domenica 9 maggio 2021

Fine dell'ascolto!

 


Una notizia così sconquassa l'aere, affloscia l'umore, spedisce in depression mode! 

Che farò ora, che ascolterò durante le notti insonni? 

Credo di non riuscire più a risollevarmi! Frantumerò l'iPod!!

W Big Pharma!!


IL VERTICE DI OPORTO
Altro che Biden, la Ue si schiera con Big Pharma e isola Francesco
di Sal. Can.

L’Unione europea, a cominciare da Mario Draghi, preferisce la parte del mercante di vaccini – “la farmacia del mondo” dice Ursula von der Leyen – piuttosto che sostenere la proposta di sospendere la proprietà intellettuale contrastata con forza da BigPharma. A conclusione del vertice di Oporto, i 27 si sono ricompattati sulla proposta “più semplice”, come ha detto Draghi in conferenza stampa, “di rimuovere il blocco delle esportazioni che oggi gli Usa per primi e il Regno Unito continuano a mantenere”. La Ue quindi sarà la “farmacia del mondo”, ha rilanciato Von der Leyen ricordando il contratto con Pfizer per un totale di 1,8 miliardi di dosi “da poter donare o rivendere in modo da poterle offrire per esempio anche ai nostri vicini”. Appunto, i mercanti del mondo.

Eppure Draghi ha dovuto riconoscere, spiegandolo anche ai colleghi nel corso working dinner, che da un lato ci sono milioni di persone che stanno morendo e dall’altro le grandi case farmaceutiche che hanno avuto sovvenzioni governative imponenti. Ma alla fine vince Angela Merkel che di danneggiare le aziende farmaceutiche, a cominciare da BionTech, non ne vuol sapere. Resta isolato anche il Papa, che ha chiesto la sospensione dei brevetti definendo la proprietà intellettuale una “variante del virus”. L’Europa è cristiana solo quando vuole comprimere diritti, mai quando si tratta di estenderli.

Finale scritto

 


Solo in queste lande!

 


Siamo alle comiche e, trattandosi del Comico per antonomasia, non ci stupiamo più di tanto: questo signore, che è anche senatore, invece di spiegare cosa ci faceva in un autogrill con uno personaggio come Mancini, prezzo grosso dei servizi segreti, salvato dal governo del Bomba da una condanna grazie al ricorso al segreto di stato, lo stesso giorno in cui attaccò smargiassamente "Giuseppe Persona per Bene" proprio perché l'allora Premier avrebbe voluto a sé le deleghe sui servizi segreti. Ebbene: invece di spiegarci il perché dell'incontro, il Saltimbanco denuncia chi filmò l'evento, a suo dire intercettato ed organizzato. Il classico dito al posto della Luna. Ma quel 2,2% della sua Italia (Semi)Viva ci fa ben sperare. Nella tanta desiderata sua scomparsa nel benefico anonimato, Adieu Bomba!

sabato 8 maggio 2021

Pubblicità!



Grattatori di gonadi di tutto il mondo, unitevi!

L'Amaca .. Hic!

 

Un nome già assegnato
di Michele Serra
A Bruxelles si discute di vino de-alcolizzato o del tutto analcolico, cioè di una bevanda che potrebbe continuare legalmente a chiamarsi vino pur non essendolo più. Al di là di ogni lecito argomento sanitario, commerciale, agroindustriale, notizie come questa diffondono nell’aria uno dei profumi più inconfondibili della nostra epoca: e non è profumo di vino. È profumo di niente.
Il vino è, da quattro o cinquemila anni, una bevanda alcolica, perché la fermentazione della frutta, che è piena di zuccheri, genera alcol. Se uno non vuole ubriacarsi, beve acqua. Oppure beve poco vino. Si ha facoltà di rinuncia. Si ha l’arma della sobrietà e della misura. Ma rinuncia, sobrietà, misura non sono virtù compatibili con la società dei consumi, che si regge sull’ingordigia, e sull’amore per le grandi quantità. Ecco l’idea, a suo modo geniale, del vino senza alcol: gli levi l’anima ma lo chiami con lo stesso nome, così si possono tracannare due bottiglie senza stramazzare, si può mettere il guinzaglio a Dioniso, si può fingere che il convivio non consumi il fegato, che la vita non abbia mai un prezzo da pagare, a parte il prezzo di listino dei vari prodotti. Tutto dev’essere per tutti, via gli spigoli, le asperità, i pericoli, le conseguenze non sempre salubri del piacere.
Bere vino senza rischiare di ubriacarsi è tal quale salire in montagna senza faticare, viaggiare senza spaesarsi, mangiare senza appesantirsi: è il mito contemporaneo della vita light, a rischio zero, basta pagare un modico biglietto di ingresso. Liberissimo, chi lo desidera, di produrre una bevanda analcolica a base d’uva. Ma non la chiami vino, quel nome è già assegnato.

