mercoledì 29 aprile 2026

Degrado


 

Per avere idea del degrado nazionale, ieri mentre leggevo delle imprese eroiche dell’igienista dentale assurta a consigliere regionale della Lombardia per volontà del magnate a cui è stato intitolato l’aeroporto di Malpensa - tanto per parlare di degrado - mi sono passate sotto gli occhi le intercettazioni, al tempo delle cene eleganti, della stessa persona, a meno che non si tratti di omonimia, che attualmente è vice presidente del Senato, Licia Ronzulli. D’accordo che è sempre meglio lei del fascista titolare, ma in questo paese la memoria è corta, cortissima! 

Riporto una parte di un articolo di Repubblica del 2011: 

Come racconta in un interrogatorio Barbara Montereale, la Ronzulli si dava da fare ed a Villa Certosa aveva il compito di "smistare" le giovani ospiti del presidente nei bungalow di Villa Certosa in Sardegna. Era lei a organizzare gli spostamenti aerei. Il cinque gennaio del 2009, per esempio, Tarantini sta organizzando una spedizione in Sardegna nella villa del Cavaliere. "Siamo io, Linda (Santaguida), Belen, la sorella, l'amica di Belen, Chiara quella ragazza di Modena che dice che lei conosce e una mia amica di Milano (...) vuole che mi metto d'accordo con Marinella?". Berlusconi risponde: "No, dovresti accordarti con la dottoressa Ronzulli". 

Questo è il nostro paese: memoria corta, riabilitazione immediata di casta oltraggiante la decenza. Non possiamo lamentarci di nulla. Solo sperare nel meteorite!


L'Amaca

 

Meglio buonisti che idioti

di Michele Serra

I titoli sulla guerra nel Golfo e l'invasione del Libano sono sempre più piccoli, l'ansia lascia il posto all'abitudine, si parla più del prezzo della benzina e del gasolio che dei profughi libanesi e dell'opposizione iraniana – le principali vittime sacrificali di questa pessima sceneggiatura.

Un poco accade perché "la vita continua", come l'umanità si ripete da millenni subito dopo avere seppellito i morti e rimosso le macerie – e come biasimarla: si dovrà pure vivere. Un poco, anzi molto, accade perché lo stato di guerra tende (aspira) a diventare permanente: non uno scandalo, non un'eccezione, ma la regola del mondo. L'arbitraria vaghezza delle scadenze di Trump – la guerra finirà quando me lo sentirò: non è la frase di un pazzo, è la frase di un tiranno – è il nuovo orologio, senza lancette, che regola il destino di moltitudini impotenti.

C'è chi ci sguazza: quelli come Hegseth, il capo del Pentagono convinto di essere un crociato (deve essere caduto da bambino in un film di cappa e spada) nuotano in questo mare con familiarità, non sognavano altro, non potevano sperare in niente di più favorevole ai loro tatuaggi tribali. Guerre permanenti, non dichiarate, guerre come prassi, come normalità, la consegna e il consumo delle bombe tale quale il rifornimento dei negozi di abbigliamento o di ortofrutta, qualcuno dovrà pure farlo se gli scaffali sono vuoti.

Sarà buonista, il pacifismo, ma è meno idiota e distruttivo e dilapidatore della guerra. È più conveniente, proviamo a dirla così: la pace è più conveniente della guerra, chissà che i conti in tasca, almeno quelli, riescano a pesare, nelle scelte dei potenti, più delle bare, delle case distrutte con i bambini dentro.

Robecchi

 

Giustizia. Teniamoci stretto Nordio, che se la gioca con Willy il Coyote


di Alessandro Robecchi 

In una di quelle belle commedie antiche alla Billy Wilder, il ministro Nordio è quello che si appoggia per sbaglio sul pulsante della bomba atomica, o che taglia la secolare sequoia accanto alla casa, convinto che cadrà dalla parte giusta. Questo delizioso miscuglio tra Willy il Coyote e il Peter Sellers di Hollywood Party ce lo rende in qualche modo simpatico (senza esagerare). Il caso Minetti segue il caso Almasri, segue il caso dell’abuso d’ufficio – reato grave per l’Europa e che noi abbiamo abolito – senza contare gli autogol da metà campo in occasione del referendum. L’ultima uscita da fuoriclasse, quella sulla modica quantità di mazzette, rivela il talento e l’imprevedibilità del vero campione, senza contare il tempismo nell’intervento. Insomma, “Cazzo, speriamo che giochi Nordio!”, di solito lo dice l’allenatore della squadra avversaria.

Ma per citare Trapattoni (o era Hegel?), “Non parlo dei singoli”, quindi lasciamo stare per un istante le performance del nostro eroe e guardiamo il disegno complessivo, la strategia della squadra. Tutto ciò che la destra ha fatto sulla Giustizia in questi anni di governo è stato molto semplice: repressione per gli strati bassi della popolazione (sempre più difficile da definire: popolo? Gente comune? Povera gente, brechtianamente? Oppure semplicemente i cittadini comuni); e ampliamento e fortificazione dei privilegi per gli strati alti della popolazione (anche qui è un casino coi nomi: colletti bianchi? Élite? Ricchi & potenti?). Molte norme dei decreti Sicurezza sono semplicemente una compressione dei diritti dei cittadini, spesso dei cittadini che protestano, mentre molte norme che riguardano la classe dirigente si fanno lasche e perdoniste. Dall’abolizione dell’abuso d’ufficio alla recentissima legge Foti, un attacco diretto alla Corte dei Conti, quella che permette agli amministratori infedeli di pagare soltanto il 30 per cento del danno erariale causato (traduco in italiano: fai danni per 100 e se ti beccano paghi 30), è una specie di baccanale della “casta”. La celebrazione della “mazzetta leggera”, poi, declamata in Parlamento, sbaraglia ogni dubbio, il disegno generale è chiaro e sembra scritto dal Marchese del Grillo.

Ma questi sono articoli di codice, a cui bisogna aggiungere l’umore e la percezione che la gente comune ha della giustizia in Italia, il sentiment della popolazione, come si dice oggi. In generale, la sensazione è che se hai potere hai tutte possibilità di farla franca rispetto a uno che potere non ne ha: l’elenco di funzionari infedeli in qualche modo promossi e tutelati in altre cariche e in altri contesti di comando è praticamente infinito. E la stessa cosa riguarda i soldi, ovviamente: quante volte abbiamo visto evasori patteggiare col fisco ottenendo strabilianti sconti (e peggio! Salutati come contribuenti-eroi dopo aver pagato metà, o un quarto del dovuto).

Anche al di là di tutto quello che questo giornale ha rivelato sul caso Minetti e che oggi mette nei guai il nostro eroe Nordio, resta il fatto che i condannati in difficoltà con la famiglia, in situazioni di estremo disagio, in condizioni tragiche, saranno migliaia, e guarda un po’ il ministero della Giustizia prepara un dossier umanitario su una Vip che frequenta il jet set dorato tra yacht, mega-alberghi e tenute misteriose in Sudamerica per milionari in cerca di figa. Mah, sarà un caso. Comunque date retta, uno come Nordio, un simile fromboliere dell’autogol, me lo terrei stretto. Dico alle opposizioni, naturalmente.

Premonizione

 




Boooom!!!

