Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
martedì 2 giugno 2026
Mentre festeggiamo
Tra gli operai schiavi nel cantiere del consolato Usa: "Lavoriamo anche malati"
di Miriam Romano
Cosa succede oltre quella recinzione non è dato vederlo. Il filo spinato corre tutto intorno. «Zona militare», avverte un cartello. Dal marciapiede si intravede una gru in funzione. Sulle balaustre camminano operai in fila: caschi gialli, pettorine fluorescenti. Il cantiere degli schiavi non si ferma nemmeno per il ponte del 2 giugno. «Entriamo alle 7 e usciamo alle 6 di sera». In lontananza si sentono i colpi di martello, il ferro battuto, qualche ordine urlato da una parte all'altra.
Dietro la rete, in un angolo di prato, tre uomini sono accasciati all'ombra con i cellulari in mano: videochiamano le famiglie lontane, mandano saluti ai figli, si sconnettono per qualche minuto dai fischi e dal clangore del cantiere. È la brevissima pausa pranzo che gli viene concessa. Sullo sfondo, irreali, i grattacieli di CityLife. È qui, nel maxi cantiere del nuovo consolato americano di Porta Nuova, che la procura di Milano ipotizza un sistema di sfruttamento ai danni di decine di operai indiani. Secondo l'inchiesta, i lavoratori sarebbero arrivati in Italia dopo avere pagato migliaia di euro per il viaggio e il visto, per poi ritrovarsi a lavorare fino a 10-12 ore al giorno con stipendi decurtati da affitto nei residence dell'hinterland. Intanto la procura di Bergamo ha chiesto la convalida del fermo di Ulas Demir, manager della filiale italiana della Caddell Construction Co. LLC, fermato all'aeroporto di Orio al Serio mentre tentava di lasciare l'Italia per rientrare a Istanbul.
La giornata inizia prestissimo. E fa già caldo, 30 gradi in questa estate precoce. Quattro pullman parcheggiano in fila lungo il marciapiede davanti al consolato Usa. Decine di operai guardano dal finestrino. Zaini in spalla, cuffiette nelle orecchie. Scendono uno alla volta. Quasi non si parlano tra di loro. C'è la solita routine. Prima di entrare in cantiere, i lavoratori lasciano i cellulari fuori, in piccole cellette metalliche. Poi passano i tornelli e spariscono dietro le reti ombreggianti.
Amrinfet indossa una camicia a quadri. Ha 36 anni, due figli e una moglie a Ludhiana, nel Punjab. Dice che un giorno tornerà ai campi di grano che ha ancora negli occhi. «Guadagno 1.500 euro al mese». Parla abbastanza bene in inglese. L'italiano, invece, non lo conosce. «Non parlo mai con gli italiani», racconta. La sua routine è un susseguirsi di obblighi. «La mattina mi alzo alle 5.30. Il pullman passa a prenderci alle 6. Alle 7 entro in cantiere ed esco alle 18». Amrinfet gira i tacchi: deve chiamare la moglie.
«Cosa rimane a me di quello che guadagno?», si chiede Airtel, un altro operaio. Sorride appena e si fa i conti con le dita. «La stanza costa 506 euro. Altri 300 per mangiare. E 300 euro li mando a mio padre, in India. Ha il diabete». Il sorriso si spegne. «Pochi soldi. Non bastano». «Lavoro sempre. Anche con la febbre. Se dici no, non lavori più», dice Satnam. «Tantissime ore lavoro. Dieci o dodici al giorno». Un altro operaio racconta di avere venduto trattori e attrezzi per pagarsi il viaggio in Italia. Ranjit stringe i pugni. «A mia moglie non racconto nulla. Si chiama Simran. Mando i soldi. Prendo due euro l'ora, ma lei non lo sa». Poi abbassa lo sguardo. «Se racconti problemi alla famiglia, loro soffrono e basta».
Scatta l'ora del rientro. I pullman costeggiano il cantiere e caricano una cinquantina di operai ciascuno. Riattraversano le strade della periferia, passano accanto ai campi irrigati dai canali. A Garbagnate, più a nord, c'è uno dei residence dove alloggiano i lavoratori. «Li vediamo arrivare tutti i giorni alla stessa ora. Ma nessuno sa niente di loro», racconta una vicina.
