domenica 2 maggio 2021

Ma poi arriva lei...


di Selvaggia Lucarelli 

Alcune considerazioni sparse sul caso Fedez:

Oggi abbiamo scoperto che in Rai esiste il patronato politico, pazzesco. Vorrei raccontarvi che succede da qualche decennio e che la politica (TUTTA, a destra e sinistra) non si limita a chiedere a un cantante di non fare politica su un palco, ma decide amministratori, conduttori, contenuti e veti. Li decidono anche i partiti di quei politici che oggi twittano Bravo Fedez, con acrobazie degne delle finali di un campionato russo di ginnastica ritmica. 

Fedez ha fatto benissimo a non cedere alle pressioni che abbiamo ascoltato. E ha fatto anche bene a registrare e a sputtanare chi negava tentativi di censura. Faccio però sommessamente notare che alla fine sono rimasti tentativi. E’ salito sul palco e ha detto quello che voleva, non mi pare un passaggio trascurabile. Con un Renzi qualunque dubito anche solo che sarebbe stato INVITATO su quel palco.

Fedez improvvisamente paladino del mondo Lgbt. Bene. Fedez però è anche quello che quando il primo cantante italiano famoso anche fuori dai confini nazionali ha fatto coraggiosamente coming out e nel 2010 - mica ora, con la strada più che spianata- nella canzone “Tutto il contrario” gli dedicò la strofa“ “Mi interessa che Tiziano Ferro abbia fatto outing, ora so che ha mangiato più wurstel che crauti. Si era presentato in modo strano con Cristicchi: ciao sono Cristiano non è che me lo ficchi?”.  Ora, era ironico? Va bene. Voleva dire il contrario? Va bene. Quella strofa però era violenta, qualunque lettura le si voglia dare. La canzone è ancora lì, mai ritirata. E questo che Fedez definisce “cambiamento nel modo di esprimersi” lo avrei accompagnato con delle scuse fatte bene a Ferro, come gli suggerì Mika anni fa: “Si dice sono stato uno stronzo”. Invece, a chi glielo ha fatto notare negli anni, sempre risposte piccate, infastidite. E Ferro- che è stato coraggioso quando quel coraggio poteva avere un prezzo molto alto- non gliel’ha mai perdonato. A ragione. Non importa quanto si sbaglia, importa come poi decidi di riparare. 

Fedez coraggioso? C’è una differenza tra l’essere nel giusto ed essere coraggiosi. Questo secondo me è il passaggio più importante. Il coraggio si misura con un’ unica unità di misura: quanto e cosa si rischia di perdere, compiendo una determinata azione. Fedez ha sposato una causa giusta in una fase di consenso per il ddl Zan enorme, e per fortuna. Non lavora in Rai, non ha bisogno dei pochi soldi della Rai perché ne guadagna moltissimi altrove. “Beh, intanto lui ha denunciato le pressioni e gli altri no!”, dicono in molti. Beh, signori miei, non tutti si possono permettere di rinunciare al loro stipendio in Rai o altrove, per questioni di principio. E lo dice una per cui i principi sono importanti. C’è chi deve mangiare, Fedez continuerà a mangiare. Sapete cosa sarebbe stato davvero coraggioso, da parte di Fedez? 

Fedez è testimonial Amazon. Guadagna svariati milioni di euro con Amazon. Questo sì che rappresenta quel “qualcosa da perdere”. Ieri era la festa dei lavoratori, questo era il tema e su quel palco si doveva parlare soprattutto di lavoro e lavoratori. 
Lui quel tema l’ha sfiorato con quel “caro Mario” un po’ frettoloso, e poi è passato ad altro. Poteva rivolgersi al suo principale datore di lavoro, Amazon, e usare quel palco per chiedere di tutelare i diritti dei suoi lavoratori che fanno pipì nelle bottiglie e i cui sindacati sono costantemente ostacolati. In questo Fedez poteva essere coraggioso. Dimostrare di avere il coraggio di perdere qualcosa. Sposare - anche- una causa molto meno popolare, molto meno nota, molto meno raccontata. Di Amazon dentro e fuori il Parlamento, non frega niente a nessuno. A parte ai sindacati, al Landini che parlava di questo l’altra sera a Piazza Pulita. Che si sporcano le mani, ma non con una scritta da fotografare su Instagram. 

