mercoledì 25 maggio 2022

Amaca spiaggiata

 

Compresi gli ombrelloni
DI MICHELE SERRA
L’annosa lite sulle concessioni balneari è, prima di tutto, annosa: la si ritrova immutata nel succedersi delle estati, come il calcio balilla, come certi gelati con il bastoncino che bastano, solo a vederli, a rimandarci all’infanzia, stessa spiaggia stesso mare.
Si legge — senza troppe sorprese — di una stratificazione tipicamente italiana di equivoci irrisolti, di conti sospesi, di decisioni rimandate, di “tiriamo a campare”. Che hanno da un lato permesso di fare finta di niente per un paio di generazioni, dall’altro (proprio perché si è fatto finta di niente) di lasciare incancrenire la situazione, fino a farla diventare una specie di caso sociale quando sarebbe, di suo, poco più di una questione amministrativa.
Negli anni qualcuno (i gestori) ha speso dei soldi per fare migliorie, affezionandosi assai al posto. Negli anni qualcuno (lo Stato) ha continuato a dare in concessione un bene pubblico per pochi spiccioli. Negli anni è nata una delle tantissime consorterie italiane, che si fa forte del fatto di avere gestito e in qualche caso valorizzato ciò che lo Stato non era in grado di valorizzare, e ora si adombra perché il governo ha deciso di aggiornare l’affitto, che è rimasto lo stesso di quando i Marcellos Ferial vincevano il Disco per l’Estate con Sei diventata nera.
Risultato: hanno tutti ragione, che è anche un modo elegante per dire che hanno tutti torto, tutti qualcosa da rimproverare, qualche debito da sanare.
Chissà perché facciamo così, chissà perché siamo così. Con una specie di indolenza di facciata che, sotto sotto, è la garanzia di un lasciar fare immutabile, immortale.
Non è il fare, è il lasciar fare che ha formato lo Stivale così com’è, compresi gli ombrelloni.

Robecchi

 

Ha ragione Bukowski. I soldi o sono troppi o sono (sempre) troppo pochi
di Alessandro Robecchi
Per una volta almeno darei ragione al vecchio Charles Bukowski: “I soldi hanno solo due cose che non vanno: o sono troppi o sono troppo pochi”. Il rapporto che Oxfam ha sventolato di fronte ai potenti (e ricchi) del mondo l’altro giorno a Davos è una fotografia perfetta, piuttosto spaventosa, della polarizzazione estrema tra ricchezza e povertà, o meglio la certificazione che stiamo seduti su un mondo solo, ma i mondi sono almeno due. Aumentano i miliardari, 573 in più, in totale sono 2.668. Aumentano i poveri, 263 milioni in un solo anno. Naturalmente si possono fare tanti giochetti con le cifre, ma insomma, alcune sono impressionanti comunque la pensiate: la ricchezza di tutti i miliardari messi insieme nel 2000 valeva il 4,4 per cento del Pil mondiale, e oggi, vent’anni dopo, il 13,9. Sembrerebbe che l’intera economia mondiale si sia messa al lavoro per arricchire un paio di migliaia di tizi che erano già ricchi. E tra l’altro, se avessimo tutti in tasca un dollaro per ogni volta che abbiamo sentito parlare di “lotta alle diseguaglianze”, saremmo miliardari anche noi. A proposito di casa nostra, da marzo 2020 a novembre 2021 (pandemia, vi dice qualcosa?) i miliardari sono aumentati di 13 unità (auguri! Champagne!). In Italia, una quarantina di persone detengono la stessa ricchezza del 30 per cento degli italiani più poveri (calcolati in 18 milioni di persone adulte), un milione e quattrocentomila famiglie sono scese sotto la soglia di povertà durante il periodo del Covid. Insomma, abbiamo un problema, cioè, ne abbiamo tanti. Uno è, se si può dire, semi-letterario. 

Questi leader del “miliardariesimo”, nuova religione mondiale, capita che sclerino, che diventino delle straordinarie auto-caricature, macchiette. Uno va su Marte, quell’altro mi diventa guru della sanità planetaria. I listini di Borsa sono la loro sala giochi, trattano coi governi, alla pari e in qualche caso in condizione di vantaggio, graduano alla bisogna la libertà d’espressione, pagano tasse percentualmente inferiori a quelle che paga un ragioniere di Vimodrone. La “diseguaglianza”, insomma, è così plateale da risultare grottesca. Non solo per questioni di giustizia (già mi vedo arrivare quelli dell’“invidia sociale”, porelli, così ansiosi che dalla tavola imbandita cada qualche briciola per loro), ma proprio per questioni sistemiche e strutturali. Non è pensabile che la forbice si allarghi ancora. Anche perché è una forbice che non riguarda solo poveri e miliardari, ma un ritorno palpabile, visibile nelle nostre città, a una netta divisione per classi sociali, un proletariato sempre più compresso (e l’inflazione al sei per cento, poi…), con diritti un po’ evaporati, a cui nessuno sembra in grado di dare aperta rappresentanza politica. Insomma, aumentano i ricchi, a decine, e aumentano i poveri, a centinaia di migliaia, e questo in un Paese dove ogni giorno si sente il mantra della “lotta alle diseguaglianze”. 

