Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
martedì 26 ottobre 2021
Amici votate!!
Travaglio!
Non si butta via niente
di Marco Travaglio
Dovendo scegliere una canzone simbolo del 2021, non avremmo dubbi: “Ancora tu” (ma non dovevamo vederci più?). Per il proverbio: “Del maiale non si butta via niente”. E per l’odore: un misto fra due fragranze che iniziano per emme, la seconda delle quali è la muffa. L’Italia che doveva uscire dalla pandemia nuova e migliore perché nulla fosse più come prima, si ritrova vecchia e peggiore perché tutto sia come prima. Ma non il “prima” immediato del 2019: il “prima” preistorico di decenni fa. Il premier è un banchiere scoperto dalla destra Dc nel 1983. L’unico candidato ufficiale al Quirinale è un vecchio puttaniere, pregiudicato e finanziatore della mafia che infesta l’Italia dagli anni 70. Repubblica apre con un’intervista al ministro Brunetta, che negli Ottanta consigliava Craxi su come sfondare le casse dello Stato e ora illustra un progetto appassionante, almeno per i nostalgici degli anni 50: il centrismo. Nelle piazze tornano dopo mezzo secolo in forma farsesca la strategia della tensione e gli opposti estremismi. Le elezioni comunali si giocano sull’arrapante contrapposizione degli anni 20 (ma del secolo scorso): fascisti-antifascisti. Il governo riesuma dall’avello la riforma Fornero, datata 2011 e bocciata dagli italiani in tutte le elezioni degli ultimi dieci anni. E, già che c’è, riciccia pure la Fornero come persona, in veste di consulente. La ministra Lamorgese, con uno dei suoi proverbiali moti ondulatorii, arruola Bobo Maroni, che guidava il Viminale nel 1994, per combattere l’illegalità nel mondo del lavoro: lo stesso che nel 2010 annunciò querela a Saviano a nome della Lombardia perché osava ipotizzare la mafia al Nord.
Il noto “rottamatore” di Rignano, che nel 2013 scalò il Pd col chiodo alla Fonzie per rinnovare la politica, cena in Sicilia con Miccichè, che insieme al retrostante Dell’Utri sogna un grande centro con Cuffaro e altri teneri virgulti. Il ministro-ossimoro della Transizione ecologica Cingolani e quello dello Sviluppo Giorgetti resuscitano il nucleare. Il capo dei vescovi benedice in Draghi l’“uomo della Provvidenza”, come già Pio XI con Mussolini. Alla Rai il neo-amministratore tanguero Fuortes impone l’obbligo del “lei”, in attesa del “voi”. Sorgi, su La Stampa, invoca un “governo militare” se – Dio non voglia – cadesse l’attuale. Mieli, sul Corriere, butta lì un altro ballon d’essai: “E se decidessimo di non votare mai più”? E Repubblica, quella di sinistra, titola: “Pensioni, Lega verso il sì. Ma c’è lo scoglio dei sindacati” (aboliamo pure quelli?). Però il premier “tira dritto”, come la Buonanima. Mancano solo i telefoni a gettone e il borsello a tracolla. I seggi sono vuoti, ma in compenso la fiera dell’antiquariato è sold out.
A cena
Sembrerà strano, probabilmente dovuto alla mia formazione cattolica, ma io andrei a cena con il signor Fabio Tuiach, leader dei no vax di Trieste, che alcuni mesi fa dichiarò che il Covid "era una punizione divina contro i froci" ed ora, lo ha detto lui, colpito dal virus e a letto con 39 di febbre. MI siederei davanti ad un piatto prelibato e gli direi "oggi mi si è rotto il tubo dell'acqua e ho chiamato il mio parrucchiere per cercare di ripararlo!" Probabilmente il Tuiach obbietterebbe " e perché il parrucchiere e non l'idraulico?" E allora alzando il calice gli ribatterei "parli proprio tu che ascolti uno che ti convince a credere che il virus si possa trasmettere anche dall'acqua lanciata dagli idranti?" Per vedere l'effetto che fa.
(Potrebbe verificarsi anche la possibilità, non remota, che il Tuiach non obbietti nulla sulla chiamata del parrucchiere - idraulico. Nulla di strano: essendo fascista, la distorsione della realtà agevolerebbe in lui l'acquisizione a verità di una solenne fetecchia, come quelle in giro da quelle parti, tipo "il Crapone qualcosa di buono però lo fece...")
L'Amaca
L’organizzazione della pazzia
di Michele Serra
C’è il fascista triestino che prende il Covid e sostiene che la colpa è degli idranti della polizia, che “un cattolico non può avere paura del Covid” e che i virus sono “una punizione divina per i froci”.
C’è la No Green Pass romana che schiaffeggia in metropolitana una giovane dottoressa perché il personale medico è nemico del popolo. C’è la candidata trumpista alla carica di governatrice del Nevada che nel suo spot elettorale, come grande prova di destrezza politica, spara alle bottiglie con un pistolone.
E ci sono decine di dichiarazioni strampalate, veementi, incomprensibili, struggenti nei tigì di questi giorni, vaniloqui che farebbero sorridere se non portassero in piazza migliaia di persone: nella massima parte, sia ben chiaro, brave persone.
Le categorie politiche non bastano a capire che cosa sta succedendo in quella porzione di mondo che chiamiamo Occidente. Il complottismo, Qanon, l’assalto al Campidoglio, gli elmi cornuti, la denuncia della Dittatura Sanitaria, la stessa apparizione dell’incredibile Trump sulla scena mondiale, consentono una lettura solo parzialmente politica. Tantomeno ideologica. Valgono meglio le categorie psichiatriche: e sia detto senza nessuna superficialità o irrisione, semmai con la massima considerazione della sofferenza e del disagio di chi le porta addosso.
