lunedì 1 giugno 2026

Guarda chi c'è!

 

Provaci ancora Tony: Blair gira solo a destra, come i suoi finanziatori 


di Fabien Escalona 

Il nome di Tony Blair, primo ministro britannico dal 1997 al 2007, simbolo della “terza via” degli anni ‘90 e 2000 – la rifondazione dottrinaria che avrebbe dovuto adattare la sinistra a una globalizzazione ancora trionfante –, era riemerso sulla scena internazionale a inizio anno in occasione del Consiglio per la pace nella Striscia di Gaza a cui aveva partecipato accanto a membri del clan Trump. Da alcuni giorni, è un suo articolo, pubblicato sul sito dell’istituto che porta il suo nome, ad agitare il dibattito nel Regno Unito.

Tony Blair, 73 anni, accusa il partito laburista di “giocare col fuoco” adagiandosi nella zona di confort politica della “soft left”, la corrente moderata della sinistra labourista. L’ex premier esorta il partito ad uscirne e ad adattarsi a due realtà strutturanti: da un lato, il “nuovo ordine geopolitico” dominato da Stati Uniti e Cina, che imporrebbe di “riparare” la relazione con Washington; dall’altro, la “rivoluzione tecnologica” trainata dall’intelligenza artificiale, che dovrebbe essere abbracciata sostenendo il settore privato. L’intervento di Blair va letto nel contesto politico attuale segnato dalla debolezza dell’esecutivo laburista guidato da Keir Starmer, sanzionato dagli elettori negli scrutini locali del 7 maggio.

Dietro le quinte, diversi potenziali successori di Starmer stanno già affilando le armi, ma nessuno di loro ha aderito alle “ricette” di Tony Blair, neanche Wes Streeting, esponente dell’ala destra del Labour. Streeting ha evidenziato una lacuna importante nel discorso di Blair: “Le disuguaglianze – ovvero la frattura economica, sociale e democratica che attraversa la Gran Bretagna – vengono considerate un problema secondario anziché fondamentale. Eppure, non sono una semplice conseguenza delle crisi che sconvolgono le democrazie occidentali, ne sono invece la causa”, ha scritto sul Guardian. All’appello di Blair a occupare il “centro radicale” dello scacchiere politico, Andy Burnham, esponente della “soft left” laburista, impegnato nella campagna delle suppletive di giugno, ha risposto sulle colonne dell’Observerfacendo notare che è proprio perché “le persone ritengono che il centro non abbia risposto alle loro aspettative nella vita quotidiana che si sono rivolte verso gli estremi”.

Una delle caratteristiche più sorprendenti del testo di Blair è in effetti la totale assenza di autocritica. Come se le disfunzioni del modello britannico e il malessere sociale diffuso nel Paese fossero dovuti unicamente alla Brexit conservatrice e alle politiche di Starmer, mentre sono stati il mantenimento di un mercato del lavoro iperflessibile e l’accentuazione della finanziarizzazione dell’economia sotto il New Labour a rendere il Regno Unito vulnerabile Alla grande crisi del 2008, sfociata in politiche di austerità. “Il sogno di Margaret Thatcher di un’economia liberalizzata è finito con il fallimento di Lehman Brothers. E con essa è scomparso anche il blairismo”, ha osservato Larry Elliott, editorialista del Guardian. L’ex primo ministro sembra tuttavia non essersene accorto e accusa Starmer di attuare una politica troppo tradizionalmente socialdemocratica, quando invece quest’ultimo si è mostrato estremamente prudente sul piano fiscale e di bilancio, faticando a gettare le basi di un modello produttivo più sostenibile ed equo.

In realtà, Blair riproduce oggi con l’IA ciò che i social-liberali degli anni ‘90 e 2000 fecero con la globalizzazione degli scambi: accelerare le nuove forme dell’accumulazione definite dal settore privato, sostenendo che i benefici si sarebbero riversati sull’intera collettività in un secondo momento, secondo la cosiddetta “teoria del gocciolamento”. Per Blair la crescita è una priorità assoluta e per questo invita a: sopprimere ogni regolamentazione stringente sull’IA, ridurre la spesa dello Stato sociale, accantonare la timida restaurazione dei diritti dei lavoratori in corso, abbandonare l’obiettivo della neutralità carbonica nel 2050, irrigidire ulteriormente la, già severa, linea sull’immigrazione. Questa la sua idea di “centrismo”.