Dunque, Fedez, ha fatto male? No, ha dato massima visibilità ad una questione che aveva (per fortuna) già molta visibilità, guadagnando molto in termini di consenso. Per questo, va ringraziato comunque, al di là del fatto che si intraveda o meno la scintilla della verità in quello che fa. Contano i risultati. Mi aspetto però che nelle sue battaglie sia disposto anche a perdere qualcosa, visto che è uno dei pochi che se lo può davvero permettere. 

Infine, Salvini. Lui che per ragioni di opportunismo politico da un po’ ha optato per il registro passivo- aggressivo e risponde “Andiamo a prenderci un caffè” a qualsiasi provocazione dei suoi avversari politici, fa pisciare sotto dal ridere. Quasi lo preferivo quando si presentava con le bambole gonfiabili sul palco: almeno, somigliava alla sue parole.

Ribadisco

 


Chapeau Fedez!

 


Ritiro quanto detto in precedenza riguardo a Fedez, che ieri ha fatto, detto e registrato parole, nobili pensieri e meditazioni sulla libertà individuale, più di quanto stimati paladini foraggiati ad oltre tredicimila euro mensili abbiano profuso nella loro dorata carriera parlamentare.
Chapeau ad un artista a cui non frega nulla di rischiare di mettersi in cattiva luce verso i direttori, vicedirettori, vice dei vice direttori del più grande ed inaudito carrozzone esistente su questo suolo, il cui bilancio è perennemente in perdita e che viene da noi costantemente irrorato mediante il rapto di 18 euro in quasi ogni bolletta luce: sì, la Rai che sta alla libertà di informazione come Mediaset alla ricerca della verità sul famigerato rapporto tra mafia e stato, tristemente e follemente lottizzata senza alcun sentimento, rigurgito di decenza, né di amore per la libertà. In questo video postato dal valoroso artista, torno a dire chapeau, ad un certo momento un fantomatico vicedirettore - quanto mi piacerebbe conoscere cosa effettivamente producano tutta quella mandria di pancioni col cactus e la simil pelle in ufficio simbolo di potere alla Fantozzi - attorno ai 29 secondi di durata del video, pronuncia la frase fatidica, proveniente dall'oltretomba, dai tempi della balena bianca, svolazzante sul craxismo, sulla famigerata era del Puttanesimo, sulla successiva del Ballismo, mai riposta in sarcofagi neppure durante il regno del Cazzaro assieme al Bibitaro, cui neppure Giuseppi uomoxbene ha potuto farvi qualcosa, vista la sua inamovibilità: 
"Le sto soltanto chiedendo di adeguarsi ad un SISTEMA"

Passo e chiudo, ringraziando Fedez e sghignazzando verso coloro che ancor oggi si ritengono liberi su questo suolo. E soprattutto tutelati. Ma soprattutto: o voi che coabitate in governo con malandrini ed imbelli: fate diventare legge il ddl Zan, fregatevene del Cazzaro e della sua ribalderia! Legiferate in nome della libertà! E in culo a tutto il resto! (cit.)

sabato 1 maggio 2021

Primo Maggio Travagliato

 