 

Berluswashing 


di Marco Travaglio 

Come i fantasmi dei morti insepolti che tirano per i piedi i vivi, il berlusconismo senza B. continua a inquinare quel che resta della democrazia italiana che non s’è mai decisa a dargli la degna sepoltura nelle fogne della storia. Ora vorrebbero farci credere che il salvataggio della Minetti – un obbrobrio di per sé, anche prima che il Fatto scoprisse i legami con Epstein, i bunga-bunga in Uruguay e l’operzione di kid watching sul povero orfanello con entrambi genitori – è tutta colpa di Nordio, anzi della Bartolozzi (la capra espiatoria perfetta). E che il Quirinale, da tutti lodato per il nobile gesto umanitario, ora che la grazia gli si ritorce contro in disgrazia non c’entri più niente. Ma Mattarella presenziò ai funerali di Stato di B. pregiudicato e finanziatore della mafia (tre giorni di lutto nazionale); promosse Cavaliere del lavoro la figlia Marina per l’eroico merito di aver ereditato un impero fondato su vari crimini; non ha avuto scrupoli a graziare l’igienista dentale berlusconiana condannata per lenocinio e peculato senza che avesse scontato un giorno di pena; non s’è chiesto come si potesse affidare un bambino a una tizia che faceva orge con minorenni chez B.; e ha pure nascosto il suo atto anziché annunciarlo con la canonica nota ufficiale. Forse si vergognava un po’? E di che?

Sono mesi che il lato oscuro del potere lavora al berluswashing per spacciare il peggio del centrodestra – cioè FI – per la sua parte “buona”, nella speranza di traslocarlo nell’altro campo in salsa salisiana per l’ennesima ammucchiata tipo Draghi e sottrarre le prossime elezioni a leader incontrollabili come Conte e Schlein. Purtroppo la magistratura, che non si è riusciti ad addomesticare col referendum, continua implacabilmente a rammentarci cosa era il berlusconismo: il 27 maggio riparte il processo Ruby-ter, seguito da quello a Dell’Utri per le ricompense milionarie di B. al suo silenzio su mafia e stragi (altro che le favolette dell’Antimafia su Mafia & appalti). Poi, certo, c’è Nordio che perora la causa della semi-nuora dell’amico di spritz Arrigo Cipriani e chiede accertamenti ai magistrati, chissà come mai, solo sull’Italia, mentre tutto il peggio è avvenuto in Uruguay (e basta Google per trovare i soldi di Epstein, l’import-escort di squillo straniere nel ranch di Cipriani jr.&Minetti e gli atti della loro causa ai genitori del bimbo). Ma questa è la tragedia di un uomo ridicolo, che mai avrebbe dovuto diventare ministro della Giustizia e dovrebbe essere ai giardinetti da un pezzo. Ora dovrà spiegare perché, coi potenti mezzi del suo ministero, non sapeva nulla di ciò che ha scoperto il nostro cronista Thomas Mackinson con qualche telefonata. Però, a sua difesa, potrà sempre puntare sulla modica quantità di prostituzione.

Accoglienza

 


Amici svizzeri! Vi aspettiamo con ansia, non vediamo l’ora di gustare le vostre smargiassate, di toccare con mano la vostra superiorità! Avete mandato le spese delle cure mediche alle famiglie sconquassate dal tragico incendio dell’ultimo dell’anno, a qualcuno più di centomila euro? Non ci meravigliamo, è nella natura elvetica, sempre sopra le parti, mai partecipe di ecumeniche lotte internazionali, quasi dei sorci, passatemi il termine, dediti all’ingrassaggio. 

Siete in miniatura ciò che un vostro connazionale rese visibile al mondo, si proprio lui, il tanto adorato, da noi, Sepp Blatter! Se fosse vigente la legge dell’occhio per occhio, e quest’estate vi presentaste ad un Pronto Soccorso per curare una sbucciatura, constata la nazionalità dovrebbe scattare il tariffario: “Una sbucciatura elvetica? Fanno trecento euro! Se vuole anche il cerotto sono 350!” 

Ma noi non siamo come voi! Siamo umani!

martedì 28 aprile 2026

Incremento dei "Come se!"

 





Ellekappa

 



Natangelo

 



L'Amaca

 


La fine di un inferno

di Michele Serra

Notizia rivoluzionaria! Da oggi nei paesi della Ue, per legge, tutti i nuovi dispositivi elettronici (computer, tablet, cellulari) devono essere ricaricabili tramite una sola sorgente Usb-c: come si sarebbe detto nel Novecento, una sola presa della corrente buona per ogni elettrodomestico.

Perché rivoluzionaria? Perché le nostre vite digitali sono state infestate, per decenni, da un folle accumulo di caricatori, non uno che valesse anche per ricaricare altri aggeggi, la costante ricerca di quello giusto in mezzo a grovigli di cavetti, maschi e femmine di foggia sempre incompatibile, diametri mutevoli, cosini rettangolari che non entrano in cosi ovali e viceversa. Un caos programmatico che ha sicuramente arricchito a dismisura i produttori di cosi e cosini e ha intasato le discariche dei rifiuti elettronici, tra i più difficili da smaltire.

Abbiamo visto agghiaccianti servizi fotografici su bambini africani che risalgono lungo cordigliere di rifiuti frugando in mezzo alle nostre deiezioni elettroniche alla ricerca di non so quali metalli preziosi. E abbiamo visto, nel nostro piccolo, cassetti intasati di cadaveri digitali, e udito urla disperate per casa: dov'è il caricatore giusto?

Lo pensavamo tutti: ma non sarebbe più comodo e più pulito ricaricare tutto quanto alla stessa maniera? Ora — incredibile — in Europa potrebbe accadere per davvero. Che la politica riesca ancora a dare regole a un'economia ingorda e inquinante, quasi nessuno ci sperava più. La tecnologia è una folgore, la politica un pachiderma, ma con i suoi tempi infiniti (ci sono voluti anni!) il pachiderma per una volta è riuscito a domare la folgore.

Perché leggo il Fatto

 

Grazia, graziella… 


di Marco Travaglio 

Ora che Mattarella ha letto il Fatto, ha capito di essere stato buggerato sulla grazia frettolosa e clandestina alla Minetti e ha scaricato Nordio che gli aveva confezionato il pacco farlocco, la cosiddetta informazione può finalmente raccontare agli italiani quello che i lettori del Fatto sanno da diversi giorni. E cioè le testimonianze su santa Nicole piena di grazia in veste di madame di squillo tra Ibiza e l’Uruguay; sul fidanzato Cipriani filantropo dei due mondi ed ex socio di Epstein dedito all’import-escort; e il povero orfanello da curare che puzza tanto di kid washing: ha entrambi i genitori, pare sia già stato curato e comunque non subirebbe alcun danno se la Minetti scontasse la pena ai servizi sociali. C’è tempo per scoprire chi ha sbagliato di più fra la Procura generale di Milano e il ministero della Giustizia, che hanno timbrato la pratica senza verifiche, e Mattarella, unico italiano rimasto a prendere sul serio Nordio. Ma lo scandalo verrà studiato come uno dei punti più bassi della storia dell’informazione. Mentre il Fatto indagava su una grazia piena di buchi, tutti gli altri media prendevano per oro colato le veline ufficiali e manganellavano il nostro giornale che si permetteva di passarle al setaccio.

