mercoledì 30 settembre 2026

Mancanza

 


Bananiera Top!

 



Il Combattente

 


L'ho atteso ieri sera da Floris, come si attende un amico che arriva da lontano. Ho superato gli urticanti applausi che pullulano a Di Martedì, m'ha agevolato lo Zio Bersani, il focus sulle palle meloniane, poi è arrivato il momento del Dibba, sempre preciso, trasparente, combattente, che ha svelato il motivo del suo malessere, la presenza del Bastardo malevolo in testa. Non è ha fatto un dramma, sa che dovrà lottare ma per lui sarà come per Sawe correre, perché Alessandro combatte da sempre contro soprusi ed ingiustizie. 

Ed anche ieri ha fotografato cosa significhi l'embargo di matrice americana per la roccaforte Cuba, di come il Magnaccia Biondo la stia strangolando ossessivamente, la stia riducendo ad inferno in terra tra l'indifferenza di molti, moltissimi. I medici cubani lo hanno operato magnificamente, salvandogli la vita, mentre nell'ospedale mancava acqua che persone normali portavano con secchi fino al dodicesimo piano della struttura ospedaliera. 

Cuba ed Alessandro stanno lottando e lotteranno contro tutto e tutti. 

Alessandro ti ammiro molto e seguirò con rispetto la tua battaglia, compartecipando alle difficoltà che arriveranno. Non sei e non sarai mai solo. 

Combatti, al solito, Leone! 

Natangelo





Robecchi

 

Tutto è ibrido. La parola di moda che serve al marketing della guerra 


di Alessandro Robecchi 

Tutto è “iconico”, fateci caso. Un divano, un golfino, uno scorcio urbano. L’uso della parola tracima, esonda, si mangia tutto. L’iconica sciarpa, l’iconico piatto, l’iconica motocicletta. Avevo cominciato a fare collezione, confesso, ma confesso anche che ho smesso per consunzione: o passavo le mie giornate a segnare su un quadernetto tutte le cose “iconiche” o tornavo alla mia via normale, che non è iconica per niente, tra l’altro. Mi ha convinto leggere – a proposito di un paio di scarpe – “le iconiche stringhe”: mi sono arreso.

Poi è arrivato “distopico”. C’è da capirlo. Siccome il mondo è abbastanza una merda – non sto a elencarvi i motivi, li vedete da soli – bisogna trovare un aggettivo che dica che il mondo è una merda come ci eravamo immaginati che potesse, nei nostri incubi, diventare una merda; e così “distopico”, che era un aggettivo dedicato a un ipotetico futuro, è diventato un aggettivo del presente.

Arriviamo all’oggi, al qui e ora, che naturalmente è sia distopico che iconico, dove la parola di moda è “ibrido”. Per intenderci, è ibrida una macchina che ha almeno due motori (uno termico e uno elettrico), ed è ibrido il mulo (figlio di un asino che ha corteggiato con successo una cavalla). Poi, visto che la situazione è distopica (e ci mancherebbe!), diventa ibrida la guerra, che è oggi l’obiettivo nemmeno tanto segreto di molte classi dirigenti sul pianeta, da Israele, che ormai confina con chi vuole lui – e occhio che quando dicono Grande Israele dal fiume al mare, il mare potrebbe essere l’Adriatico – al signor Trump, fino a parecchi governi europei, desiderosi di comprare molte armi (non europee, tra l’altro, ma americane). Da qui l’esigenza di urlare alla guerra e di indicarla anche dove non c’è.

