giovedì 1 ottobre 2026

Nel compleanno

 

“Papa Silvio” riesumato a suon di pagliacciate


di Daniela Ranieri 

Fate questo in memoria di me. Alla Mostra d’Oltremare di Napoli, luogo fieristico che ospita eventi di vario genere (due settimane fa, per dire, c’era Pony in festa, “un’esperienza all’aria aperta con protagonisti i dolcissimi pony, da pettinare, accarezzare e conoscere da vicino”), si sono svolti i festeggiamenti per il 90esimo compleanno di Silvio Berlusconi, assente per le note cause di forza maggiore. A celebrare il rito del taglio della torta – un sobrio cerchio di panna montata decorato con riccioli tricolori, il logo di Forza Italia e, al centro, la foto “iconica” in glassa di zucchero di Silvio che pulisce la sedia su cui era seduto Marco Travaglio durante una puntata di Servizio pubblico – gli autorevoli Maurizio Gasparri, senatore, e Fulvio Martusciello, europarlamentare. Cioè: un gesto da guitto, di cui persino uno come Berlusconi si dirà in seguito mezzo pentito, viene commemorato dai suoi dipendenti e/o sottoposti come il più alto lascito morale del grande statista all’Italia (volendo, c’era pure la foto in cui Silvio fa le corna al vertice dei ministri degli Esteri dell’Ue in Spagna, ma forse non volevano rovinargli la reputazione). Nella sala, eleganza e buon gusto regnano sovrani: striscioni “Happy Birthday Silvio”, cartonati del festeggiato a grandezza naturale (chissà se con o senza scarpe rialzate), T-shirt e fazzoletti col cavaliere ricamato e la scritta “Siete sempre dei poveri comunisti”, gigantografie di Silvio con didascalia “Non sapete nemmeno scherzare”: tutto trasuda edonismo, spensieratezza, goliardia, ottimismo, persino adesso ch’egli dovrebbe trovarsi, stando ai princìpi-guida del partito dell’Amore, come minimo in Purgatorio, e avrebbe più bisogno delle preghiere che dei lazzi e delle buffonate dei suoi epigoni. Tutta superficie, quella su cui lui ha surfato per una vita; tutto per obliare la violenta ebbrezza, la voracità gagliarda, il furore d’autodistruzione morale che ha portato la sua vicenda ghiandolare e personale a sovrapporsi all’identità e ai destini di una nazione.

“Silvio Berlusconi è sempre con noi”, ha detto la figlia Marina, cavaliera del Lavoro anch’ella per evidenti meriti, e come darle torto: a marzo scorso siamo andati a votare a un referendum per respingere “il sogno” di Berlusconi, la legge contro i magistrati benedetta da lui in cielo e tentata dal cosiddetto ministro Nordio in terra. E in nome e in memoria di chi, invece, sono stati fatti dal governo Meloni i condoni, i favori agli evasori, le flat tax, i bavagli alla stampa, la stretta sulle intercettazioni, i dispetti alla magistratura e la gloriosa abolizione del reato di abuso d’ufficio?

In questa stessa settimana è stato intitolato a Berlusconi l’aeroporto di Milano-Malpensa, lo scalo secondario della “capitale morale” crivellato fin dalla posa della prima rotaia da inchieste e poi da condanne definitive per tangenti, estorsioni, corruzioni e intimidazioni gestite dalla ’ndrangheta sui lavori edilizi e ferroviari di terminal e parcheggi; e in effetti, per dirlo con le parole di Marina, “che nome migliore potrebbe avere, questo aeroporto, se non quello di Silvio Berlusconi?”. Presenti alla cerimonia dello svelamento della targa, il presidente del Senato La Russa, in evidente difficoltà a giustificare la pagliacciata a livello istituzionale, e il ministro per così dire dei Trasporti Salvini, il quale per sua fortuna dev’essere arrivato in loco in autoblu e non viaggiando su un treno di quelle Ferrovie che dipendono dal suo ministero.

Berlusconi è come quel Pontefice, Papa Formoso, che nell’897, nove mesi dopo la morte, venne riesumato per esser sottoposto a un processo per spergiuro a San Giovanni in Laterano, nell’evento che passò alla storia come “Sinodo del cadavere”; un diacono, in piedi accanto alla salma rivestita coi paramenti sacri e messa seduta su un trono, rispondeva alle accuse al posto suo. La differenza è che Papa Silvio viene idealmente riesumato per essere onorato e celebrato, invece che processato, e ciò grazie alle varie prescrizioni, a una quarantina di leggi ad personam, ai legittimi impedimenti e a tutte le altre malandrinate commesse in vita dal de cuius per evitare, per l’appunto, i processi. A spegnere le candeline al posto suo, non in piedi ma inchinati come ai vecchi tempi, i diaconi di Forza Italia e di mezzo governo; a dedicargli aeroporti, francobolli e leggi, i servi di sempre.

