martedì 30 giugno 2026

Ritratto al Pino

 

La Formula Vannacci, il virile “copiatore” di rabbia e di consensi 


di Pino Corrias 


Ahó, ma quanti sono ’sti Vannacci? Nella polemica politica ne spunta uno al minuto, mentre lui, in marcia col moschetto, riempie il teatro, la piazza e pure il sondaggio. Al grido di: “Io sono la vera destra!”, terrorizza il suo ex benefattore Matteo Salvini, politico di illimitata intelligenza, che se lo è messo in casa a pensione completa, gli ha regalato il corredo buono per andare in Europa, si aspettava un po’ di riconoscenza, invece nulla, il generale si è preso il malloppo dei 560mila consensi e se n’è andato senza neanche il bacio della buonanotte: “È la Lega che ha tradito i suoi ideali, non io”, ha detto, pulendo con il fazzoletto tricolore il pugnale usato nella fuga.

Giorgia Meloni – al netto dei lividi trumpiani – osserva da lontano, fa finta di sentirsi al sicuro, dice: “Vannacci fa il gioco degli avversari. Vota con loro. Non è la vera destra”. Antonio Tajani dondola con le mani in tasca, si guarda la punta delle scarpe e siccome non gli viene in mente niente, lo dice a pappagallo: “È la quinta colonna della sinistra”. Ma certo.

Purtroppo per loro, Vannacci sta salendo di dieci decimali a settimana, usando l’ascensore degli scontenti, dei delusi, dei nostalgici, dei rancorosi, dei dimenticati dalla nuova oligarchia, mentre la destra di governo insegue, soffiando sulle scale.

Da qualche ora è entrato nel manipolo del generale pure il Pellico di Colle Oppio, Gianni Alemanno – un tempo detto “il sindaco fallito” – reduce da un anno e passa di prigione che gli ha dato una svolta umanitaria, non tutto il danno vien per nuocere, sì è persino accorto dello scandalo delle galere che hanno funzione di discarica sociale per uomini, topi e scarafaggi, e ha intenzione di andare a parlarne niente di meno che con il ministro Carlo Nordio che le galere, da quattro anni, le riempie con la pala dei decreti Sicurezza. Chissà che bella rimpatriata tra il carcerato e il carceriere.

Vannacci se lo è portato a cena al ristorante sardo Sa Cadrìga, “la graticola”, per cucinarsi il loro futuro nazionale e anche il maialetto, con brindisi finale che sembra inventato, invece è inchiostro medioevale e alzando i bicchieri al cielo, dice: “La lode a dio. La spada al re. Il cuore alla dama. L’onore a me”. Con il finalissimo gridato: “A noi!”. E lo sparatore Emanuele Pozzolo, dodicesimo della combriccola, che alza il calice di Cannonau, beve e rassicura i camerati: “Sono venuto in taxi”.

Da dove viene il generalissimo, l’abbiamo raccontato: La Spezia, anno 1968, babbo militare. Infanzia tra Ravenna e Parigi. Accademia. Brigata Folgore. Un piede in tutte le guerre malamente perse dal gagliardo Occidente: Somalia, Iraq, Libia, Libano, Afghanistan: “Ho difeso la Patria sotto i colpi del mortaio e della mitraglia”, ha detto vantandosene. Poi è stato nominato addetto militare dell’ambasciata in Russia, dove ha respirato ghiaccio, vodka e intrighi.

Fallito nella spada, vince la sua battaglia con la penna. Il suo

Mondo al contrario, anno 2023, vende una milionata di copie con lessico polveroso, ma sorprendentemente efficace: identità, sacro suolo, radici che non gelano. Più l’immancabile orgoglio di razza pregiata, tipo Fassona: “Nelle mie vene scorre una goccia di sangue di Enea, Romolo, Giulio Cesare, Dante, Michelangelo, Mazzini, Garibaldi”. Quando si dice la modestia. Non amato dalle alte gerarchie dei poltronauti in divisa, viene risarcito da un matrimonio d’amore e da due figlie. La casetta della buona pensione è a Viareggio, dove spopola tra i concittadini esperti in Carnevale. Memorabili i suoi tuffi di Capodanno, con vestaglietta a fiori per non prendere freddo, pora stella, e Crozza che da allora lo impallina nei panni del super macho effeminato.