Dai Incazziamoci!

 

Se volete impregnarvi di un po' di quella benefica incazzatura da sempre essenziale per allontanare l'allocchismo, ecco l'intervista all'ex Celeste, oggi pregiudicato, pubblicata su La Nazione.
«Ero il Celeste: adesso esco due ore al giorno Sono caduto dal Pirellone, così risalgo la vita»
di Sandro Neri
MILANO La casa è un piccolo e silenzioso appartamento ricco di libri, foto e oggetti di design. «È di un amico, che me l’ha messo a disposizione: io non sono in grado di pagare l’affitto», dice subito. «Ci viviamo in due, io e un docente universitario, entrambi Memores Domini», l’associazione laicale di consacrati nata da Comunione e Liberazione di cui Roberto Formigoni fa parte dal 1969. «La scelta della verginità come risposta a una vocazione, cioè a una chiamata», racconta l’ex senatore nel libro Una storia popolare, appena pubblicato. Il bilancio di una vita in politica, senza rimpianti e con poche ammissioni. Non quella di colpevolezza.
«Sono stato condannato per corruzione, ma l’avvocato Franco Coppi, uno dei più grandi penalisti italiani, ha dichiarato pubblicamente “condannato senza una colpa e senza una prova“»: 5 anni e 10 mesi di carcere che, dopo 150 giorni di detenzione a Bollate, Formigoni sta scontando agli arresti domiciliari, in attesa di essere affidato ai servizi sociali. «Posso uscire due ore al giorno, al mattino, ma posso vedere gli amici».
Come trascorre la sua giornata?
«In attesa che il Senato decida riguardo alla mia pensione. Non il vitalizio, ma la pensione accantonata negli anni e detratta dai miei emolumenti. Sono 2.200 euro che il Senato vorrebbe togliermi. Come occupo il mio tempo? Sono uno spirito attivo. Mi sono inventato piccoli lavori per mantenermi, studio e leggo molto. E ricevo un mucchio di gente. Anche giovani che vengono a chiedere consiglio».
Su cosa? 
«Consigli per fare politica. Dedico a loro lezioni di gruppo, gratuite. Ma una scuola di formazione scientifica mi ha invitato a tenere un corso dal prossimo autunno, questa volta remunerato. Una scuola di politica».
Il libro sulla sua carriera è un modo per consolarsi o una sfida ai suoi detrattori? 
«Lo devo all’insistenza degli amici che volevano che non andasse dispersa l’esperienza del Movimento Popolare e dei 18 anni in cui ho guidato la Regione Lombardia».
Nella prefazione il cardinale Camillo Ruini scrive: «Formigoni è stato costretto a una conclusione traumatica e immeritata della sua esperienza politica». Per un cattolico suona come un’assoluzione... 
«Sono grato per ciò che Ruini dice di me, tanto più che poi aggiunge “che la fine di quell’esperienza è stata un danno non solo per lui ma per quanti condividono con lui una certa visione dell’Italia“». 

Lei ha rappresentato per anni l’immagine del potere.  Era consapevole di come la sua figura era percepita? 
«Assolutamente sì. Ho esercitato il potere, più che da parlamentare, da Presidente di Regione. Il potere di fare. Quando arrivo al Pirellone, nel 1995, non faccio spoils system: chiedo a tutti di collaborare al mio programma. E trovo gente che accetta la mia proposta. Poi sono andato a cercare i migliori dirigenti in tutt’Italia, perché volevo una grande squadra». 

La chiamavano «Il Celeste»: la fa sorridere o la irrita? 
«Mi fa sorridere. Quel nomignolo, inventato da un compagno di giunta, era a metà fra l’ammirazione e una simpatica presa in giro. In effetti, il mio ufficio era in cima ai grattacieli più alti d’Italia. E quando il Celeste scendeva nell’aula del Consiglio regionale si faceva subito silenzio... Poi partivano gli attacchi». 

Nel 1975 è stato il primo presidente del Movimento popolare: cosa resta ora di quell’esperienza sul piano politico? 
«Resta un’eredità di metodo e di cose costruite. Abbiamo dato vita a cooperative di lavoro e a centri di solidarietà. Abbiamo creato il Meeting di Rimini e scuole paritarie che sono tuttora realtà importanti». 