Lo stesso Paese dove il solo pronunciare la parola “patrimoniale” genera svenimenti e crisi di panico alla classe dirigente, lamenti infiniti e repentine marce indietro, grida di allarme perché una tassa sui grandi patrimoni sarebbe indizio e sintomo di “socialismo” (ahahah, ndr). Non se ne esce. L’unica è aspettare il prossimo rapporto Oxam che dirà di un altro aumento di miliardari (non sarà la pandemia, sarà la guerra), e noi saremo qui a dire le stesse cose, e nel frattempo avremo sentito un migliaio di volte che si sta facendo una strenua lotta alle diseguaglianze.

Dibba e Barbero

 

“Stiamo perdendo la capacità di ragionare”
IL DIBATTITO SULLA GUERRA - La censura di papa Bergoglio fa pensare che le basi dell’Occidente, pluralismo e tolleranza delle opinioni, stiano venendo meno
DI ALESSANDRO DI BATTISTA
Il Fatto Quotidiano pubblica oggi uno stralcio dell’intervista che Alessandro Di Battista ha fatto allo storico Alessandro Barbero e che sarà uno degli episodi del nuovo podcast “Ostinati e contrari” pubblicato sulla nostra piattaforma digitale Extra.
- Dibba- È stato comunista, iscritto al Partito comunista quando c’era Berlinguer. Si definirebbe ancora comunista?
-Barbero- È una cosa che mi chiedo ogni tanto, perché in realtà ci sono due significati diversi di questa parola. Per gran parte della sua storia il comunismo è stato un progetto plausibile, poi concretamente realizzato in modi purtroppo largamente insoddisfacenti, se non criminali in tanti casi. Però è stato un grande progetto che generazioni e generazioni di esseri umani hanno portato avanti, credendoci. Era il futuro. In quel senso oggi mi sembra difficile essere comunisti. Magari rinascerà, ma in questo momento non vedo quella alternativa al capitalismo e al sistema unico. Non ne vedo neanche nessun’altra, beninteso, ma questa proprio non la vedo.
(…) In questo senso, non riesco in piena sincerità a dire sì, sono comunista. Se poi essere comunista vuol dire che comunque quel progetto, con tutti i suoi sbagli e con tutti i suoi crimini, fa vibrare dentro un’emozione positiva mentre il progetto fascista o nazista e anche il capitalismo totale e trionfante ti suscitano ripugnanza, ecco in quel senso so di stare da quella parte. Appartengo a quel mondo e a quella cultura. A me non succederà mai che una falce e martello o una stella rossa possano sembrare dei simboli del male.
Cosa pensa delle parole di papa Bergoglio sulla guerra in Ucraina e sulle responsabilità della Nato, e cosa pensa di papa Bergoglio?
Non ho la tendenza a dare giudizi sulle persone (…) Mi colpisce di più il fatto che in questo nostro Paese, con forti radici cattoliche, dove per tanto tempo qualunque cosa dicesse un Papa era l’apertura del telegiornale, con questo Papa che dice cose che possono dare fastidio non c’è nessuna apertura del telegiornale.
Viene quasi censurato…
Questo mi colpisce. Bergoglio, nel buttarsi nella mischia in questo momento specifico, mi sembra abbia dimostrato più coraggio di quello che mi sarei aspettato. Però ricordo che anche papa Wojtyla, che politicamente non ammiravo poiché per la sua ossessione anticomunista (comprensibilissima in un ecclesiastico polacco, però comunque un’ossessione) era stato portato ad avere frequentazioni e indulgenze molto criticabili, a suo tempo si oppose a guerre insensate. E anche lui, che di solito veniva sistematicamente ripreso, in quel caso lì non riuscì a combinare niente. Ecco, questa è la cosa più istruttiva, effettivamente.
Ero giovane, però ricordo che quando, anche giustamente dal suo punto di vista, Giovanni Paolo II si scagliava contro il comunismo aveva tutte le prime pagine dei giornali. Invece quando si scagliò contro l’intervento militare in Iraq subì una censura simile a quella che sta subendo Papa Bergoglio.
È così. E forse già allora avremmo dovuto prevedere quello che sta succedendo adesso e che invece ci stupisce così tanto. Dopodiché, ci rendiamo conto sempre più come vengano messe tranquillamente nel dimenticatoio le parole d’ordine tradizionali su cui si è costruito l’Occidente, cioè il pluralismo e la tolleranza delle opinioni diverse dalla propria, che sono poi le uniche cose al di là del benessere materiale che giustificano una supremazia dell’Occidente nel mondo. La tradizione della tolleranza del dire ‘non sono d’accordo, però sono pronto a combattere perché tu possa esprimere la tua opinione’.
Luciano Canfora ha detto: “Rivendico la possibilità di osservare e analizzare lucidamente i fatti. Da quando è caduta l’Urss, il metodo dell’Occidente è stato demolire tutto il blocco sovietico pezzo per pezzo, facendo avanzare minacciosamente il confine della Nato fin sotto Pietroburgo”. E ancora: “Nessuno è più intollerante dei liberali”. È d’accordo?
In questo momento è così. Per carità, l’intolleranza è una tentazione costante dell’umanità e dei regimi. Anzi, quando Voltaire parlava di tolleranza e per un po’ l’Occidente l’ha sposata come valore di fondo, stava facendo una cosa che non si era mai vista né sentita perché la normalità umana è sempre stata l’intolleranza. Da una parte e dall’altra. Sia gli uni sia gli altri pensavano: ‘Noi abbiamo ragione. Dio è con noi e quegli altri sono dei maledetti infedeli’. (…) Ci vuole un enorme lavoro di civilizzazione per farci abbandonare la nostra pulsione di base e costringerci a convivere con chi è diverso da noi, a discutere e accettare la diversità. E a quanto pare ci vuole pochissimo a dimenticare questi sforzi. Quindi sì, oggi i pochi Paesi che hanno nel loro Dna l’eredità liberale non sembrano così attenti a preservarla. Poi, beninteso, che gli altri Paesi del mondo questa eredità non ce l’abbiano neanche e non siano dei modelli di tolleranza e liberalismo non ci sono dubbi. Sia chiaro, però che noi critichiamo il “nostro” Occidente non perché ci piacciono di più i regimi dittatoriali, ma proprio perché l’Occidente è nostro, siamo noi e vogliamo che sia superiore.
Facciamo un gioco. È evidente che non vi sia nessuna epoca uguale a questa, però può esserci un periodo storico simile ai giorni che stiamo vivendo?
(…) Quando noi medievisti studiamo la fine del mondo antico, con le invasioni barbariche, siamo colpiti non solo dal collasso delle infrastrutture e delle tecnologie, di cui pure qualche piccolo sintomo oggi comincia a delinearsi, ma anche dal degradarsi della capacità di ragionare. Dal fatto che anche nel dibattito pubblico, nel dibattito intellettuale, a un certo punto diventa normale fare ragionamenti che non sono più ragionamenti, accostamenti arbitrari, fare parallelismi senza accorgersi che si sta ragionando meno bene di prima. La frequenza con cui assistiamo a questo fenomeno nel dibattito pubblico e nell’informazione, mi fa venire in mente un parallelo con il VII secolo, epoca in cui la capacità di ragionare in modo logico non era la cosa più apprezzata.