Al netto delle bubbole che declama – “I gay non sono normali”, “Le donne sono destinate al focolare e a fare figli”, “La famiglia deve essere tradizionale”, “A scuola classi separate per quelli bravi e gli asini”, “I neri sono negri”, “Gli immigrati subito fuori dai confini” – la sorpresa è che Vannacci non attacca Elly Schlein, tralascia Giuseppe Conte, ignora Bonelli e Fratoianni. Punta la raffica di improperi contro Meloni per incassare consensi. La accusa di avere indossato tailleur e moderatismo. Di avere promesso il blocco navale e allestito solo tavoli tecnici. Di non essere più nazionalista contro l’Europa, ma europeista contro le nazioni. Di essere entrata nel club delle élite, invece di combatterle. Ci penserà lui, con la sua “sporca dozzina” a “ripulire l’Italia”. “Noi siamo la feccia – dice dal palco, nel giorno della costituente di Futuro Nazionale, davanti ai suoi 2mila estasiati spettatori –. Siamo lo scarto. Siamo i figli di nessuno. E siamo orgogliosissimi di esserlo”.

Dunque sono loro i moderni Teddy Boys del nuovo razzismo che tanto assomiglia a quello dei vecchi fascistoni d’epoca coloniale e novecentesca. Gli stessi che a occhio e croce celtica, stanno risalendo la corrente della Storia a Parigi, a Berlino, a Londra, a Vienna. Tutti in fila al passo dell’oca, anche se rivisitato dagli algoritmi di TikTok, l’estetica del cuoio e dei tatuaggi identitari, la violenza non ancora armata, ma sempre pronta allo scontro.

Vannacci declama i suoi appelli alla “remigrazione” che vuol dire “deportazione degli immigrati” alla maniera dell’Ice, la polizia privata di Donald Trump che rastrella le periferie delle città americane. Ma vuole anche dire “pulizia etnica” e pogrom, come è appena successo a Belfast, dove gli irlandesi bianchi hanno messo a ferro e fuoco le case degli immigrati.

Vannacci gongola. I media non aspettano altro che moltiplicare la ridondanza delle sue apparizioni. Offrirgli lo specchio per contemplarsi, mentre il Paese, ipnotizzato, contempla lui.

È troppo complicato – e non fa parte del gioco – chiedergli come e quanto detersivo servirebbe a ripulire il cortile di casa. Come si farà a stendere il filo spinato sul mare? Dove si rispediranno i deportati e come? Sugli aerei piombati? Chi pagherà le scorte e il carburante? E incidentalmente, chi riempirà le fabbriche, gli asili nido, le scuole e persino i campi di pomodori?

Del resto è già tutto successo durante l’ascesa di Giorgia Meloni, che proclamava le identiche intenzioni muscolari. Vannacci non inventa nulla, copia. Bastandogli trasformare la rabbia, l’insicurezza e la paura, in facilissimi consensi. Solo all’ultimo minuto – riempite le proprie trincee – farà l’accordo per sedersi accanto alla destra, quando arriveranno a tavola le urne fumanti della prossima minestra elettorale. Non più con il moschetto in mano, ma col cucchiaio.

Segretamente

 

La Giustizia clandestina 


di Marco Travaglio 

Quando si farà la conta dei danni dell’Armata Brancameloni, non si potrà prescindere dall’angolo dei buonumore: cioè dai surreali comunicati stampa dei magistrati per informare i cittadini delle loro decisioni. Informare però è una parola grossa: fra leggi-bavaglio con la scusa della privacy e della presunzione di innocenza e circolari-autobavaglio del Csm, i giornalisti chiamati a dare le notizie non sanno – e quindi non possono raccontare – più una mazza. A Reggio Calabria scattano due retate contro la ’ndrangheta, con l’arresto fra gli altri di un sindacalista candidato alle Comunali per tentata estorsione. Ecco i comunicati del procuratore Giuseppe Borrelli: “La Squadra Mobile, su delega della locale Dda, ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di un soggetto accusato dei reati di cui agli articoli 423 e 416 bis 1 c.p.”; “La Squadra Mobile, su delega della locale Dda, ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di tre soggetti indagati per i reati di cui agli articoli 110, 81 cpv, 56, 61 n. 5), 629, comma 1 e 2, in relazione all’art. 628 comma 3) nn. 1 e 3-bis), 416 bis. 1. c.p. e per la violazione degli articoli 110, 81, 61 n. 5, 424, 416 bis. 1 c.p.”. Tutto chiaro, no? Niente nomi, accuse, intercettazioni, testimonianze per verificare se gli arresti siano fondati o si tratti di errori giudiziari.

