Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 13 febbraio 2019
Travaglio!
mercoledì 13/02/2019
I vedovi
di Marco Travaglio
La vedovanza è sempre una condizione penosa, dunque i vedovi del Tav meritano grande rispetto, oltre alle condoglianze di rito. Dev’essere terribile perdere all’improvviso la compagna di una vita (la chiamano “la Tav”). E ancor più doloroso scoprire che era un compagno (un treno merci). Né può sollevarli apprendere che quel compagno non è mai esistito: il buco di 57 km a cui avevano dedicato 30 anni di vita era solo il frutto della loro fantasia, meno consistente di una bambola gonfiabile. Così come il “cantiere” che i poveri umarell ogni tanto visitavano, senza che nessuno li avvertisse che era solo per un paio di buchetti esplorativi. Così ora non avranno neppure una tomba su cui piangere, né una bara vuota su cui deporre fiori. Il caro estinto era molto caro, questo sì: 1,4 miliardi già spesi per fingere di fare una cosa inutile che alla fine della fiera ce ne avrebbe fatti perdere altri 7 o 8.
Un Paese serio, dopo il rapporto costi-benefici del governo, la finirebbe qui. Ma siamo in Italia, dunque il coro dei vedovi e delle prefiche seguiterà a strillare un altro po’. Chi ha pagato mazzette e vorrebbe avere qualcosa in cambio. Chi le ha prese e teme di doverle restituire. Chi aveva promesso a costruttori e coop rosse una paccata di soldi nostri e ora deve render conto. E i trombettieri del Tav travestiti da giornalisti, che spacciavano per oro colato i dati farlocchi della Banda del Buco, vaneggiando di collegamenti con la Francia e l’Europa (già collegate), di mega-boom del Pil, di mirabolanti vantaggi ambientali, di miracoli che tramutano i Tir in treni e la gomma in rotaia, di nuove Transiberiane da Lisbona a Kiev (disegnate a pennarello). Dovrebbero ammettere di aver raccontato un sacco di balle. Oppure, vedi Repubblica e l’Espresso, spiegare perché fino a pochi anni fa pubblicavano le inchieste di Luca Rastello e Tommaso Cerno (e anche commenti di Adriano Sofri) contro il Tav e ora, proprio in articulo mortis, hanno sposato il carissimo estinto, unendo le nozze alle esequie. Le prime reazioni frignanti dei vedovi inconsolabili all’atto di morte di 80 pagine consegnato al governo dal prof. Ponti e dai suoi 4 colleghi sono peggio di quelle dei No Vax o dei fan di Stamina dinanzi alle evidenze scientifiche: perché, diversamente da questi, quelli si piccano di essere moderni, istruiti, scientifici, competenti. Anzi, passano il tempo a denunciare le fake news degli altri. Purtroppo, dinanzi alle decine di tabelle, dati e calcoli scientifici dei cinque esperti, non oppongono nulla che ricordi non dico la scienza, ma neppure la tabellina del 2.
Che so, un’addizione, una sottrazione, una divisione, una moltiplicazione sbagliata. No: frignano e basta. Del resto la loro analisi costi-benefici era affidata a 7 madamine torinesi, note scienziate, al momento disperse. L’analisi vera dice che i benefici del Tav sono di 800 milioni, non di 20 miliardi come dicevano i costruttori Telt? E vabbè, pazienza. Le merci necessarie per giustificare l’opera dovrebbero essere 25 volte quelle attualmente circolanti, e anche in quel caso il Tav sarebbe in perdita, visti i 2 mila Tir giornalieri al Fréjus contro gli 80 mila sulla tangenziale di Torino? Massì, dai, arrotondiamo. La Co2 risparmiata sarebbe lo 0,12% delle emissioni nazionali? Che sarà mai. Il guadagno di tempo da Milano a Lione sarebbe di 1 minuto e 20 secondi? Vuoi mettere. Nessuno prova a smentire un solo dato. Meglio affidarsi alle supercazzole. Per Repubblica l’analisi di Ponti&C. è “una partita truccata perché 5 tecnici su 6 erano schierati” (cioè avevano dei dati e delle idee anche prima, e sono rimasti coerenti), mentre “il sesto, Pierluigi Coppola, non ha ritenuto sottoscrivibile il documento: una spaccatura che mette in discussione la terzietà delle conclusioni”. Cioè: 5 dicono una cosa, il sesto ne dice un’altra (non si sa quale) e chi vince? Il sesto: “l’unico a non aver espresso in precedenza una opinione negativa sul progetto” (era Sì Tav, quindi era imparziale; invece gli altri non sono “terzi” (infatti sono quintupli).