Comunque: fossimo inclini agli affari come gli eredi Berlusconi, apriremmo un’agenzia di viaggi che proponga pacchetti all inclusive per turisti che volessero fare uno spassoso tour tra l’aeroporto di Palermo “Falcone e Borsellino” e l’aeroporto intitolato a colui che ha fondato un partito insieme a un condannato per concorso esterno in associazione mafiosa per aver fatto da tramite tra Berlusconi e Cosa Nostra. Queste attrazioni mica ce l’hanno, gli altri Paesi.

Idioti malevoli

 

Chi attacca chi


di Marco Travaglio 

In mancanza di droni freschi per foraggiare la “guerra ibrida” di Putin, il Giornale Unico titola che la Russia minaccia la Nato con le atomiche. In realtà il Cremlino ha sì scritto di esser pronta a usare “l’intero arsenale di armi a sua disposizione”, ma per “difendere” ciò che è suo in base agli accordi di Potsdam del 1945: la regione di Kaliningrad, l’exclave russa staccata dal resto della Federazione, pinzata fra Lituania, Polonia e mar Baltico. Kaliningrad è la Könisberg fondata nel 1255 dai Cavalieri teutonici, poi capitale della Prussia orientale, città natale di Kant (il filosofo della pace perpetua), devastata nel 1944 dalle bombe inglesi, strappata dall’Armata rossa ai nazisti nel 1945, ribattezzata in onore del bolscevico Kalinin e quartier generale della Flotta del Baltico sovietica (è l’unico porto che in quel mare non ghiaccia tutto l’anno). Nel 1991, col crollo dell’Urss e l’indipendenza delle Repubbliche baltiche, Kaliningrad si ritrova isolata dal resto della Russia e la situazione si aggrava quando la Nato ingloba Estonia, Lettonia e Lituania che – aspramente russofobi per ragioni storiche – iniziano a discriminare le minoranze russe (oltre un quarto del popolo lettone, il 24% di quello estone e l’8% di quello lituano): limiti all’uso della lingua e caccia ai simboli della vittoria sul nazismo. L’escalation si acuisce con la guerra in Ucraina. Basta sentir parlare l’estone Kaja Kallas, rappresentante della politica estera Ue, che sogna “una Russia più piccola e divisa in tanti Stati”.

Nel 2026 parte l’offensiva su Kaliningrad. Il 19 maggio il ministro degli Esteri lituano, Budrys, dichiara: “Dobbiamo dimostrare ai russi che possiamo penetrare la piccola fortezza che hanno costruito a Kaliningrad. La Nato ha i mezzi necessari per distruggere le basi russe nell’exclave”. Il 18 agosto la Nato avvia un’esercitazione militare di quattro giorni intorno a Kaliningrad simulando un assedio: manovre terrestri e navali, cieli sbarrati da decine di caccia intercettori e sistemi di disturbo elettronici. Il 15 settembre il ministro degli Esteri estone Tsahkna butta lì: “Potremmo semplicemente occupare Kaliningrad”. “Potremmo” nel senso di “armiamoci e partite”: l’esercito estone non potrebbe occupare neppure un pollaio e la guerra alla Russia agognata dai Baltici dovremmo farla noi. Infatti la Lituania, per trascinarci in guerra, passa a El Mundo un falso report della Cia su inesistenti piani russi per attaccare Italia, Spagna e Francia. E il 22 settembre il Parlamento lituano modifica la Costituzione per rimuovere il divieto di installare sul territorio basi militari straniere e armi di distruzione di massa: cioè testate nucleari americane puntate su Kaliningrad. Ossia contro la Russia. Secondo voi, chi sta minacciando chi?

mercoledì 30 settembre 2026

Mancanza

 


Bananiera Top!

 



Il Combattente

 


L'ho atteso ieri sera da Floris, come si attende un amico che arriva da lontano. Ho superato gli urticanti applausi che pullulano a Di Martedì, m'ha agevolato lo Zio Bersani, il focus sulle palle meloniane, poi è arrivato il momento del Dibba, sempre preciso, trasparente, combattente, che ha svelato il motivo del suo malessere, la presenza del Bastardo malevolo in testa. Non è ha fatto un dramma, sa che dovrà lottare ma per lui sarà come per Sawe correre, perché Alessandro combatte da sempre contro soprusi ed ingiustizie. 