A sud di Milano, a Pieve Emanuele, c'è l'altro residence. Amrinfet sale fino al nono piano. Si apre un lungo corridoio. I muri sono stinti, le porte gracchiano. In tre dividono un appartamento di quaranta metri quadrati. In cucina c'è un letto. Gli altri due sono affiancati in una stanza minuscola. Sono ancora disfatti. «Non abbiamo tempo di sistemarli». L'odore del curry attraversa l'appartamento. È ora di cena: riso, verdure, peperoncino tagliato a fettine sottili. Uno di loro torna con una busta della spesa appoggiata sul tavolo. Un'immagine sacra è appesa alla parete e in una cornice splende una famiglia felice. La sera restano seduti sui muretti con il telefono in mano. Guardano video, aspettano le videochiamate dall'India. Tra poche ore la sveglia suonerà di nuovo. E alle sette, dietro il filo spinato del consolato americano, il cantiere riprenderà a muoversi come se niente fosse.
Dopo giorni di silenzio, dal consolato americano battono un colpo. Un portavoce del Dipartimento di Stato fa sapere che «le accuse sono oggetto di indagine» e che «le forze dell'ordine statunitensi stanno collaborando pienamente con le autorità italiane». «Il governo degli Stati Uniti — aggiunge — non tollera lo sfruttamento del lavoro».
Profondo dilemma
L’impunito e i complici
Quindi, almeno per il momento, Netanyahu è riuscito a sabotare con i nuovi massacri in Libano l’accordo fra Usa e Iran che da giorni era praticamente concluso e attendeva solo che Trump trovasse il coraggio di annunciarlo e le parole per mascherare da vittoria l’ennesima disfatta americana. Tra gli infiniti autogol dell’ex aspirante Nobel per la Pace e del vincitore morale del Nobel per la Guerra, c’è anche quello di aver trasformato gli ayatollah e i pasdaran nei santi patroni della causa palestinese e pure di quella libanese. Ovvio che mai l’Iran firmerà qualcosa con Trump finché Netanyahu continuerà a occupare e massacrare il Libano. Pochi giorni fa Donald pareva essersi affrancato dal vassallaggio a Bibi (“Lui fa quello che gli dico io”), ma era pura fiction. Il legame oscuro che consente al leader di uno staterello di 10 milioni di abitanti di comandare una superpotenza di 450 perché vada contro i propri interessi a vantaggio dei suoi, appare inscindibile. In attesa di capire quali armi di ricatto (altri fileEpstein? lobby israeliana? entrambe le cose?) impediscono a Trump di scaricare il sanguinario terrorista di Tel Aviv, è sempre più incredibile il nulla della cosiddetta Europa. Cioè della prima vittima della guerra nel Golfo. Prodiga di sanzioni (21 pacchetti in 50 mesi) contro la Russia, che se ne fa un baffo e le trasforma in autosanzioni per noi perché ha dimensioni, risorse e alleati sufficienti ad aggirarle, l’Ue ne è curiosamente avara (zero pacchetti in tre anni) contro Israele, primatista mondiale delle violazioni del diritto internazionale, ma anche delle sanzioni mancate.
Eppure tutti sanno che nessun embargo può fermare o frenare la Russia, il Paese più grande del mondo. L’Iran è sotto sanzioni dal 1979 e ha imparato a conviverci, anche perché è un impero di 90 milioni di abitanti e ha Cina, Russia e Brics dalla sua. Ma Israele è poco più grande della Puglia e – Usa a parte – è solo al mondo: sospendere l’accordo commerciale Bruxelles-Tel Aviv basterebbe a mettere in seria difficoltà lo Stato ebraico. E ancor più Netanyahu, che andrebbe alle elezioni come il premier che ha reso il suo Paese più insicuro che mai e l’ha isolato a livello internazionale dopo averlo trascinato in un abisso morale che ora sembra irreversibile. Basterebbe uno straccio di sanzione (firmiamo la petizione su Ioscelgo) per frenare la sua guerra infinita alimentata dalla impunità e favorire un ricambio di governo rafforzando le opposizioni. Eppure l’Ue, con 500 milioni di abitanti, non ha alcuna intenzione di sanzionare lo staterello di 10. Per spiegare perché Donald non ferma Bibi bastano, forse, i fileEpstein. Ma cos’è che non sappiamo di Von der Leyen, Costa, Metsola, Kallas, Macron, Merz, Meloni&C.?
lunedì 1 giugno 2026
Guarda chi c'è!