Un altro bel vedovo, l’ex capo dell’Osservatorio di governo Paolo Foietta, parla di “analisi-truffa”. Smentisce almeno un calcolo? No, però “i tecnici hanno attaccato il carro dove voleva il padrone”. Il guaio è che Ponti non ha padroni e lavora gratis, mentre lui un padrone ce l’aveva: i governi Sì Tav che lo pagavano. Chiamparino, ex sindaco, ex banchiere e si spera presto ex governatore del Piemonte, dice che è “come affidare a Dracula la sorveglianza sulla banca del sangue”. Buona questa, infatti non è sua: è di Grillo su Gava ministro dell’Interno. Ma qui l’unico Dracula è Chiamparino, che svuotò le casse del Comune con le Olimpiadi del 2006 e ora vorrebbe proseguire l’opera con le casse dello Stato. Il nostro vedovo preferito è il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, noto collezionista di fiaschi: “L’apertura di questi cantieri a regime determina 50 mila posti di lavoro”. Tutte balle: l’occupazione prevista è di 4 mila addetti che, per un’opera da almeno 13 miliardi, ci costerebbero 3,2 milioni a cranio. Prezzi modici. Massima solidarietà a Marco Imarisio del Corriere, che ha dedicato gli ultimi dieci anni a dipingere il Tav come la nona meraviglia del mondo, i No Tav come le nuove Br e le madamine come le reincarnazioni di madame Curie. “Le cifre catastrofiche citate nel documento – scrive, senza smentirne mezza – non corrispondono affatto alla verità assoluta, ma alle personali convinzioni del gruppo di studiosi… Per citare lo stesso prof. Ponti, i ‘suoi’ risultati sono frutto di studi e metodi personali”. Ma va? Un analista utilizza i suoi metodi personali, anziché quelli delle madamine. E manco una telefonata a Imarisio. Ma sarà legale?
Macchietta belga
Pur essendo Carnevale, questa macchietta belga riesce lo stesso a strabiliami per l'ilarità emanante dalla sua maschera di giullare, di rappresentante un mondo con i giorni contati. Infatti questo Guy Vernhofstadt capo gruppo dell'Alde al Parlamento europeo, o meglio, al tempio della burocrazia di Bruxelles, ha trovato il modo di irride il nostro Presidente del Consiglio, dandogli del burattino. E gli allocchi nostrani, gondolandosi per l'epiteto non hanno compreso che tutto il paese è stato irriso da questo saltimbanco, da questo spargi timbri ed infiaschiatore di aria fritta, senza storia né futuro. Perché infatti a maggio sloggerà assieme a Gin Tonic, al randellante Moscovici che guarda a casa degli altri avendo avuto un passato di sforatore di bilanci francofoni. Ma torniamo a Guy: leggo su Wikipedia che oltre alla carriera politica questo giullare è stato dal 2012 amministratore delegato della Sofina, fondata con capitale tedesco ed americano
"ed è stata inizialmente coinvolta in una serie di importanti investimenti e concessioni internazionali nei settori dell'energia e dei trasporti in Europa e America (compresi tram, elettricità, petrolio greggio, ecc. In Spagna, Portogallo, Ungheria, Argentina, Italia, Francia, ecc.); dagli anni '60 l'azienda è una pura holding. Oggi la Società detiene partecipazioni di minoranza a lungo termine in una serie di importanti e consolidate società europee; Investe anche in fondi di private equity e venture capital, nonché direttamente in società start-up in Europa, Nord America e Asia. "
Inoltre Guy è anche direttore del fondo pensionistico olandese APG e dell'armatore Exmar. Nel 2013 si è cuccato per queste cariche 200mila euro, oltre allo stipendio da europarlamentare.
Quindi il clown Guy potrebbe essere scudiero, burattino, mezzadro delle grandi holding internazionali. E bene ha fatto il Presidente del Consiglio a ricordarlo. Questo lobbistico pagliaccio quindi si permette di insultare il nostro paese dall'alto dei suoi affari, dai sottoboschi che per default non hanno nulla a che vedere con la lotta alle disparità sociali né con il progresso di una società.
Quindi il clown Guy potrebbe essere scudiero, burattino, mezzadro delle grandi holding internazionali. E bene ha fatto il Presidente del Consiglio a ricordarlo. Questo lobbistico pagliaccio quindi si permette di insultare il nostro paese dall'alto dei suoi affari, dai sottoboschi che per default non hanno nulla a che vedere con la lotta alle disparità sociali né con il progresso di una società.