Nei fatti, le proposte avanzate da Blair somigliano a un suicidio elettorale. L’utilità del voto Labour sarebbe quasi nulla, in un contesto in cui si sta consolidando la concorrenza credibile dei Verdi guidati da Zack Polanski e dalla loro linea “ecopopulista”. Le sue proposte inoltre si rivelano in certi casi incoerenti. Come osserva il saggista Owen Jones, infatti, “Blair dice di voler tagliare i costi dell’elettricità per poter incentivare l’IA, ma le energie rinnovabili, che vuole ridurre, in realtà sono molto meno costose dei combustibili fossili”. Lo stesso Jones aggiunge: “Sarei curioso di sentire cosa dirà Tony Blair quando si ritroverà davanti al tribunale dell’Aia, perseguito per la guerra illegale in Iraq”. Un riferimento all’allineamento atlantista del 2003, che l’ex primo ministro vorrebbe riproporre ora facendo a ogni costo “fronte comune” con gli Usa, mentre uno dei pochi meriti riconosciuti a Starmer è proprio di aver risparmiato al Regno Unito il disastro di una guerra con l’Iran.

L’assurdità
della strategia di Blair emerge anche dai legami economici stretti con le petromonarchie del settore fossile e con i grandi magnati della tecnologia, tra cui il miliardario Larry Ellison, fondatore di Oracle vicino a Trump. Tony Blair, così come l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, che Mosca vorrebbe come mediatore nella guerra con l’Ucraina, già responsabili dell’abbandono della specificità socialdemocratica, con effetti elettorali di cui i loro partiti pagano ancora il prezzo, araldi della defunta “terza via”, assomigliano sempre più a una “quinta colonna” in collusione con le grandi potenze imperiali e fossili, attraversate da processi di fascistizzazione, intenzionate a smantellare l’Unione europea o quantomeno a piegarla ai propri interessi. Un destino che rivela come il mondo del 2026 non lasci più spazio all’opzione social-liberale, costretta a riallacciarsi ad aspirazioni progressiste o a restare aggrappata agli interessi degli ambienti economici dominanti, liberandosi delle residue preoccupazioni per lo Stato di diritto e l’ecologia che ancora caratterizzavano i suoi rappresentanti venti anni fa.


domenica 31 maggio 2026

Finalmente!

 


L'Amaca

 


No, non conta solo la forza

di Michele Serra


La vicenda Trump-Iran comincia a diventare affascinante tanto quanto è allarmante. Inutile spiegare perché: allarmante. Affascinante, invece, è la sequenza sconnessa degli eventi, una specie di show surreale. A partire dal famoso «cambio di regime» che ha rafforzato il regime come null'altro avrebbe potuto fare; e i proclami di distruzione totale seguiti da quattro spari in croce, le minacce reciproche intrecciate a promesse di accordo, il caos geopolitico nel quale l'alleato e il nemico sono figure cangianti. (Nel frattempo, anche approfittando del fatto che quasi tutti gli obiettivi sono puntati su Hormuz, Israele porta avanti il suo brutto lavoro in Libano e a Gaza).

Non ci si raccapezza, ed è evidente che non ci si raccapezza per primo Trump, principale artefice di questa guerra, attualmente nella posizione del bullo che aveva detto «adesso ti spiano» alla sua vittima, e se la ritrova che gli saltella attorno. Con il rischio che i peggiori turbanti di Persia finiscano per diventare, su quel ring, qualcosa che non sono, ovvero eroi dell'antimperialismo, nobili resistenti, alternativa plausibile a un Medio Oriente sottomesso «all'Occidente».

Fatto sta che ne esce incrinata l'idea sulla quale ci siamo molto spesi, in tanti, negli ultimi anni: ormai conta solo la forza. Con lo sfarinarsi delle relazioni internazionali, i più grossi faranno dei più piccoli un solo boccone, si diceva. Non sta andando totalmente così. L'Iran è una potenza regionale e sotto il tallone degli ayatollah sopravvive una civiltà millenaria: ma che riesca a tenere testa a Usa e Israele affiancate non era poi così prevedibile (tant'è che Usa e Israele non l'avevano previsto). Il mondo non è così facile da semplificare, non si lascia ridurre a una sola ragione. Si dubita che Trump possa averlo capito, la speranza è che «conta solo la forza» diventi, a breve, uno slogan fallace.

Mannaggia!

 


Procede senza freni

 



Cattiveria

 



Al galoppo!