Su Rep, giuristi strappalacrime si bevevano le “ragioni dell’umanità”; cronisti boccaloni narravano della nuova Maria Goretti che trasloca in Uruguay “per seguire l’amore” e “avviare iniziative a favore dell’infanzia” e adesso “passa ore in un doposcuola alla Caritas nella chiesa di San Marco tra bambini che fanno i compiti e famiglie in difficoltà”; Francesco Merlo, per santificare l’uomo del Colle, beatificava per contagio pure la igienista dentale per il suo “aggraziato ingresso al Consiglio regionale lombardo”, dove si era rivelata la “migliore di tutti”, quindi “Mattarella ha graziato la grazia” (e anche un po’ la graziella). Il Corriere turibolava: “La protesta social non turba il Quirinale. La giornata del presidente ‘sereno, convinto di aver fatto la cosa giusta’” e intervistava la Pg Nanni “ferita dalla malafede di chi vede favoritismi”. Il Giornale incensava “la grazia legittima” e sparava sul Fatto(“campionario di falsità”). L’Unità ci dava dei “vigliacchi” che scrivono “sciocchezze atroci”. Il Domani tagliava corto: “Nessuno scandalo o favoritismo per Minetti. I fatti smentiscono la versione complottista. Con Mattarella al Colle, la salute dei congiunti è stata molte volte decisiva nella concessione della grazia”. Il Messaggero superava tutti: “La showgirl (sic, ndr) si fidanza con l’imprenditore Cipriani e dal loro amore nel 2018 è nato un figlio”. Previa apparizione dell’arcangelo Gabriele. Poi ieri, al segnale convenuto del Colle, si sono strappati tutti il bavaglio che si erano messi da soli.


lunedì 27 aprile 2026

Tra carta e giornalismo


 La differenza tra della carta con sopra stampate delle parole ed un giornale sta in questa notizia riportata anche da Repubblica. Il Fatto Quotidiano ha portato alla luce questo scandalo che coinvolge l’igienista dentale e organizzatrice delle Cene Eleganti durante l’Era del Puttanesimo. Il Capo dello Stato, che legge il Fatto, ha subito chiesto chiarimenti a Spritz Nordio. Se quanto riportato dal Fatto corrisponderà alla verità, la grazia per la Minetti sarà revocata. Con l’ennesima figura di… del ministro della Giustizia. Un giornale che non fa sconti a nessuno, che non prende finanziamenti e che racconta verità. Questo è il Fatto Quotidiano.



Sala prove

 



Post partita

 



Post stonato

 



domenica 26 aprile 2026

Daje!

 

Hai i sondaggi in picchiata? La gente ti deride? Agli occhi dei più sei oramai una macchietta? Come risollevarsi se non passando da vittima? Daje Donald!



L'Amaca

 


Due parole che pesano

DI MICHELE SERRA

Meloni ha parlato di "oppressione fascista", e per l'occasione bisogna essere contenti a prescindere. Sorvolare sui tempi, sulle ambiguità, sul contesto degli ultimi anni, sulle politiche securitarie repressive, sullo scadentissimo rapporto con i media e con il Parlamento, su tutto. Non solo per fair play, ma perché è un risultato politico a vantaggio della Repubblica e della Costituzione: Meloni è il capo del governo italiano e in pochi avremmo scommesso un centesimo sulla possibilità che lo dicesse. Ma lo ha detto, e qualcosa deve esserle costato.

Intanto deve esserle costato personalmente, perché la sua formazione politica missina non conduce di certo alla presa d'atto che il fascismo fu un'oppressione della quale è stato decisivo e gioioso liberarsi. Poi ha sicuramente contrariato una parte non piccola del suo elettorato, quella più fedele alla fiamma, che ancora oggi vede nella sconfitta del fascismo la propria sconfitta. Un pezzetto di elettorato già glielo ha sfilato il fascistissimo Vannacci, un altro pezzetto potrebbe defilarsi considerando "tradimento" la inequivocabile definizione di Meloni — oppressione fascista.

Politologi e affini stabiliranno quanto di tattico e quanto di strategico ci sia nella sortita di Giorgia Meloni, ex camerata di Colle Oppio, il 25 aprile del 2026. Da cittadino italiano antifascista posso solo dire che mi ha fatto piacere sentire quelle due parole. Qualcuno dirà: ti accontenti di poco. Ma no, "oppressione fascista", detto da Giorgia Meloni, non è così poco. A Milano si dice: piglia, incarta e porta a casa.

Che non succeda nulla!

 


Ahiahia!

 

Import-escort con grazia 


di Marco Travaglio 

Che qualcosa puzzasse nella grazia concessa in febbraio da Mattarella a Nicole Minetti, cancellandole le due condanne per favoreggiamento della prostituzione e peculato, s’era capito subito. Il Quirinale, contro ogni prassi, l’ha tenuta nascosta finché l’ha scoperta Mi manda Rai3 e il Fatto l’ha rivelata il 10 aprile. La Minetti non aveva scontato un solo giorno dei 3 anni e 11 mesi di pena definitiva e non rischiava il carcere, ma solo i servizi sociali (nel Bengodi italiota i condannati fino a 4 anni non vedono la galera neppure col binocolo). Ma ora, grazie alla formidabile inchiesta a puntate di Mackinson sul Fatto nel silenzio tombale del resto della “informazione”, si scopre che non esistevano neppure gli altri presupposti per graziarla. È falso che, dopo gli errori giovanili del bunga bunga, santa Nicole piena di grazia abbia cambiato vita – come scrivono i legali nell’istanza di grazia – dopo un “contesto di vita definitivamente chiuso”: ha solo trasformato l’esperienza maturata chez B. nel ramo import-escort in un’industria ben più lucrosa grazie ai capitali del compagno Giuseppe Cipriani: alle Baleari nel locale Downtown Ibiza e dal 2018 sul di lui yacht e nel di lui ranch a Maldonado (Uruguay). Cipriani non è il filantropo-mecenate “normoinserito” descritto dai legali: era socio occulto di Epstein, che ospitava per le vacanze e in parte imitava. L’insegna “Gin Tonic” dello yacht e del ranch celava ciò che raccontano alcune testimoni al Fatto: un viavai di squillo, anche minorenni di 15-16 anni, selezionate da “madame” Nicole (“Esta chica me gusta, esta no”), aviotrasportate dall’Argentina, dal Brasile e dall’Italia sul jet privato di Cipriani in barba a leggi e controlli anti-immigrazione (il locale ministero dell’Interno indaga su possibili mazzette alla Dogana), a disposizione di ricchi uomini d’affari e politici.

Poi, come specchietti per le allodole, c’erano i pranzi per i poveri orfanelli dell’Istituto nazionale dell’infanzia serviti dal caritatevole padrone di casa. Fra quei minori c’era anche il bambino di 9 anni gravemente malato (poi forse guarito), poi posto al centro della domanda di grazia che ha commosso Mattarella, Nordio e la Procura generale di Milano. Questo accadeva al “Gin Tonic”: altro che “il più grande investimento nella storia dell’Uruguay, il progetto dell’Hotel San Rafael” magnificato nella domanda di clemenza per ingannare il Colle, il ministro e il Pg, che si sono bevuti tutto, pur avendo i mezzi per appurarne la falsità (magari con una chiamata alle autorità di Montevideo). Ora non resta che rimediare: se si può, revocando la grazia; se non si può, chiedendo scusa, prima che emergano fatti ancor più gravi. Così magari anche le tv e gli altri giornali potranno finalmente pigolare qualcosa.

sabato 25 aprile 2026

Ragogna!

 



Differenti vedute

 



Buon 25 Aprile!!!

 


E come festeggiarlo al meglio se non ricordando il mitico Don Gallo?

Viva l'Italia democratica! 

Viva la Costituzione Antifascista! 

Viva il 25 Aprile!!!

L'Angolo di Elena

 

In un mondo di “liberali” fa paura una tivù russa 


di Elena Basile 

Bruxelles, capitale d’Europa, è un mosaico di microcosmi politici, ideologici, nazionali, etnici che raramente si incontrano. Rispecchia l’Europa delle patrie che pochi ponti ha costruito. Nel periodo in cui lavoravo come ambasciatrice in Belgio, ho cercato di mettere in comunicazione belgi, italiani, diplomatici, burocrazia europea. La prassi invece è che gli italiani si incontrino tra italiani, i belgi tra belgi , i tedeschi tra tedeschi, i diplomatici tra diplomatici, i burocrati tra burocrati. Ciascuno parla la sua lingua, mai si affaccia al pensiero dell’altro.