Stessa scena a Firenze: il Gip, su richiesta della Procura, sequestra 7 sezioni del carcere di Sollicciano per mancanza di condizioni igieniche e di sicurezza e trasferisce 216 detenuti. Una decisione mai vista: infatti nessuno ne conosce le motivazioni, peraltro contenute in un atto pubblico, non segreto perché notificato alla direzione del penitenziario, ma nascosto ai cronisti e dunque ai cittadini. Le uniche informazioni circolate sono in un’incomprensibile nota di mezza pagina della procuratrice Rosa Volpe, trasformata dal Csm in Sibilla Cumana. I cronisti le chiedono formalmente copia del decreto. Ma invano: colpa della famigerata “circolare in materia di corretta comunicazione istituzionale”. Sulla carta, si potrebbe ancora renderlo pubblico, ma poi la vita del pm diventerebbe un inferno: se facesse qualche nome, dovrebbe poi seguire passo passo ogni tappa del processo fino alla sentenza definitiva e vergare un nuovo comunicato ogni volta che un giudice contraddice le sue accuse. In pratica, smetterebbe di lavorare. Così, per salvare qualche politico dal rischio di finire non in galera (per carità), ma sui giornali, la Giustizia entra in clandestinità. Ogni tanto qualcuno scompare, ma nessuno sa chi né perché, come nell’Argentina dei generali e dei desaparecidos. Tutto continua ad avvenire “in nome del popolo italiano”. Però a sua insaputa.

lunedì 29 giugno 2026

Il silenzio obbrobrioso

 



Tv di stato

 

Il sacco di Rai Tre: addio a Carofiglio, Massini, Sciarelli, Bollani e Cenni 


di Silvia Truzzi 

Rai/1. In attesa della presentazione dei prossimi palinsesti Rai, questa settimana, la notizia più clamorosa è l’addio, dopo 22 gloriosi anni, della grande Federica Sciarelli: non sarà più lei a condurre Chi l’ha visto?. Lo annuncia la Rai con un comunicato, la solita supercazzola: “Rai e Federica Sciarelli, in vista dello scadere del contratto che lega la professionista alla tv pubblica, stanno ragionando insieme sul futuro professionale della giornalista e sui possibili progetti che la vedano protagonista nelle prossime stagioni. Parallelamente, sono in corso riflessioni anche su Chi l’ha visto?, programma di cui Sciarelli è da oltre vent’anni il volto di riferimento e centrale nell’offerta del Servizio pubblico e su chi potrebbe raccoglierne l’eredità”. Si fanno i nomi di Massimo Giletti, Eleonora Daniele, Francesca Fagnani e Pino Rinaldi. Probabilmente la giornalista dirà qualcosa in occasione dell’ultima puntata, ma c’è una sua dichiarazione, a Vanity Fair, che risale all’anno scorso e mette più di una pulce nell’orecchio: “Il prossimo anno sono già confermata, poi vedremo. Sarà difficile lasciarlo andare, ma è giusto che sia così. Dopo di me? Lo prenderà in mano qualcuna delle mie bravissime inviate”. Non è che forse il problema è proprio legato alla squadra di autori e inviati? Considerando i repulisti a cui ci abituati questa Rai è un’ipotesi tutt’altro che peregrina (e che testimonierebbe l’inettitudine del management di Viale Mazzini).

