Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 11 aprile 2021
L'Amaca
Il titano e le persone
di Michele Serra
Si cerca di capire come ArcelorMittal, che è una creatura titanica e transnazionale, e cammina con la testa a contatto con le nuvole, come Godzilla, come gli dèi, come il Grande Capitale, abbia potuto prendere una decisione così insensata, e controproducente, come licenziare un suo operaio, uomo singolo e da oggi uomo disoccupato. La cui colpa sarebbe di avere condiviso sui social un commento un poco brusco a favore di una fiction che denuncia le ricadute ambientali di certe produzioni industriali. Il titano, anche se non nominato nella fiction, si è sentito chiamato in causa.
La sproporzione delle forze in campo, come capirebbe anche un bambino, è tutta a favore dell’operaio. Gli imputano di avere controfirmato il lessico un poco sommario dei social (dove "vergogna!" e "assassini!" sono frequenti come "buongiorno" al bar dell’angolo). Ma santo cielo, se si dovessero licenziare tutti gli attori della semplificazione lessicale in atto, almeno due o tre miliardi di persone rimarrebbero, dall’oggi al domani, senza lavoro.
Vale la pena ricordare, anche, che i padroni di una volta dovettero affrontare ben altre contrapposizioni, rispetto al clic che ha tanto indispettito ArcelorMittal: la lotta di classe ha vissuto stagioni più vivaci. Il vecchio paternalismo aziendale suggeriva, ai tempi, di abbozzare, e cercare di sistemare le cose in famiglia. Oggi che le aziende sono entità quasi metafisiche, sono in vigore "codici etici" tanto pomposi quanto ridicoli, che cercano (inutilmente) di piegare l’umano ad altri fini (i fini aziendali: raramente umani). Chissà se il titano è ancora in tempo a piegarsi a terra e fare i conti con le persone.
sabato 10 aprile 2021
E Montanari!
Solo il proporzionale puro può salvare la democrazia
di Tomaso Montanari
Com’è possibile che una democrazia anteponga gli interessi di pochissimi a quello di (quasi) tutti? Domanda ingenua, ma necessaria: capace di guardare alla politica con quell’inesorabile sguardo infantile che costringe ad andare alla sostanza ultima delle cose, denunciando la nudità del re. Ebbene, perché in un’Italia in cui, dopo un anno di pandemia, aumentano contemporaneamente, ed esponenzialmente, sia le file davanti alle mense dei poveri sia gli ordini ai cantieri dei superyacht, non si riesce a varare una legge patrimoniale, una tassazione severa delle grandi proprietà immobiliari, una vera tassa di successione per i grandi ricchi? La risposta è brutale: perché, in verità, siamo un’oligarchia.
Una realtà plasticamente rappresentata dal governo paternalista Draghi-Mattarella, ma vera ormai da tempo. La maggioranza degli italiani non è rappresentata dal sistema istituzionale: sono fantasmi politici non solo quelli che non votano più (avendo comprensibilmente perso ogni speranza di giustizia), ma anche quelli che votano, e vengono traditi da leggi di ispirazione maggioritaria che truccano i numeri del Parlamento in nome di una governabilità comunque mai davvero raggiunta, come ognuno vede. Il risultato finale di questa lunga stagione maggioritaria non è nemmeno il primato degli esecutivi sui Parlamenti (che è comunque un dato di fatto, dai Comuni alle Regioni allo Stato), ma quello dei blocchi di capitale e privilegio sull’interesse generale. Semplicemente, l’interesse collettivo non trova nessuno spazio politico: e se la patrimoniale è l’esempio principe, mille altri si potrebbero citare, dalla progressività fiscale tradita al sistema sanitario, e a quello dell’istruzione, demoliti. È da questa ineludibile constatazione che prende il via il famoso sentimento anti-politico, inteso come un senso di rigetto verso un sistema in cui la Lega e il Pd vogliono lo stesso sistema elettorale. Salvini da una parte, Prodi e Veltroni dall’altra: tutti invocano il maggioritario, il bipolarismo. E le prime parole di Enrico Letta vanno nella stessa direzione: il Pd sembra tornare ai fantasmi letali della “vocazione maggioritaria” (che in realtà si è tradotta in una vocazione al governismo senza mai vincere le elezioni).
Un tradimento grave, dopo i solenni impegni presi da Zingaretti al momento del suo sofferto “sì” al referendum sul taglio dei parlamentari. Proprio questa riforma offre una ulteriore ragione, urgente e drammatica, per tornare subito a un proporzionale vero (cioè senza soglie di sbarramento e con circoscrizione unica nazionale): con il combinato disposto tra riduzione dei parlamentari e Rosatellum (o Mattarellum), una maggioranza parlamentare (ma minoranza nel Paese) può prendersi tutti gli organi di garanzia democratica, e addirittura cambiare la Costituzione senza passare dal referendum (i meccanismi di tutela della Carta funzionano solo col proporzionale). In questo momento, quella maggioranza toccherà alla Destra estrema (scenario da brividi), ma sarebbe inaccettabile anche se i numeri premiassero una (al momento inesistente) Sinistra. Perché il punto è la tenuta dello stesso sistema democratico. E allora, se almeno una parte del M5S e del Pd avvertono il disagio di governare con Salvini nel governo delle banche e delle mimetiche, la via maestra per costruire una via di fuga da questo permanente game over della politica è proprio un accordo per una legge elettorale proporzionale. Calamandrei diceva che nella Costituzione è racchiusa una “rivoluzione promessa”: se vogliamo darci una possibilità di mantenere quella promessa, l’unica strada realistica è riportare i cittadini nella politica. Cioè tornare a votare un Parlamento che rappresenti l’interesse generale: un Parlamento proporzionale.