È uno dei grandi segreti del marketing: farti desiderare cose che non ti servono. A nessuno importa che tu vada a fare immersioni subacquee (spoiler: non ci andrai), l’importante è metterti in testa che la tua sarà una vita vuota e banale se non ti compri una muta e le bombole. Da qui la più grande campagna di stampa e propaganda mai vista: vogliamo farti comprare bombe e missili e quindi dobbiamo convincerti che ti servono assolutamente, pena morte e distruzione. Ma siccome – dannazione! – nessuno ti bombarda la casa, bisogna inventarsi una guerra che non c’è, chiamiamola ibrida. Di colpo, tutto è ibrido: un black-out all’aeroporto, un maxi tamponamento, un drone che scappa e sconfina di un chilometro, un ritardo del treno (ah, no, quello è Salvini). Creare la sensazione di essere perennemente sotto attacco, insomma, aiuta a vendere il prodotto, perché di solito le crisi del capitalismo si risolvono ammazzando milioni di persone. Il che conferma che sì, siamo vittime di una guerra ibrida, e la fanno i propagandisti della guerra vera per convincerci che alla fine è meglio un carrarmato che dieci macchine per la Tac. Come nel caso di “iconico” e “distopico”, basta un millimetro e si arriva al ridicolo. Anche perché se è “guerra ibrida” un direttore d’orchestra russo, bisogna accettare che da quasi un secolo siamo vittime della guerra ibrida Usa (film, musica, sport, cartoni animati, regole economiche e molto altro). Insomma, “ibrido” serve a spaventarci, ci sono veri e propri esperti, che sono poi quelli che a missione compiuta, quando finalmente riusciranno a realizzare il loro sogno – fare la guerra vera, usando tutte le armi che abbiamo comprato – in guerra non ci andranno e manderanno (cfr: Bertolt Brecht) “la povera gente”.

Sacrosantamente

Il segreto di Pulcinella


di Marco Travaglio 

Che Netanyahu fosse stato allertato dai servizi egiziani prima del 7 ottobre 2023, lo si seppe già poco dopo il massacro dei 1200 israeliani. E, visti i legami fra intelligence egiziana e americana (Al Sisi è al potere grazie al golpe filo-occidentale che spodestò Morsi, leader dei Fratelli Musulmani, reo di aver vinto le elezioni), si seppe che anche gli Usa di Biden l’avevano avvertito di stare in guardia sulla Striscia. Ora il Wall Street Journal conferma che fu l’allora capo degli 007 del Cairo Abbas Kamel a chiamarlo e poi – secondo The Atlantic – a volare a Tel Aviv per ribadire l’allarme di persona. In più c’è lo scoop di Haaretz sulla telefonata di 45 minuti del presidente degli Emirati, bin Zayed, che sempre a una decina di giorni dal massacro avvisò Bibi sul piano di Hamas per scatenare un “terremoto” da Gaza. L’aveva informato un dirigente di Fatah (il partito di Abu Mazen che guida l’Autorità palestinese in Cisgiordania), che l’aveva saputo da Yahya Sinwar, capo di Hamas a Gaza. Basta aver visto Fauda per sapere che Fatah ha rapporti col servizio interno israeliano Shin Bet e con settori dell’organizzazione rivale Hamas. Quindi: Egitto, Emirati, Fatah e Usa fecero di tutto per sventare la mattanza del 7 ottobre, ben sapendo che sarebbe stata una catastrofe non solo per Israele, ma anche per i palestinesi esposti alla furia vendicatrice di Netanyahu e all’odio perenne degli israeliani. Siccome lo Shin Bet è uno dei migliori servizi segreti al mondo e ha infiltrati dappertutto, è scontato – come dichiarano vari suoi dirigenti – che sapesse tutto e ne avesse informato Netanyahu. Infatti l’ex capo Ronen Bar vuole querelare il premier, che ora accusa i suoi stessi 007 di avergli nascosto quel segreto di Pulcinella.

Purtroppo spettava a Netanyahu agire, rafforzando militarmente il confine di Gaza. Che invece rimase presidiato solo dalla polizia locale, cioè sguarnito, mentre le truppe restarono in Cisgiordania a spalleggiare i coloni e in Alta Galilea contro i raid di Hezbollah. Così i macellai di Hamas, indisturbati, ebbero il loro bagno di sangue e Netanyahu il pretesto per la soluzione finale a Gaza. Purtroppo in Israele le notizie dello sterminio a Gaza arrivano ovattate e non fanno perdere consensi a Netanyahu (dopo il film Naza è pure salito nei sondaggi). Invece gli elettori di destra sono choccati nello scoprire che il premier non protesse i 1200 connazionali massacrati il 7 ottobre, o per incompetenza, o per tracotanza, o perché non sognava di meglio. Nella migliore delle ipotesi Netanyahu perderà le elezioni, quindi il governo, quindi l’impunità che fin qui l’ha salvato dalla galera. Nella peggiore resterà premier, ma con meno voti: cioè sempre più ostaggio di partitini ancor più estremisti e sadici di lui.