Ed anche ieri ha fotografato cosa significhi l'embargo di matrice americana per la roccaforte Cuba, di come il Magnaccia Biondo la stia strangolando ossessivamente, la stia riducendo ad inferno in terra tra l'indifferenza di molti, moltissimi. I medici cubani lo hanno operato magnificamente, salvandogli la vita, mentre nell'ospedale mancava acqua che persone normali portavano con secchi fino al dodicesimo piano della struttura ospedaliera. 

Cuba ed Alessandro stanno lottando e lotteranno contro tutto e tutti. 

Alessandro ti ammiro molto e seguirò con rispetto la tua battaglia, compartecipando alle difficoltà che arriveranno. Non sei e non sarai mai solo. 

Combatti, al solito, Leone! 

Natangelo





Robecchi

 

Tutto è ibrido. La parola di moda che serve al marketing della guerra 


di Alessandro Robecchi 

Tutto è “iconico”, fateci caso. Un divano, un golfino, uno scorcio urbano. L’uso della parola tracima, esonda, si mangia tutto. L’iconica sciarpa, l’iconico piatto, l’iconica motocicletta. Avevo cominciato a fare collezione, confesso, ma confesso anche che ho smesso per consunzione: o passavo le mie giornate a segnare su un quadernetto tutte le cose “iconiche” o tornavo alla mia via normale, che non è iconica per niente, tra l’altro. Mi ha convinto leggere – a proposito di un paio di scarpe – “le iconiche stringhe”: mi sono arreso.

Poi è arrivato “distopico”. C’è da capirlo. Siccome il mondo è abbastanza una merda – non sto a elencarvi i motivi, li vedete da soli – bisogna trovare un aggettivo che dica che il mondo è una merda come ci eravamo immaginati che potesse, nei nostri incubi, diventare una merda; e così “distopico”, che era un aggettivo dedicato a un ipotetico futuro, è diventato un aggettivo del presente.

Arriviamo all’oggi, al qui e ora, che naturalmente è sia distopico che iconico, dove la parola di moda è “ibrido”. Per intenderci, è ibrida una macchina che ha almeno due motori (uno termico e uno elettrico), ed è ibrido il mulo (figlio di un asino che ha corteggiato con successo una cavalla). Poi, visto che la situazione è distopica (e ci mancherebbe!), diventa ibrida la guerra, che è oggi l’obiettivo nemmeno tanto segreto di molte classi dirigenti sul pianeta, da Israele, che ormai confina con chi vuole lui – e occhio che quando dicono Grande Israele dal fiume al mare, il mare potrebbe essere l’Adriatico – al signor Trump, fino a parecchi governi europei, desiderosi di comprare molte armi (non europee, tra l’altro, ma americane). Da qui l’esigenza di urlare alla guerra e di indicarla anche dove non c’è.

È uno dei grandi segreti del marketing: farti desiderare cose che non ti servono. A nessuno importa che tu vada a fare immersioni subacquee (spoiler: non ci andrai), l’importante è metterti in testa che la tua sarà una vita vuota e banale se non ti compri una muta e le bombole. Da qui la più grande campagna di stampa e propaganda mai vista: vogliamo farti comprare bombe e missili e quindi dobbiamo convincerti che ti servono assolutamente, pena morte e distruzione. Ma siccome – dannazione! – nessuno ti bombarda la casa, bisogna inventarsi una guerra che non c’è, chiamiamola ibrida. Di colpo, tutto è ibrido: un black-out all’aeroporto, un maxi tamponamento, un drone che scappa e sconfina di un chilometro, un ritardo del treno (ah, no, quello è Salvini). Creare la sensazione di essere perennemente sotto attacco, insomma, aiuta a vendere il prodotto, perché di solito le crisi del capitalismo si risolvono ammazzando milioni di persone. Il che conferma che sì, siamo vittime di una guerra ibrida, e la fanno i propagandisti della guerra vera per convincerci che alla fine è meglio un carrarmato che dieci macchine per la Tac. Come nel caso di “iconico” e “distopico”, basta un millimetro e si arriva al ridicolo. Anche perché se è “guerra ibrida” un direttore d’orchestra russo, bisogna accettare che da quasi un secolo siamo vittime della guerra ibrida Usa (film, musica, sport, cartoni animati, regole economiche e molto altro). Insomma, “ibrido” serve a spaventarci, ci sono veri e propri esperti, che sono poi quelli che a missione compiuta, quando finalmente riusciranno a realizzare il loro sogno – fare la guerra vera, usando tutte le armi che abbiamo comprato – in guerra non ci andranno e manderanno (cfr: Bertolt Brecht) “la povera gente”.