Ce l’hanno Durigon
di Marco Travaglio
Fate finta di non sapere niente e immaginate questa scena. Il sottosegretario 5Stelle all’Economia parla con Beppe Grillo dell’inchiesta sul figlio per stupro e gli dice di non preoccuparsi perché “il generale che fa le indagini lo abbiamo messo noi”. Nell’ordine, accadrebbe questo: telegiornali, giornali e talk sparerebbero la notizia a reti ed edicole unificate per almeno tre settimane consecutive; destre e sinistre invocherebbero la testa del reprobo e subito il premier Draghi e il ministro Franco convocherebbero il sottosegretario per cacciarlo a pedate dal governo; Sgarbi, Sallusti, Belpietro, Giletti e Santoro direbbero che loro l’avevano detto che le indagini erano compiacenti; Stampubblica intimerebbe a Enrico Letta di rompere ogni dialogo presente e futuro col M5S; il giornale di De Benedetti scriverebbe che è tutta colpa di Conte.
Invece, a dire che “il generale che fa le indagini l’abbiamo messo noi”, è stato il sottosegretario leghista all’Economia Claudio Durigon, parlando – a quanto pare – delle indagini sui 49 milioni di fondi pubblici fatti sparire dal suo partito, costringendo la Procura di Milano a ribadire piena fiducia nei finanzieri che conducono l’inchiesta. Infatti, intorno al caso, regna un meraviglioso silenzio. Solo i 5Stelle e Calenda chiedono le dimissioni, mentre l’interessato – invece di spiegare le sue parole immortalate in una registrazione dal sito Fanpage – minaccia fantomatiche “dieci querele” (a chi, visto che ha fatto tutto da solo?). Salvini tira in ballo Grillo e i 5Stelle (che non c’entrano nulla perché Durigon ha fatto tutto da solo). E il giornale di De Benedetti gli va dietro: “I Cinque stelle attaccano Durigon dopo le tensioni con la Lega sul video di Grillo”. Si ripete tale e quale il giochetto seguìto al video di Grillo: il Tempo riporta una frase di Salvini su un “qualcosina” che gli ha spifferato la sua avvocata e senatrice Bongiorno sul presunto stupro di gruppo, la sottosegretaria M5S Claudia Macina domanda cosa sia quel “qualcosina”, tutti chiedono le dimissioni della Macina anziché di Salvini e della Bongiorno e la ministra Cartabia redarguisce la Macina anziché Salvini e la Bongiorno. Noi ovviamente, non avendo alcun dubbio sull’integrità e la probità di Draghi, immaginiamo che avremo presto sue notizie e che intanto il ministro Franco ritirerà le deleghe al sottosegretario (la Guardia di Finanza dipende proprio dal Mef). Intanto, già pregustiamo la prossima puntatona (almeno una) di Non è l’Arena, il programma senza macchia e senza paura di Massimo Giletti. Possibilmente con una telefonata-trappola a Durigon organizzata dal consulente Fabrizio Corona che, per camuffarsi e incastrarlo meglio, gli fa l’accento svedese.

Da Buon Primo Maggio!

 


Probabilmente Danilo Dadda riceverà a breve molte telefonate calde, probabilmente, chissà, pure dal munifico, si fa per dire, Carlo Bonomi ras di Confindustria, e se ciò non avverrà sarà solo dovuto al fatto che tutto quello che non è consono alle regole della socialità, per caso o sfortuna raccolte dentro a quell'individuo plenipotenziario che fino a poco tempo fa miagolava alla luna presagendo disastri e disfatte solo perché, "Giuseppi Persona per Bene" avea giustamente deciso di tenere fuori dal gioco lui e quelli come lui, tra l'altro tra i responsabili, pare, chissà, del mancato introito di circa 120 miliardi all'anno, e che invece ora, dopo l'avvento del Dragone, si spertica quotidianamente nell'osanna collettivo a questa nuova coalizione, solo perché lui e quelli come lui sono ritornati in gioco, presagendo l'arrivo di nuovo contante che servirà, probabilmente, a rimpinguare i già squallidamente stipati forzieri di famiglia, nobili e altezzosi come la mosca sulla merda di vacca. 

Ma torniamo a Danilo Dadda: chissà, forse, ma il colloquio potrebbe assomigliare a questo: "Danilo sono Carlo! Ma che hai fatto? Sei uscito di testa? Se dai ai sottoposti la possibilità di leggere, ti creeranno problemi di ogni genere! Sei impazzito? Leggere? Ma non sai che dobbiamo tenerli sotto, imbambolendoli con ninnoli e carezze in nuca, perché devono produrre, solo produrre per farci aumentare le entrate? E li premi pure! Vedrai che inizieranno a chiederti delle rivendicazioni, vorranno più libertà, più autonomia, più rispetto! No, non siamo d'accordo! Torna indietro, trattali con la sufficienza tipica dei nostri avi, quel sacrosanto distacco sociale che è alla base della divina sottomissione alle nostre esigenze, alle nostre slide, ai nostri bilanci tendenti perennemente all'infinito! Danilo torna indietro!"

E' solo fantasia, naturalmente! Ma qualcosa il dott. Dadda smuoverà, permettendo a tanti di risvegliare cervici soporose, affrante, distaccate.