Provaci ancora Tony: Blair gira solo a destra, come i suoi finanziatori
Il nome di Tony Blair, primo ministro britannico dal 1997 al 2007, simbolo della “terza via” degli anni ‘90 e 2000 – la rifondazione dottrinaria che avrebbe dovuto adattare la sinistra a una globalizzazione ancora trionfante –, era riemerso sulla scena internazionale a inizio anno in occasione del Consiglio per la pace nella Striscia di Gaza a cui aveva partecipato accanto a membri del clan Trump. Da alcuni giorni, è un suo articolo, pubblicato sul sito dell’istituto che porta il suo nome, ad agitare il dibattito nel Regno Unito.
Tony Blair, 73 anni, accusa il partito laburista di “giocare col fuoco” adagiandosi nella zona di confort politica della “soft left”, la corrente moderata della sinistra labourista. L’ex premier esorta il partito ad uscirne e ad adattarsi a due realtà strutturanti: da un lato, il “nuovo ordine geopolitico” dominato da Stati Uniti e Cina, che imporrebbe di “riparare” la relazione con Washington; dall’altro, la “rivoluzione tecnologica” trainata dall’intelligenza artificiale, che dovrebbe essere abbracciata sostenendo il settore privato. L’intervento di Blair va letto nel contesto politico attuale segnato dalla debolezza dell’esecutivo laburista guidato da Keir Starmer, sanzionato dagli elettori negli scrutini locali del 7 maggio.
Dietro le quinte, diversi potenziali successori di Starmer stanno già affilando le armi, ma nessuno di loro ha aderito alle “ricette” di Tony Blair, neanche Wes Streeting, esponente dell’ala destra del Labour. Streeting ha evidenziato una lacuna importante nel discorso di Blair: “Le disuguaglianze – ovvero la frattura economica, sociale e democratica che attraversa la Gran Bretagna – vengono considerate un problema secondario anziché fondamentale. Eppure, non sono una semplice conseguenza delle crisi che sconvolgono le democrazie occidentali, ne sono invece la causa”, ha scritto sul Guardian. All’appello di Blair a occupare il “centro radicale” dello scacchiere politico, Andy Burnham, esponente della “soft left” laburista, impegnato nella campagna delle suppletive di giugno, ha risposto sulle colonne dell’Observerfacendo notare che è proprio perché “le persone ritengono che il centro non abbia risposto alle loro aspettative nella vita quotidiana che si sono rivolte verso gli estremi”.
Una delle caratteristiche più sorprendenti del testo di Blair è in effetti la totale assenza di autocritica. Come se le disfunzioni del modello britannico e il malessere sociale diffuso nel Paese fossero dovuti unicamente alla Brexit conservatrice e alle politiche di Starmer, mentre sono stati il mantenimento di un mercato del lavoro iperflessibile e l’accentuazione della finanziarizzazione dell’economia sotto il New Labour a rendere il Regno Unito vulnerabile Alla grande crisi del 2008, sfociata in politiche di austerità. “Il sogno di Margaret Thatcher di un’economia liberalizzata è finito con il fallimento di Lehman Brothers. E con essa è scomparso anche il blairismo”, ha osservato Larry Elliott, editorialista del Guardian. L’ex primo ministro sembra tuttavia non essersene accorto e accusa Starmer di attuare una politica troppo tradizionalmente socialdemocratica, quando invece quest’ultimo si è mostrato estremamente prudente sul piano fiscale e di bilancio, faticando a gettare le basi di un modello produttivo più sostenibile ed equo.
In realtà, Blair riproduce oggi con l’IA ciò che i social-liberali degli anni ‘90 e 2000 fecero con la globalizzazione degli scambi: accelerare le nuove forme dell’accumulazione definite dal settore privato, sostenendo che i benefici si sarebbero riversati sull’intera collettività in un secondo momento, secondo la cosiddetta “teoria del gocciolamento”. Per Blair la crescita è una priorità assoluta e per questo invita a: sopprimere ogni regolamentazione stringente sull’IA, ridurre la spesa dello Stato sociale, accantonare la timida restaurazione dei diritti dei lavoratori in corso, abbandonare l’obiettivo della neutralità carbonica nel 2050, irrigidire ulteriormente la, già severa, linea sull’immigrazione. Questa la sua idea di “centrismo”.