Abbeverarsi

 

Ogni tanto me la rileggo, vuoi perché emergano ricorrenze, come questa volta i cent'anni dalla sua nascita a Sassari, vuoi per nostalgia, pura nostalgia; non solo per quelle parole, anche per l'uomo che le proferì, un vero politico, pregno di dignità, mai sopra le righe, mai accostato a mani nella marmellata, vedasi rappresentanti di oggi. 

Era il 28 luglio 1981 e sul giornale La Repubblica apparve un'intervista di Eugenio Scalfari ad Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano. 

Ne ripubblico alcuni pezzi, per festeggiare il secolo dalla nascita di Enrico, e per evidenziare per l'ennesima volta, se ancora ve ne fosse bisogno, la lungimiranza, la saggezza, l'attenzione per le disparità di Enrico. Un uomo giusto, onesto, retto. 


di Eugenio Scalfari 

«I partiti non fanno più politica», mi dice Enrico Berlinguer, ed ha una piega amara sulla bocca e, nella voce, come un velo di rimpianto. Mi fa una curiosa sensazione sentirgli dire questa frase. Siamo immersi nella politica fino al collo: le pagine dei giornali e della Tv grondano di titoli politici, di personaggi politici, di battaglie politiche, di slogans politici, di formule politiche, al punto che gli italiani sono stufi, hanno ormai il rigetto della politica e un vento di qualunquismo soffia robustamente dall’Alpi al Lilibeo…

«No, no, non è così.», dice lui scuotendo la testa sconsolato. «Politica si faceva nel ‘ 45, nel ‘ 48 e ancora negli anni Cinquanta e sin verso la fine degli anni Sessanta. Grandi dibattiti, grandi scontri di idee, certo, scontri di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c’era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante! Soprattutto c’era lo sforzo di capire la realtà del paese e di interpretarla. E tra avversari ci si stimava. De Gasperi stimava Togliatti e Nenni e, al di là delle asprezze polemiche, ne era ricambiato.»