Ma questa è la sostanziale novità dell’epoca: la pazzia come agente politico, come organizzatrice delle folle. Poiché sono i regimi autoritari che bollano e dannano la pazzia, alle democrazie spetta il compito (ben diverso) di cercare di capire come mai, in misura così evidente, la pazzia abbia preteso e ottenuto la sua rappresentanza politica.
lunedì 25 ottobre 2021
Interessante Tomaso
Il “paradiso” di Mr Prada e la spiaggia inaccessibile
di Tomaso Montanari
“Vi fate schiavi: e poi odiate il padrone. Vi togliete tanto di cappello quando passano, e poi gli urlate dietro. Mi fa ridere che venite qui da me a sparare parole contro i potenti, quando i potenti li acclamate sempre e li festeggiate: riempite le piazze per i funerali dei re e per le nozze dei principi (…) Vi dico di drizzare la schiena, di guardare negli occhi la verità: se i potenti e i ricchi vi sembrano lo specchio dell’ingiustizia, allora smettetela di prenderli a modello!”. Questo passo delle prediche di Savonarola, riscritte da Stefano Massini e messe in scena dalla Comunità delle Piagge, va al cuore del rapporto tra gli italiani di oggi e i potenti, compresi i padroni dell’immaginario, tra i quali i signori della moda italiana.
Già, da che parte giocano oggi i grandi stilisti? Sono venerati come padri della patria (che oggi si chiama “brand Italia”), trattati come guru della cultura e celebrati come artisti alla pari di Leonardo e Michelangelo: ma in questo lento e inesorabile tramonto della nostra democrazia, in che direzione pesano? I segnali sembrano contraddittori, tra occupazione dei grandi siti culturali pubblici e slanci sociali, mega evasioni fiscali e apparente mecenatismo culturale.
Un caso recente dà da pensare. Un bell’articolo di Gea Scancarello su Domani ha raccontato di come Patrizio Bertelli, mister Prada, abbia comprato qualche settimana fa (per 18,4 milioni di euro) da una vecchia famiglia aristocratica il paradiso di Cala di Forno, nel Parco della Maremma: torri medievali e poi medicee, dogana granducale, bosco, case coloniche e accesso alla spiaggia. I vincoli impediscono di fare resort di lusso o piste da elicottero (motivo per cui un oligarca russo ha rinunciato all’acquisto), ma è un fatto che chi possiede la tenuta può rendere difficile (in barba alla legge) l’accesso alla spiaggia. Che è naturalmente demaniale, ma che si raggiunge da terra solo con una strada privata, che ora per esempio è sbarrata (con la scusa del Covid). In questi giorni un movimento di cittadini dà battaglia e raccoglie firme perché il Ministero della Cultura eserciti il suo diritto di prelazione, e compri per tutti almeno gli edifici storici.
È una possibilità concreta per salvare quello straordinario bene comune, e ce ne sono anche altre due: diametralmente opposte nel metodo, ma in realtà coincidenti negli obiettivi e nel risultato finale.
La prima. Lo Stato potrebbe espropriare Cala di Forno. L’articolo 1 della legge 327 del 2001 stabilisce che l’espropriazione è funzionale all’ “esecuzione di opere pubbliche o di pubblica utilità”, e al comma 2 chiarisce che, ai fini dell’esproprio, “si considera opera pubblica o di pubblica utilità anche la realizzazione degli interventi necessari per l’utilizzazione da parte della collettività di beni o di terreni, o di un loro insieme, di cui non è prevista la materiale modificazione o trasformazione”. Dunque, lo Stato – uno Stato in cui, secondo Legambiente, il 50% del litorale sabbioso è sottratto di fatto all’uso collettivo – potrebbe dare un segnale straordinariamente forte mettendo fine d’autorità alla privatizzazione di un luogo simbolo. Naturalmente l’ammontare dell’indennizzo è già noto: il prezzo fissato nel contratto di vendita. Dunque, nessuna prevaricazione sovietica, ma sostanzialmente una forma di prelazione che consenta di non acquisire solo gli edifici storici ma anche il terreno: ricostituendo, e offrendo all’uso pubblico, quell’unità di paesaggio e patrimonio storico e artistico che è la forma stessa dell’Italia.
La seconda possibilità. Patrizio Bertelli compra tranquillamente tutto, e poi lo dona liberamente al Parco della Maremma, ente pubblico della Regione Toscana. E lo fa – sogniamo – dichiarando pubblicamente che intende così attuare il secondo comma dell’articolo 42 della Costituzione della Repubblica: “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”. Un magnate che prende consapevolezza che in Italia esiste un enorme problema di redistribuzione della ricchezza; un ricco che capisce che non basta il mecenatismo autolegittimante delle grandi mostre e delle fondazioni private, ma che bisogna ricostruire l’idea stessa di ricchezza pubblica; un signore della moda, che vive dei bisogni indotti nei consumatori, che sceglie di mettere i suoi beni al servizio dei cittadini: e che dunque autolimita la sua proprietà privata per renderla – letteralmente – accessibile a tutti. Possibile?
Come mezzo millennio fa notava Savonarola, i ricchi e i potenti vogliono esser presi a modello pur continuando a farla da padroni. Sulla spiaggia meravigliosa di Cala di Forno, lo Stato o Mr Prada potrebbero provare a cambiare questo paradigma secolare: uno dei due lo farà?
Iscriviti a:
Commenti (Atom)