Rai/2. A proposito di repulisti: la Rai congeda anche una serie di autorevoli voci amate dal pubblico ma invise ai camerati di Viale Mazzini, come Stefano Massini (Riserva indiana, Rai3) e Gianrico Carofiglio (Dilemmi, sempre Rai3). Massini, un signore che ha vinto il Tony Award e portato quel capolavoro che è Lehman Trilogy a Broadway, accusa l’azienda: “Dopo oltre 70 puntate in cui abbiamo ospitato quello che si muove di più interessante e diverso nella scena musicale italiana, la Rai ha deciso di azzerare il programma senza neanche avermi mai voluto incontrare. Silenzio totale, e vattene via”, ha spiegato Massini sui social. “Amarezza? Sì, tanta. Soprattutto quando mi viene riferito di telefonate incredibili del tono ‘non vogliamo più Massini in nessuno spazio Rai’. Quella Rai di cui anche io pago il canone in nome di un servizio pubblico che dovrebbe essere di ognuno. Scandalo? Non c’è più, è tutto normale. La politica decide tutto, in televisione. E per le riserve indiane, in tutti i sensi, non c’è posto”. Dalla ex Telekabul vengono espulsi pure Stefano Bollani e Valentina Cenni, protagonisti di quel piccolo gioiello musicale che è Via dei matti numero zero. Nessuno dei citati programmi aveva problemi di share (che semmai hanno avuto alcuni programmi graditi al governo, come Due di picche di Tommaso Cerno o L’altra Italia di Antonino Monteleone), ed anzi, erano amati da critica e pubblico (quello che è rimasto, dopo la discesa degli unni, su Rai3). Ce n’è anche per un monumento della radio pubblica, Caterpillar. In un’intervista al Corriere della Sera Massimo Cirri, voce del programma da quasi trent’anni, spiega il clima attorno alla trasmissione: “Dai vertici Rai non c’è stata alcuna convocazione. Quindi l’idea che ci siamo fatti è che questa sia stata probabilmente l’ultima edizione, dopo che già ci hanno azzoppati”. Il conduttore parla dello spostamento di orario dalla fascia 18-20 a quella 19.45-21: “A quell’ora la radio ha pochi ascoltatori, la gente cena, guarda i Tg. Mentre alle 18 le persone sono in auto. Ci hanno spostati e sostituiti con un programma di Belén Rodríguez – niente contro di lei, per carità – con caratteristiche molto diverse da noi, diciamo di intrattenimento commerciale, a mio giudizio, di basso profilo”. La Rai nega (“notizie infondate” e lo vedremo ai palinsesti) ma un dettaglio spiega il livello di miseria culturale. Cirri spiega che Rai punterebbe a un format da radio commerciale, che impone “una musica bruttissima scelta da ufficio apposito” sottolineando che per il 25 aprile “hanno concesso di usare solo Viva l’Italia di De Gregori, come massimo di impegno, perché qualcosa di più esplicito e adatto alla giornata veniva percepito come divisivo”. Belli, ciao.

domenica 28 giugno 2026

Differenze

 Se quest’immagine l’avesse pubblicata un suo servo, l’avrei definito un cretino. Visto che l’ha pubblicata lui stesso allora il giudizio cambia: è un povero coglione!



L'Amaca

 


Studiare il Covid: troppo faticoso

di Michele Serra


Le commissioni parlamentari di inchiesta, previste dalla Costituzione, dovrebbero servire per approfondire un argomento di grande rilevanza sociale e consegnare, alla fine dei lavori, una relazione utile alle Camere per fare meglio il loro lavoro. Sulla carta non sono dunque organi inquirenti — e perché dovrebbero? Sono strumenti di ricerca e di studio.

Non pare questo il caso della cosiddetta Commissione Covid, che andrebbe ribattezzata Commissione Conte, essendo il suo scopo evidente quello di mettere sotto i riflettori, e sotto accusa, il ruolo dello stesso nei mesi terribili dell'epidemia. Il più rilevante e utile degli argomenti sarebbe un altro: se e quanto la sanità pubblica (dunque, lo Stato), con la sua decisa scelta pro vax, abbia fatto il bene o il male della nostra comunità; se e quanto l'attivismo no vax, influente anche in una parte non piccola della politica, specie a destra, abbia fatto il bene o il male della nostra comunità.

Essendo l'argomento Covid, come è evidente, prima di tutto scientifico, e solamente dopo politico-sanitario, questo ci sarebbe da capire, a qualche anno di distanza: avevano ragione i fautori della vaccinazione oppure i sabotatori della stessa? L'abbondante materiale scientifico disponibile avrebbe reso interessante, anche per i membri della commissione, studiare l'argomento e capirne di più. Avrebbero imparato qualcosa di utile per la prossima pandemia, speriamo in un futuro remoto.

Ma no. Vuoi mettere il piacere di buttarla malamente in politica (intesa come faida tra fazioni)? I giornali governativi di riferimento (indistinguibili: come Qui Quo Qua) avrebbero trovato poco stimolante l'andamento dei lavori. Non sarà il Parlamento italiano, dunque, a dirci chi aveva ragione: se i cittadini in fila per vaccinarsi, con lo scopo di tutelare anche gli altri, o chi ha preferito non credere alle autorità sanitarie, ritenendole ignoranti e corrotte.

Natangelo