Passiamo a Cl. Cosa la folgorò di don Luigi Giussani? 
«Mi ha mostrato un cristianesimo come capacità di apprezzare ogni esperienza umana, come curiosità per l’uomo e la sua storia. Fede e ragione vanno a braccetto: è un cristianesimo che dà significato a tutti gli aspetti della vita». 

Perché, allora, non ha fatto il sacerdote? 
«Perché in me il richiamo all’esperienza religiosa conviveva con la necessità di vivere tutto questo dentro un lavoro. Io ho insegnato e poi ho fatto politica». 

Cl viene spesso percepita come un gruppo di potere. 
«La verità è diversa. Nella mia sanità, tacciata di essere un feudo di Cl, su 80 direttori generali i ciellini erano solo 4; tra i primari ospedalieri erano tra il 5 e il 6 per cento». 

Non c’è solo la sanità. 
«Se parliamo degli imprenditori e della Compagnia delle Opere, parliamo di privati che si sono consorziati e hanno fatto rete per lavorare. Una piccola Confindustria? Questo non vuol dire essere un gruppo di potere». 

Cosa pensa di papa Francesco? 
«È il mio papa. Come ha detto lui stesso, viene dalla fine del mondo. Cioè da un mondo diverso dal nostro. Quello che a volte disturba delle sue posizioni dipende solo da questo. Ma la sua elezione è la prova della grande capacità che la Chiesa ha di rinnovarsi. Ce n’era bisogno». 

Nel 1984, alle Europee, la votano 454.000 persone; alle Politiche del 1987, 150.000: più preferenze del capolista Virginio Rognoni che era ministro della Giustizia. Cosa c’era dietro?
«La Dc cominciava a perdere colpi. C’era forte l’esigenza di un cambiamento della politica. La nostra azione ha rappresentato una speranza. Il Meeting di Rimini ne è il simbolo. Io ero il portavoce del movimento che l’aveva creato. Chi mi ha votato, nell’84, voleva dare forza a questa spinta di rinnovamento». 

La accusano di aver appaltato la sanità lombarda ai privati. 
«Non l’ho appaltata né svenduta. La sanità lombarda, nel 1995, era in crisi, con liste d’attesa lunghissime. I pazienti si rivolgevano già al privato, per accorciare i tempi. Dovevano però pagare cifre altissime. Di qui l’iniziativa di coinvolgere strutture private specializzate in alcune patologie. Sette-otto ospedali privati, pagati però come quelli pubblici. Perché i lombardi mi votavano? Perché apprezzavano la riforma, con la quale anche i nullatenenti potevano farsi operare negli ospedali migliori senza pagare una lira». 

Da un anno la sanità lombarda è sotto attacco. 
«Dopo di me la sanità territoriale è stata indebolita e questo col Covid ha creato problemi. Gli attacchi però sono sproporzionati». 

Nel suo passato anche una sua relazione sentimentale. Non aveva preso i voti di castità? 
«Infatti quella relazione è stata un errore. Non era compatibile con la mia appartenenza ai Memores Domini». 

Cosa c’entra il potere con la vita in povertà? 
«Ci sono re che sono diventati santi. Il potere non è contrario al cristianesimo. La politica come servizio è un’alta forma di carità». 

Nel libro fa autocritica su alcuni passaggi, ma non sulle vacanze che l’hanno portata sotto processo.
«È stato un atto inopportuno, non un reato». 

La Corte dei conti le ha sequestrato milioni di beni e persino centinaia di bottiglie di vino custodite nella cantina di Sadler. 
«I milioni non li ho mai avuti e le bottiglie, come la barca delle vacanze, erano del mio amico Piero Daccò». 

Un lobbista della Regione. Mai pensato che tutto questo prima o poi le sarebbe stato contestato? 
«Talvolta ho pensato che me l’avrebbero fatta pagare, ma non per i reati che non ho mai commesso, ma perché ero un personaggio scomodo, controcorrente, che urtava i poteri forti e che riceveva consensi altissimi che davano fastidio, come era successo ad Andreotti e ai capi della Dc, a Craxi, a Berlusconi. Mai però a uno della sinistra». 

Lo dicono tutti i condannati per corruzione. Il solito nodo politica-giustizia? 
«Su questo non mi pronuncio. Gli atti del processo parlano da soli». 

Come vede la politica italiana di oggi? 
«Sempre più debole e gli italiani sempre più confusi. Auspico la rinascita di un centro che non sarà la Dc, ma una forza moderata che sappia mediare fra destra e sinistra. Chissà che non spunti un cavaliere bianco...». 

Chi potrebbe essere? 
«Mario Draghi. Se dovesse scendere nell’agone politico potrebbe incarnare perfettamente questo coraggio di cambiare le cose».