Letteratura e cartellino rosso
di Michele Serra
Michele Mari, candidato al premio Strega, ha detto una cosa poco amichevole su Michela Murgia. L'ha detta «in un contesto privato», come tiene a specificare: era in un pulmino che trasporta gli scrittori della cinquina qui e là per l'Italia (fare lo scrittore, a volte, è peggio che lavorare).
La circostanza non ha impedito ai responsabili dello Strega di stilare un severo comunicato nel quale si puntualizza che «la Fondazione Bellonci ritiene ogni espressione denigratoria e ogni giudizio lesivo della dignità delle persone incompatibili con lo spirito del Premio Strega». Mi sono chiesto quale istituto, o fondazione, o associazione, o gilda, o partito, o consesso umano, a parte il Ku Klux Klan, consideri invece compatibile con il proprio spirito le espressioni denigratorie e i giudizi lesivi sulla dignità delle persone. A parte questo, mi sono anche chiesto se non sia il caso di codificare meglio la grande quantità di casi (ormai ce n'è uno al giorno) nei quali si biasima o si deplora o si censura qualcuno per avere detto qualcosa.
Badate bene: non sono tra quelli che pensano che «non si può più dire niente», e cerco nel mio piccolo di tenere conto, quando scrivo o quando parlo in pubblico, di sensibilità e di suscettibilità che ho imparato a conoscere, e a rispettare, proprio grazie al famigerato «politicamente corretto». Ma così, scusate, non si può andare avanti. Specie in sede letteraria e artistica, laddove capita spesso di bivaccare ai confini del lecito e del condiviso, forse sarebbe meglio estrarre il cartellino rosso solo in casi di irrecuperabile e rivendicata violenza contro il prossimo. Darebbe scandalo trovare nella cinquina dello Strega, o in sedi consimili, l'autobiografia di Ben-Gvir, ammesso che sappia scrivere, o di un ministro afghano che nega la scuola alle bambine. Ma quando leggo Michela Murgia o Michele Mari, perché mai dovrei pretendere che vadano d'accordo?
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