Meglio non poteva iniziare questo Primo Maggio, che è la festa dei lavoratori, di tutti, pure di quelli oppressi da contratti capestro introdotti dal neo giornalista arabo magnificante il Rinascimento in un paese misogino e sotto-acculturato, retto da un probabile mandante di assassino che, col suo governo, durante l'Era del Ballismo, compì nefandezze antisindacali, affossamento dell'articolo 18 in primis, tali che neppure suo Zio, pagatore seriale di tangenti alla mafia, era stato capace di compiere durante la precedente Era del Puttanesimo.

E' la festa pure di nuovi schiavi 2.0 orchestrati da quei briganti negrieri che dietro ad una facciata start up, fustigano e spremono giovani ansimanti di emergere alla vita, senza che nessuna politica - ma di politica oramai in queste lande non se ne vede più se, com'è oggi, l'agnello Bibitaro sta placidamente dormendo accovacciato accanto al felino puttaniere, o Cazzaro che dir si voglia - s'erga a strenue difensore di questi neo reietti.

Meglio non poteva iniziare questo Primo Maggio, leggendo l'articolo apparso oggi su La Stampa attorno a questa grande idea di un imprenditore innovatore quale probabilmente è Danilo Dadda.
Lo allego di seguito. Buon Primo Maggio a tutti!


Il "Book club" di un'azienda della bergamasca: in orario di lavoro, a turno, un dipendente parla agli altri di un libro a sua scelta
"Pago i miei lavoratori per leggere perché la cultura li rende migliori"
ALBERTO MATTIOLI
INVIATO A MAPELLO (BERGAMO)
La cultura non ha prezzo? E chi l'ha detto? Basta retorica e avanti con il tariffario: cento euro per leggere e raccontare ai colleghi un libro, 200 per il secondo, 300 per il terzo e così via. E se il testo è in inglese, il compenso raddoppia. Vale per tutti: dal muratore al dirigente.
L'idea è straordinaria, chi l'ha avuta ancora di più. Siamo alla Vanoncini di Mapello, profondo Nord, un capannone dietro l'altro, bergamaschi operosi che per dimenticare la tragedia del Covid, che qui ha picchiato davvero duro, lavorano anche più del solito. Lui si chiama Danilo Dadda, 56 anni, titolo di studio geometra, entrato nell'87 come tecnico e diventato amministratore delegato di questa azienda specializzata in edilizia sostenibile, know how e cantieri per costruire con tecnologie innovative e risparmiose in termini di materiali e di inquinamento, 85 dipendenti e una reputazione consolidata. Però Dadda non è il solito manager. Semmai, un Adriano Olivetti in salsa orobica, uno che ti spiega convintissimo che «chi lavora con te deve diventare migliore di quando ha cominciato, perché l'imprenditore ha anche un ruolo sociale». Facile dirlo. Lui lo fa, però: «Se mi avessero detto che avrei speso 500 mila euro in due anni in formazione, un miliardo delle vecchie lire, mi sarei dato del matto da solo. E invece...».
Invece l'ultima trovata è il «Book Club». «È cominciato tutto per caso - racconta Dadda -. Una volta, dopo una riunione, ci siamo messi a parlare di quel che stavamo leggendo. Ho pensato che poteva diventare un appuntamento fisso». Detto fatto. In orario di lavoro, a turno, un dipendente parla agli altri di un libro a sua scelta e il mese dopo riceve il compenso in busta paga. La biblioteca è eclettica: nel programma delle presentazioni, molti manuali di marketing, certo, ma anche romanzi, saggi, biografie (compresa ovviamente quella di Steve Jobs) e perfino poesie.
Niente obblighi per i dipendenti da megadirettore galattico di Fantozzi: viene chi vuole. A proposito, Dadda, lei cosa legge? «Da sempre di tutto, grazie alla mamma che da piccolo mi metteva i libri in mano. Ho letto tutti i russi, ma anche Dan Brown o Fabio Volo. E adesso ho scoperto Camilleri».
La scommessa di Dadda è di rendere contagiosa la lettura. Così la sala riunioni si trasforma nel club del libro. Ha iniziato il primo marzo Elisa Cassis del Commerciale illustrando Il profeta di Khalil Gibran, la voce si è subito sparsa «e insomma prima facevamo due riunioni al mese, adesso passeremo a quattro e con due libri alla volta, anche perché vogliono venire pure le mogli e i mariti». Fare l'avvocato del diavolo è inutile: certo che vengono, meglio stare seduti ad ascoltare che su un'impalcatura, poi li paga pure... «Vero. Ma il risultato è che ci stanno prendendo gusto».
Sarà vero? Erwin Zappolo, per vent'anni in cantiere, oggi gestore di un magazzino a Milano: «Non sono mai stato un lettore: adesso lo sono diventato. È stato un processo graduale. Prima mi sono incuriosito, poi ho scoperto che mi piaceva, anche perché sono stanco di sentire in tivù parlare di Covid tutto il tempo. Leggere ti apre la testa». Qui però si tratta anche di parlare... «Già più difficile, è vero, ma lo farò. Il 13 dicembre racconterò un saggio di Paolo Ruggeri Piccole e medie imprese che battono la crisi . E sì, sono un po' agitato». Mariantonietta Ponchielli della Sicurezza, pronipote di Amilcare, quello della Danza delle ore, parlerà del Milionario di Marc Fisher, Serena Paravisi di Fattore 1% di Luca Mazzucchelli, Manuel Fiore dell'Arte della guerra di Sun Tzu. Un collega si lamenta con Dadda: «Lo sai? Ora i miei figli mi chiedono 15 euro per ogni libro che leggono». E tu cosa fai? «Io pago». Però non è solo l'occasione di farsi una cultura. Daniela Capelli, responsabile del Customer Care: «Il Club è un'esperienza bellissima perché, in attesa di viverla in prima persona, senti l'emozione dei colleghi che parlano di libri». A lei toccherà il 19 luglio, un saggio di Roetzer.
Insomma funziona, una piccola utopia per una volta realizzata. Del resto, Dadda è il classico tipo che convince perché è convinto. Parla per massime, ma si capisce che ci crede sul serio: «Se vuoi qualcosa che non hai mai avuto, devi essere disposto a fare qualcosa che non hai mai fatto», dice. Dia un consiglio a Draghi, allora: «Gli direi che la logica non basta. Le persone cambiano davvero solo quando scatta l'emozione». Che peraltro, pare, fa bene anche al fatturato: l'anno scorso, alla faccia della pestilenza, la Vanoncini ha fatto il record, 28 milioni, «e quest'anno arriveremo a 32». La cultura si paga. Ma paga anche. —