È quanto accade in Italia, dove raramente è possibile discutere in un quadro di vero pluralismo democratico. È ammesso un dibattito con linee rosse invalicabili. Si deve negare il genocidio, i nessi tra capitale finanziario e guerre occidentali, negare che il terrorismo in Europa sia stato prevalentemente sunnita e gestito da servizi segreti occidentali, si deve considerare Hamas un’organizzazione terroristica e Hezbollah pure, anche se è risaputo che esse siano nate soprattutto come organizzazioni per la liberazione di un popolo sotto occupazione; bisogna opporre le democrazie (liberali, tendenti all’autoritarismo) alle autarchie e dire tutto il male possibile di Putin, criticare Trump ma esprimere fiducia nei Dem; considerare la politica economica e l’analisi internazionale scienze neutre, non legate all’equilibrio di poteri all’interno degli Stati e tra di essi e via dicendo in un pensiero castrato e pappagallesco. Si cerca di ragionare, ci si rivolge ai cantori dell’Occidente e delle sue mistificazioni, si pongono domande razionali che smantellano le tesi propagandistiche, ma il giorno dopo gli stessi ritornano a inventare la realtà, a sconfiggere la Storia. Hanno letto le critiche, le domande, sono consapevoli delle contraddizioni, ma – come Trump – sanno che la narrativa può inventare la realtà. Tutti vivono come nei social in compartimenti standard, rinforzando la loro visione del mondo. Il noi e il loro prevale. Noi occidentali contro il resto del mondo, ma noi italiani diversi dai francesi, noi liberali ed europeisti diversi dai populisti ecc.

Questi processi non avrebbero potuto prendere piede senza una sistematica distruzione della cultura e della razionalità. I social e i talk show, che prediligono il pensiero contratto, odiano l’approfondimento, oppongono slogan alla complessità, sono gli strumenti adatti al degrado culturale e al governo dei sudditi da parte delle lobby. La normalizzazione delle guerre di aggressione contro la Palestina, il Libano e l’Iran convive con la demonizzazione dell’invasione di Putin dell’Ucraina. Inutile spiegare le similarità tra l’accerchiamento della Russia e quello dell’Iran, l’identico attacco a paesi colmi di materie prime necessarie al capitale finanziario in declino, a nulla vale ricordare che la classe Epstein, autrice del genocidio in Palestina, è la stessa che si considera avvocato dei diritti umani del popolo ucraino che sta condannando allo sterminio. Non serve portare argomenti razionali per stigmatizzare le menzogne relative alla minaccia russa per l’Europa o iraniana per la bomba nucleare. Inutile portare i dati concreti sull’influenza della lobby americana di Israele sui media e sulla politica statunitense e in parte europea. Il compartimento standard funziona a meraviglia. Imperterriti in tv e nei giornali, inventano il loro catechismo e a furia di ripeterlo tante brave persone sono convinte che tanti ucraini muoiano per la libertà da un nemico pronto a invaderci, oppure che Israele sia forzato a commettere un genocidio e ad aggredire i vicini per difendersi.

Che fare quando l’accademia, la diplomazia, la politica, il giornalismo, con poche sfumature diverse, ci bombardano con gli stessi assiomi mai dimostrati? Si aprono i giornali e si scopre che l’ambasciatore russo è stato convocato alla Farnesina. Sono tutti furiosi contro un anchor man russo per i suoi attacchi pesanti alla Meloni e le sue critiche a Mattarella. Il quale può paragonare la Federazione russa alla Germania nazista, Di Maio può chiamare Putin animale, per non parlare delle ingiurie di Biden, della Kallas e di Von der Leyen che tra l’altro dichiarano apertamente di voler smembrare la federazione russa. Tutto questo va bene, ma se un personaggio televisivo insulta la Meloni si ammonisce l’ambasciatore. Forse i conduttori tv russi non lavorano per il Cremlino né per un partito come quelli di Tv Sette. Immagino come sia rimasto esterrefatto l’ambasciatore, convocato d’urgenza non per un nodo diplomatico, ma per ottenere la censura governativa di un giornalista popolare. Si guardano bene dal resuscitare la diplomazia per comprendere le ragionevoli preoccupazioni di sicurezza di Mosca, ma riprendono i contatti diplomatici per zittire una tv russa. La situazione è grave, ma non seria.

Natangelo

 



Mignottismo

 

Arrestation Week 


di Marco Travaglio 

Non sappiamo quanti reati celi l’ultima Puttanopoli alla milanese messa in piedi dai “pr” (in senso lato) Deborah e Manu in 26 locali della movida con decine di squillo per calciatori, manager e imprenditori. Ma già sappiamo che il delitto più imperdonabile è il vocabolario: il signor “Fatturage”, il “superprivé” per “clienti con business” e l’ingresso “plebeo” per sfigati, il “Rolexage più Porschage” (da Porsche, non da porco), il “Chiavage” del “pacchetto all inclusive” per il dopo-“tavolage” in hotel, allietato da ragazze, euforizzato da palloncini di protossido di azoto (detto forse “gasage”) per chi ha in tasca almeno “6 kappage” (6mila euro). La prostituzione è il mestiere più antico del mondo, ma solo a Milano può accompagnarsi a un lessico simile. È la caricatura del bauscia e del ganassa 2.0, l’evoluzione del provincialotto meneghino che ha fatto i soldi ma non sa cos’è lo stile, infatti parla solo di milioni e di figa, ma si crede internazionale perché la sua aspirante capitale sempre mancata boccheggia tra i cantieri di Expo, delle Olimpiadi e dei grattacieli di Sala scambiando per progresso il Salone del Mobile e la Fashion Week.

Lo si era già capito nella Mignottopoli di serie B con Davide Lacerenza e Stefania Nobile nella “Gintoneria”: roba da ergastolo solo per l’insegna. Da far rimpiangere il gergo della terz’ultima Puttanopoli, quella di B. con la Minetti piena di grazia e le Olgettine: “Ti volevo briffare un attimino”, “Papi”, “love of my life”, “the boss of the boss”, “ne vedi di ogni… cioè nel senso la disperation più totale… c’è la zoccola, c’è la sudamericans che non parla neanche l’italiano e viene dalla favelas… ma tu non sii timida”. La Milano più fasulla e piena di vuoto è sempre all’inseguimento di quella da bere anni 80 con Craxi, i nani e le ballerine, gli stilisti, la panna sulla pastasciutta, la rucola nei piatti e la coca nei bagni. Oggi in più ci sono gli ape e gli chef. Sono tutti in call: brainstormano, warmingano e brandizzano che è un piacere nelle rispettive location. Tutti ceo, founder, creator, stylist e merchandiser di nonsisaché. Anche la speculazione edilizia è vecchia come l’Italia, ma nella fu capitale morale si chiama “rigenerazione urbana”. Le parole per dirla sono più cool: le tangenti sono consulenze, i palazzinari sviluppatori. Ed è tutto fallicamente verticale: i capannoni tramutati in torri, il bosco verticale infestato di insetti verticali senza più visuale orizzontale, il mitico progetto di stadio-bosco, i grattacieli a banana delle archistar a City Life, le palme vista Duomo, il Pirellone, il Pirellino, i tacchi a vertigine delle influencer, la caduta verticale della Ferragni sui verticalissimi Pandoro. Di orizzontale sono rimasti solo San Vittore e Opera, dove dovrebbero finire tutti, ma per come parlano. In manettage.

venerdì 24 aprile 2026

Vigilia


 Ci sono varie e fondamentali ragioni per scendere in piazza domani a festeggiare la liberazione dal NaziFASCISMO. 