Ma se ne andranno, svaniranno come neve al sole. Tra l'indifferenza generale ed il sollievo di molti che ancora non si capacitano di quanto denaro pubblico il baraccone europeo riesca sperperare. Perché se alle otto e mezzo di sera si grubera, non si riesce a comprendere appieno l'idiozia di questi saltimbanchi che una volta al mese trasferisco la sede del parlamento da Bruxelles a Strasburgo per la modica cifra di 200milioni di euro all'anno! Una volta al mese il macaco Guy e gli altri 753 compari, assieme a segretarie, funzionari, trapezisti, mangiatori di fuoco si spostano in compagnia di tonnellate di carta per andare a fare una seduta a Strasburgo. E poi i burattini saremmo noi! Guy, datti all'avanspettacolo che è meglio per tutti!
martedì 12 febbraio 2019
Elezioni Travagliate
martedì 12/02/2019
Perdere l’onore
di Marco Travaglio
Fra le tante spiegazioni possibili del voto in Abruzzo, col trionfo del centrodestra e il crollo dei 5Stelle e del Pd, la più semplice ed evidente è questa: cinque anni fa Salvini non c’era, il suo partito si chiamava ancora Lega Nord e da quelle parti non si faceva proprio vedere. L’uomo forte, l’uomo del momento, era l’altro Matteo, che portava il Pd al 40,8% alle Europee e trascinava D’Alfonso al 46% strappando la Regione alla destra. Ora l’uomo forte, l’uomo del momento, è Salvini, che porta la Lega da zero al 27% e quasi raddoppia i consensi in un anno (il 4 marzo scorso era al 14), in linea con i sondaggi nazionali. Il Pd ha poco da esultare: nel 2014 era primo partito al 25,5, nel 2018 era terzo col 14,3 dietro M5S e quasi alla pari di FI, ora – dopo cinque anni di governo – resta terzo ma all’11,3, lontanissimo dalla Lega e perfino dal M5S. Che col suo 19,5 appare come l’unico sconfitto solo perché Legnini è riuscito a mascherare l’ennesima débâcle dem con ben sette liste civiche o civetta. Ma ormai l’allergia dei vertici pidini all’autocritica non fa più notizia: si attendono ancora le analisi delle disfatte del 2016, del 2017 e del 2018, a parte quella renziana secondo cui non è il Pd che sbaglia, ma gli elettori. I quali, infatti, continuano a sbagliare. Dalle prime reazioni alla batosta, anche i 5Stelle paiono contagiati dal virus dei facili alibi: “Voto locale”, “trascurabile”, “il governo non c’entra”, “nulla da rimproverarci”, “colpa della legge elettorale”, “il Pd ha perso di più”, “mantenuti i voti di cinque anni fa” e altre cazzate.
È vero, il voto regionale con le preferenze e le liste civetta penalizza il voto di opinione rispetto a quello controllato, clientelare, compravenduto: ma qui un bel po’ di voti di opinione sono andati alla Lega. È vero, la regola dei due mandati scoraggia i candidati migliori dal giocarsi un bonus in un’elezione locale: ma era vero già in passato e nessuno ha toccato quel tabù. È vero, l’assenza di una struttura solida e radicata penalizza il M5S alle Amministrative e premia i partiti organizzati: ma anche questo è un problema antico e non si vede cosa impedisca ai 5Stelle di organizzarsi meglio, anche con scuole di politica, per darsi uno straccio di classe dirigente un po’ meno casuale e improvvisata. Poi c’è il giudizio della gente sugli otto mesi di governo con la Lega, che in Abruzzo ha influito in parte, ma condizionerà le Europee. Su questo Di Maio&C. dovrebbero farsi un esame di coscienza. Prendersela con la stampa che gonfia Salvini come la rana di Fedro per screditare il M5S ha poco senso: chi fa politica contro tutto e tutti non può stupirsi di avere contro tutto e tutti.
Era così anche un anno fa, eppure i 5Stelle balzarono quasi al 33%. Nell’ultimo mese prima aggiunsero un buon 5% al 27-28 fisso dei sondaggi. E fu merito della svolta governista, plasticamente raffigurata dalla presentazione all’americana della squadra di governo: tutte personalità competenti e titolate, da cui poi Di Maio pescò il premier Conte, la ministra Trenta e vari sottosegretari. Il fatto che ora Conte sia il politico più stimato dagli italiani, appaiato o addirittura davanti a Salvini, la dice lunga su ciò che deve fare il M5S per recuperare terreno: impresa non impossibile con un elettorato così liquido. Ma a patto di imboccare la strada giusta. Buttar giù il governo così popolare alla vigilia di appuntamenti cruciali come Europee, no al Tav e spin off del reddito di cittadinanza, sarebbe un autogol. Ma inseguire Salvini sul suo terreno, le gare di rutti, rincorrendo ogni sua sparata per farne una più grossa, è inutile: quella partita la vincerà sempre lui. L’unica strada è lavorare sodo e parlare poco restando fedeli ai valori originari: sul breve periodo può non pagare, ma potrebbe dare frutti sul lungo, quando svanirà l’infatuazione per l’uomo forte che parla tanto e fa poco (come già B. e Renzi).