venerdì 30 aprile 2021

Di mattina

 Non ricordo di averne già parlato, ma quasi ogni mattina incontro quel giovane maturo dalla postura inequivocabile, l'andatura col baricentro spostato all'indietro, lo sguardo stanco, stufo probabilmente di vivere per quella malattia oscura attanagliante il cervello che induce a benedire il Cielo per non averla in noi, ma non si sa mai in futuro visto che la depressione è bastarda e sempre pronta ad attanagliare nuove vite. Sul far del mattino mi passa davanti ciondolante, il ventre molle, gli stessi jeans, come identici al giorno prima sono il giubbotto scolorito in un flebile blu, la maglia di flanella grigia e slavata evidenziante la flaccidità dovute alle probabili ore scialacquate non per volontà sua, ma per la codardia insufflata dal subdolo male che probabilmente lo abbraccia da tempo immemore. Entra dal tabacchino e compra cinque, sei pacchetti di sigarette, e il giorno dopo, come oggi, ritorna a far incetta di danno polmonare, senza tregua, senza vitalità. 

Vorrei tanto poterlo affiancare lungo il suo doloroso cammino, carpirne le sensazioni, le speranze, i traguardi, probabilmente annacquati dai farmaci, ma il suo andare per il micro mondo, lo sguardo costantemente rivolto verso gli abissi me lo impedisce, ammetto anche per quella vaga idea di menefreghismo tipica del tempo attuale e di cui molti, me compreso, ne sono portatori inconsapevoli. 

Mentre sono al lavoro ogni tanto penso al suo trascorrere del tempo, sempre uguale, sempre nemico, totalmente immerso nella negatività del suo Io. 