Per omaggiare la nostra Costituzione Antifascista 

Per rispondere al loro presidente del senato nero che vorrebbe la parificazione dei morti. 

Per sovrastare con cori e canti i sorci che andranno a Predappio. 

Per rispondere a questo balordo e ai suoi seguaci. 

Viva la Resistenza! 

Viva l’Italia Antifascista!

Viva il 25 Aprile!




Sanissimo Paese!

 


L'Amaca

 


L'amico americano

di Michele Serra

L'idea canaglia di ripescare l'Italia ai mondiali di calcio in America, estromettendo l'Iran per demeriti politici, riflette una visione della vita che lascia a bocca aperta. Per arrivare a formularla bisogna, in ordine sparso: ignorare l'importanza delle regole; disprezzare il merito e anteporgli l'espediente, il trucco, il colpo di mano (a Bologna si dice: la bazza); pensare che lo sport, come tutto il resto, può essere manomesso a vantaggio dei propri comodi. Infine, e soprattutto: bisogna non avere alcuna idea dell'impatto che le proprie parole e i propri comportamenti hanno sugli altri. Il concetto stesso di "reputazione" non ha spazio, costretto a lasciare il posto al perenne compiacimento di sé.

Che a ventilare questa proposta sconcia, forse ritenendo di arruffianarsi "gli amici italiani", sia il cosiddetto "consigliere di Trump per l'Italia", signor Zampolli, conferma che da quella lobby di affaristi che giocano alla politica possiamo solo aspettarci il peggio. Nessuno scrupolo, nessuna remora. Ma soprattutto: una conoscenza molto approssimativa del mondo.

Se Zampolli fosse uomo di mondo, avrebbe previsto l'espressione di disgusto e di dileggio con la quale "gli amici italiani", direi al completo, hanno accolto questa sua sortita. A partire dal governo: "un'idea vergognosa" secondo Giorgetti, "ci si qualifica sul campo" secondo il ministro dello Sport Abodi. Non credo esista un uomo di sport, compreso l'ultimo e il più sprovveduto dei tifosi, che accetterebbe l'umiliazione di un ripescaggio che ha il sapore dell'elemosina politica. E dunque, a ben vedere, dell'offesa. Zampolli: go home.

Valditara?

 



La tocca, al solito, piano...

Vendersi un po’


di Marco Travaglio 


Si temeva che il Nordio, stordito dalla botta referendaria a cui aveva contribuito da par suo, non si riavesse più. Invece è tornato a sparare scempiaggini più belle e superbe che pria. È ripartito da un suo vecchio cavallo di battaglia, spernacchiato dai migliori giuristi e dunque trasformato in legge dall’Ulivo e da B. negli anni d’oro dell’inciucio: la modica quantità di reato per colletti bianchi. L’Ulivo la applicò a evasori e frodatori e B. ai falsificatori di bilanci, cioè a se stesso, con indecenti “soglie di non punibilità”. Pm come Tinti, Greco e Davigo ironizzarono paragonandole alla modica quantità di droga consentita per uso personale. Ma mai fare una battuta: c’è sempre chi la prende sul serio. Infatti Carletto Mezzolitro riesce a dire, restando serio: “Se c’è la tenuità o la modesta quantità persino della droga, non è una bestemmia parlare di modestia anche di cosiddette ‘mazzette’”. Il paragone ovviamente non ha alcun senso. La legge sulla droga fissa la modica quantità in limiti tabellari di principio attivo per distinguere ciò che non è reato (il possesso per consumo personale) da ciò che lo è (il possesso per spaccio e traffico). La corruzione invece è sempre reato: il pubblico ufficiale e l’incaricato di pubblico servizio non devono prendere soldi, né pochi né tanti, né per atti dovuti né per atti indebiti. La gravità del reato la valuta poi il giudice con una pena più vicina al minimo o al massimo. Nessuno Stato serio consente a chi lo rappresenta di vendersi soltanto un po’: non ci si vende, punto, a prescindere dal tariffario. Il bene protetto è l’interesse della collettività contro chi lede il principio costituzionale di imparzialità della PA. E poi la corruzione è un reato seriale: chi si vende una volta tendenzialmente lo fa sempre, anche se magari viene scoperto per uno o per pochi episodi.

Però la giustizia italiana è talmente ingolfata, anche grazie a Nordio, che non si vede perché limitare la modica quantità ai colletti bianchi. L’Anonima rapisce un solo bambino per un paio di giorni in cambio di un modesto riscatto? Modica quantità. Un topo di appartamenti ruba i televisori e gli stereo, ma non tocca le casseforti? Modica quantità. Un contabile ruba solo 100 euro al giorno dalla cassa dell’azienda? Modica quantità. Un rapinatore di negozi e banche porta via solo metà dell’incasso? Modica quantità. Uno scippatore di vecchiette si tiene le pensioni, ma restituisce le borsette? Modica quantità. Un molestatore fa la manomorta sugli autobus, ma solo con tre dita? Modica quantità. La grande riforma potrebbe sfoltire anche i processi per stupro, in base a un principio immortalato da Marcel Prévost, ben prima di Nordio, nel romanzo Les demi-vierges: la verginità è questione di centimetri.

giovedì 23 aprile 2026

Tempistiche stolte

 



Verità

 


Balordo!

 



Ari sbellichiamoci!

 



L'unica è sbellicarsi!

 



Natangelo

 



L'Amaca



Un'attenzione immeritata

DI MICHELE SERRA

Un propagandista di regime è quasi sempre un cretino, proprio in senso tecnico. Una persona predisposta a ignorare la realtà delle cose (che per essere còlta richiede un minimo di intelligenza), esaltare la sua parte politica e insultare il nemico. Tale dev'essere questo Solovyev, un ufficialetto bellicoso delle truppe mediatiche di Putin: e davvero dispiace lo scompiglio che i suoi insulti a Meloni hanno provocato. È uno scompiglio sproporzionato all'accaduto.

So che è un'utopia, ma ci vorrebbe una specie di apparecchio riduttore (un algoritmo virtuoso) che, in automatico, declassi le parole dei fanatici. Le classifichi e le segnali come poco importanti, una specie di rumore di fondo, di schiamazzo irrilevante. Il pensiero totalitario (tale è il putinismo, in stereofonia transoceanica con il trumpismo), a parte i danni sociali e politici a scapito dei rispettivi popoli, ha come suo obiettivo anche l'avvelenamento del dibattito mondiale. Desidera abbassare il livello, ridurre le parole a proiettili o a randelli, insomma adattare le parole alla guerra. Un linguaggio violento e sommario è il sottofondo ideale per l'instaurazione di una cultura di guerra permanente.

In un mondo migliore di quello in cui viviamo, un Solovyev verrebbe liquidato come un patetico provocatore e ricollocato nella sua nicchia molesta, che è quella dei militanti esaltati. Scomodare i rapporti diplomatici tra Italia e Russia è, per quelli come Solovyev, una medaglia immeritata. Ora è autorizzato a credere che le sue parole siano gravi e pesanti. Che contino qualcosa. E un cretino di regime si sentirà un protagonista dei tempi. 

Lezione sulla disperanza

 

La “Disperanza”: unico antidoto nei tempi bui di guerre e tiranni 


di Tomaso Montanari 

Con quale attrezzatura culturale, ma anche esistenziale e perfino sentimentale, possiamo abitare questa età in cui siamo governati da mostri, abbandonati a un male che pare non avere limiti, esposti al crollo di ogni illusione democratica e civile? Impossibile cercare risposte nella politica, fiorentissima industria della disperazione. Pericoloso cercarle in una religiosità esteriore che alimenti una speranza intesa come disimpegno concreto. Nel mezzo, rimane la cultura, rimangono le voci delle donne e degli uomini che hanno tessuto la letteratura degli ultimi secoli. Voci che sussurrano una parola, desueta e felicemente in between: disperanza. È questa l’idea del libro di Franco Marcoaldi, La disperanza (Einaudi), seconda e finale valva del magnifico dittico aperto con Cani sciolti (Einaudi 2024).

