutture pubbliche, crescenti divari tra le regioni nella qualità e
quantità dei servizi forniti, espansione della sanità privata.
E POI C’È IL PNRR, che non prevedeva sin dagli inizi gli aumenti di spesa corrente
necessari a far funzionare le nuove strutture previste, le Case e gli Ospedali di comunità,
che peraltro rischiano un ridimensionamento con le recenti proposte di revisione del
governo.
Il processo di privatizzazione marcia dunque velocemente attraverso il definanziamento del
servizio sanitario nazionale e il dirottamento di risorse pubbliche verso la sanità privata.
Crescono l’affidamento di servizi a privati accreditati e le esternalizzazioni; attraverso
convenzioni e contratti, viene trasferita la responsabilità parziale o totale della fornitura di
servizi clinici o non clinici al privato. In Italia la quota della spesa sanitaria pubblica
destinata a operatori privati per i servizi svolti è arrivata al 22%, con Lazio e Lombardia che
raggiungono il 30%.
In questo contesto, si registra un progressivo incremento della spesa sanitaria sostenuta
direttamente dai cittadini per l’acquisto di servizi sanitari privati out of pocket, che
rappresenta più del 20% della spesa sanitaria complessiva. Queste risorse si traducono in
nuova domanda per ospedali e centri diagnostici privati e per le aziende farmaceutiche,
così come cresce il ruolo delle società di assicurazione che forniscono servizi in campo
sanitario, favorite dagli incentivi offerti al welfare aziendale con la defiscalizzazione dei
contributi pagati dalle imprese. È un settore in rapida trasformazione, con processi di
concentrazione e l’affermarsi di multinazionali straniere in campo diagnostico, assicurativo
e farmaceutico.
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