Quante persone attorno a noi vivono affogati nella battaglia in cervice, storditi dai medicamenti che, nella fattispecie, rendono misteriosamente grandi e luminari chi li prescrive, impotenti come sono dinnanzi al mistero obnubilante coscienze tenute dormienti per non arrecare danno a sé e agli altri! 

Quello bravo, nel contesto, è uno scribacchino di sempre più letali farmaci, e non per colpa atavica, bensì per impotenza scientifica. 

Ed ogni mattina il passaggio di questo giovane maturo mi induce a riflettere sul dannato che è tra noi, nel nostro club oramai esclusivo, minimizzante altrui problemi, tralasciante per strade assolate chi, non per propria volontà, melanconicamente ha perso il treno della socialità. Che difficilmente ripasserà.   

Fini al Massimo


DIRITTI IN PANDEMIA
Quel “collare” nato con il Covid
MI SONO VACCINATO - NON VORREI CHE LE AUTORITÀ, ORMAI ABITUATE A CALPESTARE OGNI DIRITTO COSTITUZIONALMENTE GARANTITO, IMPEDISSERO A CHI NON FOSSE IMMUNIZZATO QUALSIASI POSSIBILITÀ DI MOVIMENTO

di Massimo Fini

Il lettore Marco Lupezza, avendomi sentito dichiarare a RadioRadio che mi sarei fatto vaccinare, me ne ha chiesto gentilmente conto visto quel che ho sempre scritto e pensato sul Covid.

Gli ho risposto: “La ragione è molto semplice: non vorrei che le Autorità, ormai abituate a calpestare ogni diritto costituzionalmente garantito, violassero anche quello dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e quindi facessero una discriminazione fra vaccinati e non vaccinati impedendo a questi ultimi ogni possibilità di movimento”. Detto fatto. Adesso per circolare ci vuole un “certificato verde”. Nella confusione generale non si capisce se valga anche per chi ha fatto solo la prima dose del vaccino e quale Entità sia abilitata a fornirlo. Il vaccino quindi l’ho fatto. Tolta di mezzo l’Aria del minus habens Davide Caparini e affidata la cosa a Poste Italiane, tutto si è svolto nel migliore dei modi possibile. L’hub scelto era la “Fabbrica del Vapore”, un luogo che in pre Covid era destinato a grandi eventi e quindi particolarmente adatto per il necessario distanziamento sociale. Il percorso vaccinale è stato veloce (me la sono cavata in un’ora), efficiente, e con una certa attenzione da parte degli addetti alle comprensibili e umane ansie degli anziani vaccinandi, anche quelli che erano adibiti allo spostamento delle persone, quindi la manovalanza più bassa.

Effetti collaterali non ne ho avuti, per ora. Però sarebbe azzardato dire che sto meglio di prima del vaccino. Mi sento molto più fiacco, stanco e debole. Ed è ovvio, in fondo mi sono autoinoculato una modica quantità di Covid, quindi una malattia che non avevo, per evitarmene gli effetti più gravi. Cosa che già di per sé mi pare poco ragionevole perché nella mia fascia d’età, i morti per Covid sono un numero abbastanza limitato. E adesso ci sono da aspettare i fatidici 14 giorni entro i quali si manifesta, in modo letale, il trombo amico, anche se l’indicazione dei 14 giorni è del tutto vaga perché a causa della velocità con la quale sono stati preparati i vaccini non possiamo sapere se l’evento si possa presentare fra cinque o sei mesi in conseguenza del vaccino oppure, in modo del tutto naturale, perché, data l’età, è venuta la tua ora.

La mia posizione quindi non cambia. Resto convinto che la reazione al Covid-19 sia stata sproporzionata e che gli “effetti collaterali” dei lockdown siano più nocivi, per la salute, dello stesso virus.