Nei fatti, le proposte avanzate da Blair somigliano a un suicidio elettorale. L’utilità del voto Labour sarebbe quasi nulla, in un contesto in cui si sta consolidando la concorrenza credibile dei Verdi guidati da Zack Polanski e dalla loro linea “ecopopulista”. Le sue proposte inoltre si rivelano in certi casi incoerenti. Come osserva il saggista Owen Jones, infatti, “Blair dice di voler tagliare i costi dell’elettricità per poter incentivare l’IA, ma le energie rinnovabili, che vuole ridurre, in realtà sono molto meno costose dei combustibili fossili”. Lo stesso Jones aggiunge: “Sarei curioso di sentire cosa dirà Tony Blair quando si ritroverà davanti al tribunale dell’Aia, perseguito per la guerra illegale in Iraq”. Un riferimento all’allineamento atlantista del 2003, che l’ex primo ministro vorrebbe riproporre ora facendo a ogni costo “fronte comune” con gli Usa, mentre uno dei pochi meriti riconosciuti a Starmer è proprio di aver risparmiato al Regno Unito il disastro di una guerra con l’Iran.
L’assurdità
della strategia di Blair emerge anche dai legami economici stretti con le petromonarchie del settore fossile e con i grandi magnati della tecnologia, tra cui il miliardario Larry Ellison, fondatore di Oracle vicino a Trump. Tony Blair, così come l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, che Mosca vorrebbe come mediatore nella guerra con l’Ucraina, già responsabili dell’abbandono della specificità socialdemocratica, con effetti elettorali di cui i loro partiti pagano ancora il prezzo, araldi della defunta “terza via”, assomigliano sempre più a una “quinta colonna” in collusione con le grandi potenze imperiali e fossili, attraversate da processi di fascistizzazione, intenzionate a smantellare l’Unione europea o quantomeno a piegarla ai propri interessi. Un destino che rivela come il mondo del 2026 non lasci più spazio all’opzione social-liberale, costretta a riallacciarsi ad aspirazioni progressiste o a restare aggrappata agli interessi degli ambienti economici dominanti, liberandosi delle residue preoccupazioni per lo Stato di diritto e l’ecologia che ancora caratterizzavano i suoi rappresentanti venti anni fa.
domenica 31 maggio 2026
L'Amaca
No, non conta solo la forza
di Michele Serra
La vicenda Trump-Iran comincia a diventare affascinante tanto quanto è allarmante. Inutile spiegare perché: allarmante. Affascinante, invece, è la sequenza sconnessa degli eventi, una specie di show surreale. A partire dal famoso «cambio di regime» che ha rafforzato il regime come null'altro avrebbe potuto fare; e i proclami di distruzione totale seguiti da quattro spari in croce, le minacce reciproche intrecciate a promesse di accordo, il caos geopolitico nel quale l'alleato e il nemico sono figure cangianti. (Nel frattempo, anche approfittando del fatto che quasi tutti gli obiettivi sono puntati su Hormuz, Israele porta avanti il suo brutto lavoro in Libano e a Gaza).
Non ci si raccapezza, ed è evidente che non ci si raccapezza per primo Trump, principale artefice di questa guerra, attualmente nella posizione del bullo che aveva detto «adesso ti spiano» alla sua vittima, e se la ritrova che gli saltella attorno. Con il rischio che i peggiori turbanti di Persia finiscano per diventare, su quel ring, qualcosa che non sono, ovvero eroi dell'antimperialismo, nobili resistenti, alternativa plausibile a un Medio Oriente sottomesso «all'Occidente».
Fatto sta che ne esce incrinata l'idea sulla quale ci siamo molto spesi, in tanti, negli ultimi anni: ormai conta solo la forza. Con lo sfarinarsi delle relazioni internazionali, i più grossi faranno dei più piccoli un solo boccone, si diceva. Non sta andando totalmente così. L'Iran è una potenza regionale e sotto il tallone degli ayatollah sopravvive una civiltà millenaria: ma che riesca a tenere testa a Usa e Israele affiancate non era poi così prevedibile (tant'è che Usa e Israele non l'avevano previsto). Il mondo non è così facile da semplificare, non si lascia ridurre a una sola ragione. Si dubita che Trump possa averlo capito, la speranza è che «conta solo la forza» diventi, a breve, uno slogan fallace.