La “disperanza” (immaginifico termine che deve molto a Giorgio Caproni, e con lui a una serie di padri e madri, più o meno espliciti, che Marcoaldi convoca nelle sue pagine) è il tentativo di esprimere con una parola sola la contraddizione strutturale della condizione umana che, con la sua solita lucidità, Giacomo Leopardi descriveva così: “La disperazione medesima non sussisterebbe senza la speranza, e l’uomo non dispererebbe se non isperasse”. La disperanza sta lì: in quella “nostalgia of hope” di cui parla Ben, giovane interlocutore di Marcoaldi. È la “rassegnazione attiva” di cui scrive Vito Teti: tutto il contrario di un ripiegamento egoistico e cupo, di un oblomovismo apocalittico, di un eremitismo sdegnoso. Commentando lo scrittore colombiano Álvaro Mutis, uno dei padri del concetto e della parola, Marcoaldi descrive il “figlio della disperanza” come “colui che proprio perché ‘non spera niente’ e ha abbandonato ogni illusione, vive piú pienamente la sua vita. Vive, direbbe María Zambrano, in ‘una penombra toccata d’allegria’”. È una prospettiva non solo credibile, ma anche liberatoria, per un libro che si apre con una, folgorante e insieme raggelante, dichiarazione di un altro giovane – Leo, il fratello di Ben – che vale la pena di citare per intero: “La sai una cosa? Ho vent’anni e non so cosa voglia dire ‘sperare in un mondo migliore’… Mi piace da pazzi viaggiare con gli amici, andare in luoghi lontani e magari conoscere qualche ragazza che mi fa battere il cuore… Adoro la gentilezza, soprattutto di sconosciuti incontrati per caso, che mi salutano per strada e neanche li conosco, mentre mi fanno infuriare le mille ingiustizie di cui è pieno il mondo e contro le quali scendo in piazza con altri ragazzi come me… Ma la speranza in un mondo diverso, quella proprio non so cosa sia”. Il libro è la risposta di Franco a Leo, ed è una risposta fondata innanzitutto sull’ascolto: una risposta che esclude il paternalismo moralista della speranza obbligatoria, e quello immoralista della disperazione altrettanto obbligatoria. Ed è una lezione per tutti noi: i coetanei di Leo che non vanno a votare per le Politiche, perché non hanno alcuna speranza in questa politica, ma vanno a votare al referendum, perché la Costituzione parla la loro lingua, concreta e insieme ideale, meriterebbero di essere ascoltati allo stesso modo. Non usati, cavalcati, manipolati, ma ascoltati nel loro disincantato bisogno di esserci, qui e ora: comprendendo, finalmente, che nulla è perduto, ma nulla è scontato. Che non avere speranza di cambiare il mondo non significa essere così disperati da farsi cambiare dal mondo. Sulla copertina del libro un tondo di Emilio Tadini trasforma il nowhere della disperazione nel now here, “l’‘ora e qui’ simbolo della disperanza. L’intero tragitto del libro, dunque, raccolto in una sola parola: rotta a metà e perciò stesso capovolta nel suo iniziale contenuto semantico”. Qui e ora: perché questo è il tempo che ci è dato da vivere. Con la più bruciante disperanza.

Batracomiomachia

 

I rimpatri fai da te 


di Marco Travaglio 

Se il sistema mediatico non fosse programmato per depistarci dalla realtà, la notizia della settimana non sarebbero gli ignobili insulti sessisti e alcolici di un anchorman russo alla Meloni (non s’era mai visto convocare un ambasciatore per i deliri di un giornalista, per giunta incazzato nero perché gli abbiamo sequestrato due ville in Italia per le sue idee, sennò i nostri diplomatici sarebbero delle trottole). E nemmeno il bonus di 615 euro agli avvocati che convincono i migranti a rimpatriarsi da soli, col solito mercanteggiamento legislativo governo- Quirinale in barba alla Costituzione (se Mattarella non gradisce una norma, aspetta che venga approvata dal Parlamento e poi la rispedisce al mittente, vedi articolo 74).

Le notizie sarebbero altre: il gioco delle tre carte della Meloni sull’accordo commerciale con Israele, sospeso in Italia per fare bella figura con gli elettori inferociti, ma difeso in Ue per tenere il sacco a Netanyahu; e la fine tragicomica del governo che doveva risolvere una volta per tutte la piaga dell’immigrazione irregolare col famoso blocco navale e gli hotspot in Africa, e si è ridotto a traghettare qualche decina di migranti per il weekend in Albania in due centri che sono costati un miliardo prima di riportarli in Italia perché non possono restare lì. Fino alla barzelletta di implorare i migranti di espellersi da soli e di trasformare i loro difensori in avvocati del governo contro gl’interessi dei loro assistiti. Una misura che, anche se fosse costituzionale e si trovasse qualche avvocato disposto a vendere la sua missione, non produrrebbe alcun effetto pratico. Il migrante che ha attraversato il Mediterraneo rischiando la pelle perché a casa sua viveva ancor peggio che qui non cambierebbe Paese, ma avvocato. E i primi a saperlo sono gli sgovernanti: il dl Sicurezza stanzia per i bonus agli avvocati 246mila euro per il 2026, 492mila per il ’27 e la stessa cifra per il ’28: che, divisa per 615 euro, fa 400 casi quest’anno, 800 in ciascuno dei due successivi. Cioè niente: gli irregolari sono oltre mezzo milione e, senza bonus agli avvocati, nel 2025 i rimpatri volontari assistiti sono stati 675 (contro i 16mila della Germania, i 9mila della Svezia, i 3mila del Belgio, i 2mila della Spagna di Sànchez): con la genialata del bonus, nella migliore delle ipotesi, sarebbero 125 in più all’anno. La via maestra sarebbero i rimpatri forzati, ma costano un occhio ed esigono un lavoro diplomatico coi Paesi d’origine che i nostri sgovernanti non sanno fare. Infatti le espulsioni meloniane sono inferiori a quelle dei governi Conte, Gentiloni e Renzi, noti complici dell’“invasione”. Su questi tradimenti andrebbe giudicato il governo, non sugli insulti alla vodka di Solovyev o sulle batracomiomachie con Mattarella.

mercoledì 22 aprile 2026

Ragogna!

 



Figuraccia

 



Chiarimento

 



Minkia!

 

Marina ordina come nel Padrino 


di Pino Corrias 

Tutte le volte che ultimamente leggo le cronache di Forza Italia, mi viene in mente Il Padrino, con il Cupo Capo (in questo caso una signora) che parla da un fondale oscuro, a dirne il mistero e insieme la minaccia, e i bravi ragazzi che si passano nervosamente gli ordini, che hanno calibri differenti per ogni circostanza: vanno dall’avvertimento al funerale.