 

La parata militare umilia il 2 giugno. E pure i cavalli 


di Tomaso Montanari 

“Chissà che discorsi geniali/ sanno fare i cavalli”. Affiorano alle labbra questi versi di Gianni Rodari leggendo che la notte di venerdì un gruppo di cavalli, quasi sperando di tornare branco libero, è scappato dai preparativi della parata militare del 2 giugno, galoppando via in mezzo al caos romano. Erano stati spaventati, pare, dai botti sparati da un vigile urbano: cioè, con rispetto parlando, da una versione caricaturale dei soldati che tirano le bombe. Così, spaventati dalla finzione della guerra hanno provato a fuggire dalla pomposa celebrazione della guerra in cui sarebbero stati mute comparse. Chissà che discorsi davvero geniali saprebbero farci, quei cavalli pacifisti – o almeno pacifici. Certo più geniali di quelli della classe politica italiana, che in ottant’anni di Repubblica non è riuscita a trovare un modo di onorare il 2 giugno che non tradisse clamorosamente lo spirito della Costituzione.

La parata del 2 giugno, questa “mala parata”, è di fatto un’esibizione di armi. Tanto pervasa da spirito militarista che i volontari del servizio civile, che vi prendono parte, hanno dovuto scrivere una lettera ai vertici dello Stato per chiedere di non essere obbligati a marciare inquadrati e a passo cadenzato come se fossero militari: pratica alla quale venivano formati nelle caserme! La parte del Paese che ha a cuore la pace, e la Costituzione, guarda con sgomento a questa esibizione, che traduce in liturgia armata le infelici parole dell’inno nazionale (un altro pezzo di storia che andava serenamente pensionato dopo la Costituzione) per cui saremmo pronti non già alla vita, ma “alla morte”.

Nello scorso aprile, su Avvenire, Luigino Bruni, Elena Granata e Tommaso Greco (insieme ad altre e altri) hanno proposto di “sostituire la parata militare del 2 giugno, con le sue liturgie che rimandano a un passato da ripudiare, con una sfilata civile, come gesto politico concreto per dare spazio a una riflessione comune sulle ragioni che ci tengono assieme davanti a sconvolgimenti epocali”. E in questo 2 giugno la Rete italiana Pace e Disarmo e “Sbilanciamoci!” promuovono in numerose città diverse iniziative popolari per festeggiare una Repubblica che “ripudia la guerra”: biciclettate, flash-mob per la pace, letture della Costituzione e presìdi nei territori. E invece a Roma – sulla via fascista e colonialista dei Fori imperiali, e sotto lo sguardo annuente del garante supremo della Carta – sarà drammaticamente visibile, e pubblicamente onorata “la stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche (che) genera una ‘nazione armata’, in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche” (sono parole, profetiche, della prima enciclica di Leone XIV). La “nazione armata” al posto della “Repubblica che ripudia la guerra”: che colossale atto di diseducazione collettiva. Come si fa a celebrare il ripudio della guerra, questo principio rivoluzionario che spacca in due la nostra storia, continuando stancamente a sfilare in una parata militare che si pratica sostanzialmente identica dai tempi del militarismo imperiale dei romani antichi, e probabilmente anche da prima? L’articolo 11 della Costituzione è una rivoluzione culturale sconvolgente, come capì don Milani: “È un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora”. Buttare tutto all’aria significa – ancora con don Milani – capire che “allora l’esercito non ha mai o quasi mai rappresentato la Patria nella sua totalità e nella sua eguaglianza”. Quell’articolo obbligava a rileggere la storia italiana, per costruire un futuro completamente diverso. Don Lorenzo l’aveva fatto, con i suoi ragazzi: “Abbiamo dunque preso i nostri libri di storia (utili testi di scuola media, non monografie da specialisti) e siamo riandati a cento anni di storia italiana in cerca d’una ‘guerra giusta’. D’una guerra cioè che fosse in regola con l’articolo 11 della Costituzione. Non è colpa nostra se non l’abbiamo trovata”.

Ecco perché oggi, invece della della “nazione armata”, vorremmo vedere sfilare la Repubblica disarmata, e disarmante. Vedere sfilare donne e uomini che lavorano negli ospedali e nelle scuole, nei tribunali e nelle procure, nella cooperazione e nel terzo settore, nelle università e nei musei: e anche nelle caserme, sì, ma non in divisa e con le armi. Una parata buona, aperta dalla Flotilla per Gaza e da Emergency, e chiusa dai nostri diplomatici e da chi studia e insegna Diritto internazionale. Di questo abbiamo bisogno, in questo 2 giugno in tempo di guerra e genocidio. Bisogno di cittadine e cittadini pronti a disertare la guerra: a disertarla come quei cavalli in fuga, animali geniali.