Travaglio
Il passante del Consiglio
di Marco Travaglio
Giovedì sera ci siamo coricati con la certezza che Draghi avesse fatto una bella gaffe a cazziare gli “psicologi di 35 anni senza coscienza” che “saltano la lista” e si vaccinano “lasciando esposto chi ha più di 65 anni o una persona fragile”, quando è stato proprio lui a obbligarli a farlo, all’articolo 4 del decreto Draghi n. 44 del 1° aprile. Pena la perdita dello stipendio e la sospensione dall’esercizio della professione fino al 31 dicembre. Poi ieri abbiamo scoperto dal nostro faro Claudio Tito (Repubblica) che non di gaffe si trattava, ma di “distacco dal Conte-2”: “Il cambio di rotta è tracciato”, “si apre la fase 2 del governo Draghi”, “per la prima volta prende forma la discontinuità più concreta”. In effetti anche noi notiamo una certa discontinuità: quando Conte diceva una cosa giusta tutti lo lapidavano e quando Draghi fa una gaffe tutti lo leccano. Per carità, una gaffe può capitare a chiunque, specie se non è abituato a un fuoco di fila di domande su tutto lo scibile umano (e fortuna che “colleghi” hanno perso la fissa del Mes). Ma una gaffe resta una gaffe. Invece ieri non ce n’era traccia in alcuna prima pagina di alcun quotidiano, tutte impegnatissime sbavare sul meraviglioso “urlo di Draghi” (contro se stesso) sui “furbi” o “furbetti” o “salta-fila”. Come se Draghi avesse la scienza infusa e, di conseguenza, gli psicologi che obbediscono al decreto Draghi fossero dei lestofanti.
Dell’altra frase improvvida, quella su “Erdogan dittatore”, con prevedibile incidente diplomatico incorporato, non parliamo perché il tizio fa ribrezzo pure a noi, ma non osiamo immaginare che avrebbero detto i laudatores del premier se l’avesse pronunciata Di Maio, noto “bibitaro”. Il guaio è che entrambe le uscite denotano una questione di fondo: il presidente del Consiglio, per quanto autorevolissimo e stimatissimo, tende a parlare come un passante, un opinionista, un ospite di talk show. Senza gli obblighi che impone la diplomazia né la responsabilità di chi i problemi non li deve denunciare: li deve risolvere. Le campagne contro i salta-fila le fanno i giornalisti: chi governa deve cambiare le regole sulle file. Anche perché, salvo casi singoli, i salta-fila non esistono: esistono persone di alcune categorie chiamate dalle Asl a vaccinarsi e si mettono in fila. L’eventuale colpa non è loro, ma di chi le chiama. E del governo che non risolve il problema. Anzi, lo aggrava. Chi ha ordinato alle Regioni, in diretta tv, di “vaccinare chi passa”? Un presidente di Regione? Il leader del Sindacato Salta-fila? No, il Comm. Str. Gen. C.A. F. P. Figliuolo. E le Regioni hanno subito obbedito. Fortuna che quella scemenza non l’ha detta Arcuri, sennò Draghi l’avrebbe già sostituito con un generale.
Grandantonio
I saltafila, il derby noi-altri
di Antonio Padellaro
Giunto all’ultima domanda di un quiz supermilionario, su quale sia la popolazione della Cina, il formidabile concorrente sciorina una cifra gigantesca aggiornata all’ultimo cinese nato all’ultimo minuto. Esatto, esulta il conduttore, adesso ci dica i nomi. Una vecchia barzelletta che ci è venuta in mente a proposito delle strombazzate indagini a tappeto per individuare i cosiddetti vaccinati “saltafila” il cui numero, mentre scriviamo, è di due milioni duecentotrentaseimilasettecentocinquantadue individui (2.236.752). Sensibili alla sacrosanta indignazione del premier Mario Draghi contro i furbastri (“Con che coscienza si espongono a rischio di morte gli anziani e i fragili?”) le forze speciali del generale Figliuolo, forse coadiuviate da cani addestrati a fiutare gli amici degli amici, controlleranno nome per nome gli elenchi dei vaccinati onde snidare reprobi e profittatori. Così come richiesto dal presidente della Commissione antimafia, Nicola Morra, che dal canto suo sospetta infiltrazioni della criminalità organizzata.
Resta da capire, una volta identificati i due milioni e rotti di zozzoni, quali severe pene verranno loro comminate. Gli faranno la multa? Intanto, la relativa “direttiva Figliuolo” è ancora in cottura, chissà in qualche bunker segreto, e sembra non prevedere effetti retroattivi (si esclude che sia promulgata con legge marziale).
Va detto che ben 695.235 somministrazioni “extra” sono censite in Sicilia, Campania, Calabria, regioni dove superano le dosi riservate ai nonni con il che si sospetta, appunto, una piovra delle fiale orchestrata da mafia, camorra e ’ndrangheta. In base a questi numeri emerge dunque un’Italia bipolare con due grandi partiti vaccinali contrapposti. La categoria dei Noi (per dirla con Draghi) che attendono disciplinatamente il loro turno. E la categoria degli Altri che, per dirla con Camilleri, se ne catastrafottono. Caro presidente Draghi, lei interpreta bene lo sdegno nei confronti degli Altri (nel frattempo proiettati verso la maggioranza relativa). Ma i Noi rispettosamente le chiedono: non bisognava pensarci prima?
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