Immagino, in quella tetra oscurità, la figlia Marina, bianca come cera, nera vestita, accomodata nel bunker paterno che convoca gli affiliati per gettar loro in pasto il suo capriccio. È appena accaduto al povero Tajani che ha lasciato i pennacchi alla Farnesina, è arrivato di corsa al bunker, si è fatto annunciare dalle guardie armate, è entrato tremando al cospetto della signora infernale. Ha atteso. Mentre lei, impassibilmente, gli ha ordinato cosa fare e disfare dei poveri pupi di Forza Italia. Al suo cenno due capigruppo di Camera e Senato, sono saltati per aria. Spariti. A un altro cenno ha ordinato di frenare sulla legge con cui si raccolgono i voti nel Paese, mantenendo il più possibile il criterio proporzionale per non perdere le piazze migliori dello spaccio politico. A seguire ha ordinato di moderare l’alleanza con la banda Meloni, troppo succube della famiglia newyorkese dei Trump. E con quella dei barbari d’Oltrepò che ancora indossano le corna, detestano gli omosessuali, trattano la manodopera nera e bianca come fosse selvaggia e non una risorsa in grado di aprire un conto agli sportelli Mediolanum e contribuire al bene della Banda. Compreso quello di ripianare l’odioso debito di 90 milioni che gli affiliati hanno contratto con gli allibratori del padre fondatore.

Dopo il diktat, Marina si è dileguata nel suo rinnovato mistero. Ha fatto dire ai suoi avvocati che non ha intenzione di scendere in politica, né di parlare in pubblico. Lo spiegheranno i suoi autori di Ciao Darwin, che di quando in quando compongono lunghissime interviste a suo nome per un grande giornale milanese. Che addirittura le pubblica.

L'Amaca

 


Un'esclusione comprensibile

di Michele Serra

In vista del 25 aprile, e delle ricorrenti e annose dichiarazioni sulla pari dignità dei morti (ultima in ordine di tempo, e certo non imprevedibile, quella del presidente del Senato La Russa), va detto che la pietà umana è un sentimento universale, e astenersi dal compiangere chi muore a vent'anni è segno di aridità e grettezza. Tutt'altra cosa è il giudizio sulle ragioni e gli ideali per i quali si muore — per esempio: la libertà, la fine di una dittatura, la fine della spaventosa guerra conseguente alla dittatura.

È a quel giudizio, e a nient'altro, che deve attenersi una comunità cosciente di se stessa. Con le sue istituzioni, i suoi simboli, la sua ritualità pubblica. Per questo si commemorano i partigiani e non i repubblichini. Perché gli uni morirono per la libertà e per una democrazia che non videro, ma seppero sognare. Gli altri morirono per molto dubbie questioni di «onore patriottico» e di lealtà all'ex alleato nazista. O più banalmente per ostinata fedeltà al regime fascista, totalitario e razzista fin dalle origini, ben prima di sprofondare nel nero della guerra.

Qualche pensiero a quei ragazzi inchiodati «dalla parte sbagliata» può spenderlo chiunque, anche chi è del tutto estraneo a quella ideologia necrofila (il «viva la muerte» falangista ne è il sunto perfetto). Ma non è neppure in discussione l'univocità del 25 aprile, il suo essere Festa della liberazione dal nazifascismo: e nient'altro. Si capisce che questa univocità possa avere, per qualcuno, qualcosa di escludente. Ma se c'è una occasione nella quale gli esclusi possono farsene una ragione, e gli inclusi non dolersene, è proprio il 25 aprile.

Robecchi

 

Sicurezza. Il diritto secondo Giorgia: paghi l’avvocato se ti fa condannare 


di Alessandro Robecchi 


Nel momento in cui scrivo, non si sa bene che fine farà il nuovo decreto Sicurezza, cioè quell’insieme di norme che il governo Meloni ha presentato (caratteristiche di urgenza, ecc. ecc. la solita solfa) per rafforzare la repressione del dissenso nel Paese. Come si sa, il nodo venuto al pettine del Quirinale è l’articolo 30 bis del decreto, che in soldoni (e il caso di dire) riconosce un pagamento all’avvocato del migrante (625 euro) se il migrante accetta di andarsene dall’Italia. Traduco: la Repubblica garantisce a tutti il diritto alla difesa, ma se il difeso è un migrante o un richiedente asilo l’avvocato viene pagato per farlo perdere e per caricarlo su un volo che lo riporta nel posto da cui è scappato. Ci vuole del genio: pagare un avvocato a seconda dell’esito della causa è un calcio in faccia alla Costituzione italiana (diritto alla difesa, articolo 24), e forse proprio per questo gradito a chi considera la Costituzione una discreta rottura di palle (quelli del Sì al referendum, per dire). Il decreto va tramutato in legge entro il 25 aprile (il calendario è beffarolo), sennò nisba, e questo agita gli agit-prop securitari del governo, povere stelle.

A proposito di schifezze, lo stesso decreto introduce una specie di scudo penale per le forze dell’ordine, libere di menare senza pensieri, e addirittura il fermo preventivo, cioè possono rinchiuderti prima che tu abbia fatto qualcosa perché c’è il sospetto che tu possa farlo (non si applica ai femminicidi per scongiurare retate di mariti).

I barbatrucchi del governo Meloni per evitare di fare l’ormai tradizionale figura da peracottaro sono a questo punto degni di Fantozzi: non modificare il decreto e fare subito al volo un altro decreto che smentisce l’articolo 30 bis del decreto (una legge con allegata legge che smentisce la legge, c’è del genio), far finta di niente e aspettare che la Corte costituzionale faccia a pezzi tutto quanto, oppure far passare il decreto e poi dimenticarsi dei decreti attuativi, in modo che la legge resti scritta, ma risulti inapplicabile. Tutti trucchetti da magliari.

Sui decreti Sicurezza e porcate consimili, comunque, si dovrebbe studiare l’abbonamento mensile, rinnovabile automaticamente, come sui siti web, perché il governo Meloni li fa spesso, aggiornati e fantasiosi. Aveva cominciato dichiarando guerra ai rave party (decreto 162/2022), che erano chiaramente un’emergenza nazionale. Poi fece il decreto Cutro (20/2023), quello per cui Giorgia disse che avrebbe rincorso gli scafisti per tutto il globo terracqueo, facendo ridere tutto il globo terracqueo. Poi fu la volta del decreto Caivano, per contrastare la povertà educativa e le baby gang, che prevedeva addirittura l’arresto per chi non manda i figli a scuola (a meno che non vivano in un bosco con le caprette e possano essere usati per la propaganda). Poi arrivò il decreto Sicurezza del 2025, e ora questo pasticcio immangiabile del decreto Sicurezza 2026, che pretende (tra le altre cose) di pagare gli avvocati solo se fanno condannare l’imputato. Manca ancora un anno alla fine di questa parentesi sgangheratamente neo-fascista del governo italiano e sarebbe divertente prevedere quali altre mattane securitarie si potranno inventare i patrioti che siedono a Palazzo Chigi. Intanto, c’è una chiara indicazione per un prossimo ipotetico governo progressista: una legge di una riga, chiara e semplice. Articolo uno: “Sono aboliti tutti i decreti in materia di sicurezza del governo precedente, per manifesta stupidità”.

A Carloo!

 

Il bombarolo 


di Marco Travaglio 

Pochi se ne sono accorti, perché ormai la sua autorevolezza è una tacca sotto quella del nano Bagonghi del circo Barnum. Ma Carlo Calenda, radicalizzato nella cellula dormiente ucraina dei Parioli, è passato alla lotta armata, dunque alla clandestinità. Ne ha dato lui stesso notizia sui social, esaltando il più grave atto terroristico dal 1945 contro un’infrastruttura strategica europea: quello che nel 2022 distrusse i gasdotti russo-europei Nord Stream nel mar Baltico, preannunciato da Biden e messo a segno non da Putin (come sostennero gli Usa, l’Ue e i loro servi furbi), ma da un commando ucraino. Testuale: “Ho cercato di distruggere politicamente il raddoppio del NordStream per tutta la mia vita politica. Avrebbe determinato un’indebito (con l’apostrofo, ndr) vantaggio per le industrie tedesche e aumentato la dipendenza dalla Russia. Quindi hanno fatto bene”. Sottinteso: a farlo esplodere.