Esempio. La critica a Bankitalia è sacrosanta, viste le scandalose culpae in vigilando di Visco&C.; ma, prima di opporsi al vicedirettore Signorini e prossimamente al dg Rossi, servono alternative credibili. Nel 2005 due coraggiosi ispettori di Palazzo Koch, Giovanni Castaldi e Claudio Clemente, bocciarono l’assalto del banchiere di Lodi Gianpiero Fiorani ad Antonveneta, benedetta dal governatore Fazio e dal fronte trasversale FI-Lega-Ds che sponsorizzava le scalate parallele di Unipol a Bnl e dei furbetti Ricucci&C. al Corriere. Partì l’inchiesta, Fazio si dimise, ma Clemente e Castaldo, anziché premiati, furono degradati. Che aspetta il “governo del cambiamento” a fare i loro nomi per una scelta interna di forte discontinuità e trasparenza? Altro esempio. L’analisi costi-benefici dei tecnici del governo (non del M5S) sul Tav è devastante e incompatibile con qualsiasi compromesso: va fatta conoscere all’opinione pubblica e Salvini va richiamato agli impegni presi nel Contratto di governo. Che, in caso contrario, non ha più ragione di esistere. Ultimo esempio: il voto sull’autorizzazione a procedere per Salvini. In passato, di un ministro indagato per sequestro di persona, i 5Stelle avrebbero chiesto le dimissioni. Ora non possono perché hanno condiviso la sua scelta sulla nave Diciotti e la rivendicano: ma negare ai giudici il diritto-dovere di stabilire se fu lecita o illecita, specie dopo la relazione-autodenuncia di Conte, Di Maio e Toninelli, sarebbe assurdo. Trasparenza, lotta agli sprechi e legge uguale per tutti sono i valori fondativi del Movimento e le ragioni del suo successo: derogare a uno solo di quei tre principi sarebbe imperdonabile. Perdere voti per restare se stessi, accontentando alcuni e scontentando altri con il reddito di cittadinanza o con altre scelte tanto doverose quanto divisive, è un onore. Il vero disonore è perdere voti per aver perso se stessi.
lunedì 11 febbraio 2019
L'Abruzzo insegna
Insegna, insegna l'Abruzzo post elezioni. Insegna che non si può andar dietro agli altri perdendo la propria identità, scorrazzando a piacere su fatti, eventi, decisioni come se il passato non appartenesse più al Movimento intero.
Insegna l'Abruzzo che il Caimano è sempre lì pronto a curare e difendere i propri interessi, basti guardare l'ennesimo rinvio processuale frutto dell'ennesima e squallida discesa politica.
Insegna l'Abruzzo che la tenaglia malevola con cui gl'inesperti sono stretti in una morsa letale, comincia a dare i frutti sperati. Dopo mesi di attacchi mediatici sfrontati, frasi subliminali si è instaurato nel senno nazionale l'idea che M5S sia un'accozzaglia di inetti, senza alcuna capacità, senza progettualità, senza maestria politica. Passano inosservate le qualità, onestà su tutto, il privarsi della metà dell'indennità parlamentare, nessuno ne evidenzia i risultati, ultimo di pochi giorni fa, due milioni da destinare alle popolazioni colpite dalle alluvioni.
La tenaglia guidata dal malaffare, dall'ansia dell'inamovibilità, distrugge anni di sacrifici, predispone molti a ricercare la buona politica di un tempo, i suoi tempi, il sottobosco affaristico avviluppante le risorse comuni.
Insegna l'Abruzzo che la lotta è solo agli inizi, che il pericolo di avere a che fare con persone capaci e veramente a servizio della collettività sta per essere spazzato via da chi fa di mestiere quella politica arraffante, infingarda e malevola, che ha portato l'Italia vicino al baratro dell'insolvenza.
Guardateli, sono tutti attorno a noi: giornaloni, media, partiti, opinionisti alla Gruber. A loro il compito di ridicolizzare, di instaurare quel dubbio permettente di riequilibrare antichi equilibri antidemocratici, presentati come novità, stabilità e benessere.
Su tutti vince il Cazzaro Verde cambiante opinione per un consenso basato su razzismo ed ignoranza.
Insegna l'Abruzzo molte cose. Basterebbe porvi attenzione e fermezza. Che Di Maio non ha.
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