In tutta questa storia colpisce come le Autorità di quasi tutti i Paesi democratici abbiano calpestato diritti costituzionalmente garantiti, dalla libertà di movimento a quella dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, senza che ci sia stata una qualche reazione dell’opinione pubblica. C’è anche stato un che di sadico piacere, soprattutto da parte di alcuni governatori, come il campano De Luca, nel darci ordini ancora più stringenti di quelli che venivano dalle Autorità nazionali. Mansueti come buoi ci siamo fatti mettere al collo quello che il lettore Lupezza chiama “un collare”. Tutto ciò senza che gli adoratori quasi mistici della Costituzione abbiano emesso un vagito. Si dirà che questa riduzione in schiavitù della cittadinanza è avvenuta in modo legale. Può essere. Del resto chiunque abbia studiato Giurisprudenza sa che nella Costituzione c’è tutto e il suo contrario e che ci sono sempre i modi per aggirarla. Dice per esempio l’articolo 32 della Costituzione: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario”, ma aggiunge subito dopo “se non per disposizione di legge”. Ed ecco che l’articolo 32 va a farsi fottere. L’articolo 3 è famoso perché sancisce solennemente l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, ma poi si impone di fatto il “collare vaccinale” e anche l’articolo 3 va a farsi fottere.

Insomma non c’è stato alcun segno di ribellione. Questa passività è dovuta in prima battuta alla perdita di vitalità e istintualità dell’uomo occidentale. Io mi rallegro, lo confesso, quando sento di qualche delitto di gelosia. Vuol dire che un po’ di vita e di sangue ci sono ancora. Le nuove usanze vogliono invece che se tu torni a casa e trovi tua moglie a letto con l’amante gli presenti il biglietto da visita. Siamo grandi difensori della dignità della donna, ma ci sono stati tanti episodi in cui una ragazza veniva stuprata quasi nel centro di una città e tutti voltavano la testa da un’altra parte. Insomma non siamo più abituati a mettere a repentaglio la pelle, la nostra preziosa, schifosa, pelle.

E questo ci porta al secondo argomento. Si tratta della non accettazione della morte nel mondo contemporaneo. Morire è proibito, vietato e quasi osceno, come se non fosse la sola cosa certa della vita. In passato non era così. Nel Medioevo, nei “secoli bui”, vediamo che il rapporto dell’uomo preindustriale con la morte è completamente diverso dal nostro, direi quasi opposto. “L’accettava. Noi l’abbiamo invece scomunicata. Interdetta. Proibita. Dichiarata pornografica (…) Tanto che non azzardiamo nominarla nemmeno nei luoghi, nelle sedi, nelle occasioni in cui non ci si può esimere dal parlarne, basta leggere i necrologi dei quotidiani: ‘la scomparsa’, ‘la perdita’, ‘la dipartita’, ‘si è spento’, ‘ci ha lasciato’, ‘è mancato all’affetto dei suoi cari’, ‘i parenti piangono’ e così via, la parola morte a indicare ciò che veramente è successo non c’è mai” (La Ragione aveva Torto?). Come nota Philippe Ariès autore di Storia della morte in Occidente: “È la prima volta che una società onora in modo generale i suoi morti rifiutando loro lo stato di morti”. Ma tutti questi interdetti, divieti, scomuniche della morte, tutti questi silenzi, significano in realtà una cosa sola: una paura della morte quale nessuna epoca del passato aveva conosciuto in eguale misura. “A differenza che nel passato, la morte è oggi vissuta come un fatto solo individuale e quindi irrevocabile e definitivo. Staccato ormai dai cicli della natura e delle stagioni, circondato da un mondo di oggetti inerti, che non si autoriproducono, ma caso mai vengono sostituiti, cui si sente sinistramente omologo, inserito in modo anonimo in una comunità troppo vasta, sfuggente e sostanzialmente estranea per conservarvi il senso di un destino collettivo, indebolito nel sentimento della continuità della famiglia ormai ridotta nelle dimensioni e nel significato, depauperato, per il progressivo allontanarsi dalla sua natura animale, della coscienza della specie, l’uomo tecnologico sente la propria morte come una tragedia individuale, esclusiva, totale e quindi più paurosa che mai”.

Oggi c’è una pandemia di panico. E con la paura della morte addosso, sottile ma continua proprio nella misura in cui l’indecenza viene in tutti i modi negata e respinta, si vive male.

E adesso, cari lettori del Fatto, andate a farvi angosciare da Draghi, che non a caso è stato soprannominato Don Abbondio, dal comitato tecnico scientifico, dal miles gloriosus Figliuolo reduce da mille battaglie mai combattute e dai media che in questo terrorismo irragionevole hanno avuto un ruolo devastante.