Abbiamo cercato tracce della sua strenua lotta contro la dipendenza dell’Italia dal gas russo, ma invano: da viceministro e ministro dello Sviluppo economico, il partigiano Kalendsky fece balzare gli acquisti di gas russo al 45% del fabbisogno italiano sotto Letta e al 47,8% sotto Renzi e Gentiloni, oltre ad autorizzare la vendita a Mosca di 94 blindati Lince Iveco (poi usati da Putin per invadere l’Ucraina). Nel 2016-’17, dopo l’annessione russa della Crimea e le sanzioni Ue, andò in pellegrinaggio a San Pietroburgo al Forum economico di Putin per siglare accordi miliardari fra aziende italiane e russe, soprattutto Gazprom, e assicurare eterna amicizia al Cremlino. “Stiamo recuperando sull’interscambio, ma bisogna fare di più”. “Quello fra Italia e Russia è un rapporto profondo da molti anni, ora dobbiamo migliorarlo”. “Procedere col ‘made with Italy’ attraendo investimenti di società russe”, “Abbiamo dato piena disponibilità al vicepremier russo a sviluppare nuovi corridoi per il gas”. “La Russia è un partner insostituibile. Noi abbiamo questa posizione in Europa e la ribadiamo ai nostri amici russi”. “La Russia è un partner strategico per l’energia, approfondiamo con le autorità russe i temi delle infrastrutture energetiche e la possibilità di associare imprese italiane e colossi russi”, tipo l’accordo Gazprom-Edison-Depa (greca) per importare gas russo col Turk Stream-Poseidon “fondamentale per un’energia a prezzi competitivi”. Nessuno sospettava che, sotto la grisaglia ministeriale, il bombarolo della Ztl calzasse la muta da uomo-rana e la cintura coi candelotti di tritolo, pronto a far saltare alla prima occasione i gasdotti appena siglati. Se qualcuno lo vedesse aggirarsi per i Parioli vestito da palombaro, è pregato di avvertire la neurodeliri più vicina, prima che si faccia del male da solo.

martedì 21 aprile 2026

dio Utile

 



Mi raccomando Anto'!

 



Cattiveria

 



Ellekappa

 



Analisi patronale

 

Da Marina a Salis a Craxi il padronato si fa donna 


di Daniela Ranieri 

La stampa italiana, sempre in cerca di donne che governino come o peggio degli uomini in vista dell’imminente débâcle della Meloni (una “fuoriclasse”, “avercene”, nel 2022), è divisa in tre come la Gallia di Cesare. Sono tre, infatti, le donne che vellicano gli appetiti del blocco borghese.

Una è Marina Berlusconi, che ha acquisito dall’albero genealogico l’inevitabile fascino nero, ma è riuscita a conquistare la prima pagina di Repubblica (per sponsorizzare il Sì dal referendum di Nordio). Neo-cavaliera del Lavoro per evidenti meriti (aver ereditato un impero costruito con la frode, l’inganno, la corruzione), proprietaria col fratello Pier Silvio di un semi-monopolio editorial-finanziario-televisivo e del non-partito Forza Italia, Marina porterebbe in dote, più che un amore per l’Italia che non sembra nutrire (peraltro ricambiata), una tanica di liberalissimi diritti civili. Marina è quasi Lgbtq (proprio lei, la figlia di quello per cui “è meglio essere appassionati di belle ragazze che gay”) e paladina dei diritti delle donne, dei quali si è erta a difesa biasimando un puntuale articolo di Pino Corrias in quanto “misogino” (sempre lei, la figlia del raccontatore compulsivo di barzellette sporche a tema “culo”, “tette” e “fica”, colui che disse a Rosy Bindi: “Lei è sempre più bella che intelligente”). Una sua discesa in campo sarebbe salutata con favore, oltre che dalle banche, da quel sistema estremista di centro che ha pompato personaggi come Passera, Cottarelli, Calenda, Ruffini etc.; vedrete che ci sarà chi, dopo aver retto bordone alla Meloni per 4 anni, vorrà spiegarci che è pur meglio una liberale che una post-fascista. Ricordiamo che il babbo a un certo punto è stato “un argine ai populisti”.

Un’altra è Stefania Craxi, rivalutata come possibile Merkel da quando è stata nominata capogruppo di FI al Senato al posto di Gasparri (era meglio anche niente, piuttosto che Gasparri), intervistatissima sui rapporti tra Italia e Usa, come se dall’episodio di Sigonella di cui fu protagonista il padre lei avesse tratto per osmosi schiena dritta e pugno di ferro. Dopo che al babbo sono stati dedicati libri, film, spettacoli teatrali e strade per eternare il contributo che egli ha dato al progresso etico del Paese, sarebbe ora di restituire qualcosa agli eredi Craxi, ai quali nel 2021 la Cassazione ha intimato di pagare allo Stato oltre 10 miliardi di lire delle tasse evase dal papà nascondendo fondi illeciti in conti svizzeri. “Non abbiamo ereditato nulla, nulla c’era da ereditare, se non i valori e le idee”, ha detto Stefania, quindi nisba: ci ripagherà in valori invece che in miliardi di lire (e dove approda naturaliter un politico coi valori? In Forza Italia, ovvio).

La terza donna scatena la stampa marpiona: è Silvia Salis, sindaca di Genova. Salis è il segno che il virus renziano ha fatto il salto di specie, o meglio di genere, incubandosi in questo modello aggiornato e con cromosomi XX del vecchio prodotto di punta del neoliberismo. Dovrà avere lo stesso ruolo che aveva Renzi: triturare lo Stato sociale con sorrisi e fresco entusiasmo. Salis è la continuazione di Renzi con altri mezzi, ma non è un clone 1:1 del prototipo: laddove l’eloquio di Renzi gronda di retorica, celie, minacce, quello di Salis è basic, levigato e light come il pensile di una cucina Ikea; mai un guizzo, mai un’asperità che possa impensierire gli elettori (e giammai gli intervistatori, che tornano da un colloquio con lei risanati come dopo un’ora di spa in un centro termale); anche quando fa cose di sinistra, come cantare in piazza Bella ciao, sembra Chiara Ferragni quando pubblicizzava gli Uffizi. Il Foglio si porta avanti quale organo ufficiale di un partito-startup guidato da lei, pop in superficie e conservatore in sostanza, chiamandola “la Nilde Iotti con giacca Armani”. Lei seleziona il suo elettorato: giovani (perciò il concerto techno “gratis” a Genova, in realtà uno spottone elettorale costato 140mila euro pubblici); anziani del Pd spaventati dai “comunisti” à la Schlein (sì, buonanotte), ma non tanto da votare FI; “riformisti”, cioè renziani dormienti, pronti a usare la ex martellista olimpica per tornare ai piani alti delle Istituzioni. Lo fa pubblicando una foto in cui appare in poltrona a piedi nudi; in bella vista, un paio di scarpe da 1.300 euro, lo stipendio medio di un insegnante, di un operatore sanitario, di un metalmeccanico. Perché non farne la nuova madonnina di un Pd pastorizzato e innocuo, archiviate la botticelliana Madia e la giaguara Boschi? Schlein, dicono i giornali, ha “sbilanciato il Pd a sinistra”; in realtà aprirebbe le porte delle primarie e del governo al M5S, cosa da evitare assolutamente. Dopotutto, il blocco borghese è di bocca buona: ha provato a rivenderci come candidata di centrosinistra pure Letizia Moratti, arruolata a Milano da quei grandi statisti di Renzi e Calenda.