Oggi non è più così?

«Direi proprio di no: i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia

La passione è finita? La stima reciproca è caduta?

«Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…»

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.

«È quello che io penso.»

Per quale motivo?

«I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, “il Corriere della Sera”, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il “Corriere” faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.»

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.

«E secondo lei non corrisponde alla situazione?»

martedì 24 maggio 2022

Nell'immaginario

 




Belpaese

 


Quel cattivaccio di Orsini

 

Draghi da Biden. Ha pensato soltanto ai suoi interessi nella Nato, non all’Italia
di Alessandro Orsini
Biden ha ringraziato Draghi per avere saldato l’Unione europea e la Nato in un corpo solo durante il loro incontro alla Casa Bianca, il 10 maggio scorso. Il problema è che tale saldatura tra due entità politiche distinte e separate è una strategia americana che non è stata discussa, né dal Parlamento italiano, né da nessun altro. Ciò che più conta è che si tratta di una strategia contraria agli interessi dell’Italia e dell’Europa. Cerchiamo di capire perché. In primo luogo, l’Unione europea è nata per mettere insieme alcune risorse fondamentali per ridurre le probabilità di una nuova guerra tra le principali potenze europee. In teoria, la Nato è un’alleanza difensiva che si attiva nel caso in cui un suo membro venga attaccato da un Paese estraneo all’alleanza. Dunque, almeno in apparenza, si tratterebbe di due potenze di pace: l’Unione europea da una parte e la Nato dall’altra. Sembrerebbe un connubio perfetto. Purtroppo, la realtà è assai diversa. A partire dal 1999 o forse prima, la Nato ha smesso di essere un’alleanza difensiva per diventare un’alleanza schiettamente offensiva. Il 1999, infatti, è l’anno in cui la Nato bombarda la Serbia senza l’autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Eltsin, che all’epoca dei fatti era il presidente della Russia, si scontrò con Clinton quando ricevette la notizia che la Nato avrebbe rovesciato le sue bombe su Belgrado, alleato storico di Mosca. La trasformazione della Nato da alleanza difensiva ad alleanza offensiva ha trovato un’altra conferma nel bombardamento della Libia di Gheddafi nel 2011. Anche in quel caso, la Nato non aveva ricevuto alcuna autorizzazione dal Consiglio di sicurezza dell’Onu per agire in quel modo per niente difensivo. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu aveva autorizzato la no fly zone, con l’astensione della Russia e della Cina, ma non il bombardamento della Libia per rovesciare Gheddafi e sostituirlo, questo era l’obiettivo politico, con un presidente filo-americano. Tant’è vero che la Cina e la Russia condannarono la Nato per la sua aggressione militare.
Draghi ha scelto di recarsi alla Casa Bianca prima di riferire in Parlamento per avere le mani libere nella sua conversazione con il presidente americano. Draghi sarebbe stato in imbarazzo se, prima del suo viaggio, avesse dovuto ascoltare Matteo Salvini o Davide Crippa, capogruppo del Movimento 5 Stelle a Montecitorio, che ha criticato apertamente le politiche oltranziste di Biden in Ucraina. Non dimentichiamo che la democratica Nancy Pelosi, speaker del Congresso americano e terza carica istituzionale degli Stati Uniti, ha dichiarato che l’obiettivo degli Stati Uniti è di incoraggiare la guerra in Ucraina fino alla sconfitta totale della Russia, nonostante il capo della Cia abbia dichiarato che, posto in una condizione disperata, Putin potrebbe ricorrere all’arma nucleare. Anche il New York Times ha espresso molte critiche verso la politica di Biden contro la Russia in Ucraina. Il New York Times ha spiegato che l’escalation di Biden contro la Russia rischia di devastare l’Europa e, quindi, anche gli interessi degli alleati europei. Le ragioni per cui Draghi esegue le volontà di Biden sono numerose. Tra quelle da considerare vi è la sua ambizione di diventare Segretario generale della Nato, il che gli impone di essere amato dal presidente americano.
Siccome l’Italia è attrezzata soltanto per la pace, ogni nuova guerra la danneggia. Ecco la prima ragione, ma di certo non la sola, per cui la saldatura tra la Nato e l’Unione europea è contraria agli interessi dell’Italia.