martedì 22 settembre 2026

L'Amaca

 

Contare i burqa o fare politica?


DI MICHELE SERRA


Ma quante ragazze, o bambine, frequentano le scuole pubbliche italiane

indossando il burqa? Sarebbe una domanda importante da porsi per dare

una dimensione concreta, non propagandistica, al problema

"integrazione e rispetto delle leggi italiane". Problema di rilievo, sia ben

chiaro. Ma nei comizi non è uso affrontare i problemi, è più facile e più

comodo sparare slogan per arraffare l'applauso.

Sempre per dare una dimensione concreta, leggibile, affrontabile al

problema dell'integrazione: quanti corsi di italiano per immigrati hanno

messo in campo fino a qui i governi, compresi i governi regionali? Quali e

quante sono le risorse investite, le vie praticate, le buone idee per

passare dall'accoglienza all'integrazione, che sono due cose distinte, e

ben diverse? Esistono politiche di integrazione (culturale, sociale,

abitativa) degne di questo nome, oppure tutto è affidato al caso o alla

buona volontà o al volontariato civico?

Se esistesse un censimento dei corsi di italiano per immigrati, e più in


generale degli sforzi per favorirne l'inclusione nella vita sociale, sono

sicuro che le istituzioni brillerebbero per assenza. Terzo settore e

volontariato ci mettono una pezza, per il poco che possono. E ci dica,

presidente Meloni, e lo comunichi anche alla sua claque: per migliorare

lo stato delle cose, ovvero per fare politica e non propaganda, conta di

più vietare i burqa (quali? quanti?) nelle scuole o mettere in piedi

percorsi chiari, e non facoltativi, di informazione e di formazione, di

inclusione e di cittadinanza, favorendo chi partecipa a scapito di chi

rifiuta? O sono solo braccia da sfruttare e non nuovi cittadini da

integrare, gli immigrati?


Preparativi

 



Sconforto

 



Natangelo

 



Con parole sue, le mie...

 

Zoro contro Virginia: opinionista de Roma che pare Mark Rutte


di Andrea Scanzi 

Le critiche piovute addosso a Virginia Libero, leader dei giovani dem, sono particolarmente sintomatiche. Alla festa nazionale del Pd a Reggio Emilia, Libero non ha fatto altro che tradurre in comizio politico l’ossatura di quel capolavoro che è Il disertore di Boris Vian, messo in musica anche da Ivano Fossati: un testo irrinunciabile contro ogni guerra.

Apriti cielo: l’hanno massacrata. Lungi dal santificarla anzitempo, perché la storia del Pd è piena di aspiranti leader nati incendiari e finiti pompieri (si pensi anche solo a Debora Serracchiani), le critiche a Libero sono puntualmente arrivate da persone riconducibili a quella fatiscente e mitologica galassia di “riformisti dem”, tutta gente senza arte né parte (men che meno voti) che fa più danni della grandine. Renziani, calendiani e altri demoni. È naturale che a criticare in prima fila Libero ci sia Giorgio Gori: nulla di più scontato. Ed è naturale pure l’imbarazzo di Elly Schlein, che verosimilmente ha rivisto in Virginia ciò che un tempo era e che ancora vorrebbe incarnare, ma che non può più essere pienamente in qualità di leader di un partito con 180mila correnti. Virginia ha quindi avuto la colpa di dire apertamente ciò che Elly pensa in cuor suo: una colpa gravissima.

In questa galassia di scontenti, arrabbiati e imbarazzati, colpisce – ma non stupisce – che figuri anche Diego Bianchi, alias Zoro. Bianchi è un caso emblematico di tutto quel mondo che gravita attorno al Pd. Ottimo professionista, conduce un bel programma con ospiti notevoli, buonissima musica e qualche momento televisivamente efficace. Lo schema è sempre quello del “salotto buono alla Fazio”, con tutti i pregi e difetti che ne conseguono, ma in ogni caso “ad averne” di Propaganda Live. Zoro è anche un personaggio televisivo discretamente permaloso e vendicativo, e dunque occorre stare molto attenti nel criticarlo, ancor più se da sinistra, perché è uno di quegli intoccabili cari al “piddismo salottiero” che piace alla gente che piace. Corro il rischio di ulteriori fatwa e garbatamente espongo le mie perplessità. I suoi punti deboli sono due. Il primo è quello di ostinarsi a parlare romanesco stretto, tipo “Er Monnezza”, come se fosse un vanto ostentare il dialetto e fregarsene della lingua italiana. Ma perché? È La7, mica TeleAbbacchio. Il secondo problema – che però per lui è un pregio – è quello di essere in tutto e per tutto il classico piddino ostinatamente avverso a tutto ciò che è – o sembra – sinistra radicale, peggio ancora grillismo. Chi lo ha ascoltato giovedì scorso a Otto e 1/2 ne ha avuto conferma. Dialogando proprio con Virginia Libero, ha tenuto una posizione così guerrafondaia e filo-Von der Leyen che, ad ascoltarlo, pareva Mark Rutte. Il web, che lui ben conosce, si è spaccato – o meglio, neanche tanto: lo hanno applaudito giusto renziani, calendiani e i quattro lettori in croce del Foglio. Una gogna che non augureremmo a nessuno. Tutti gli altri lo hanno demolito, soprattutto da sinistra. Praticamente un trionfo.

Zoro è il classico sostenitore Pd il cui approccio, in estrema sintesi, si riassume nella seguente frase: “Sì, okay, Renzi è un po’ antipatico, ma resta il miglior leader di tutti, ed è l’unico che sa fare politica”. È ovviamente anche la posizione di molti dirigenti del Partito democratico: “Torniamo con Renzi, non fidiamoci di Fratoianni, non fidiamoci di Conte, non fidiamoci di questi sedicenti pacifisti in realtà putiniani”. Le stesse parole dei Parsi (ma senza la stessa competenza), dei Calenda, dei Molinari, dei Casini, dei Fassino, delle Quartapelle. Che bella compagnia, Diego! Forse anche Zoro è un ex incendiario diventato pompiere: non sarebbe il primo e men che meno l’ultimo. Di sicuro, essendo una persona intelligente (convinta d’esser pure urticante), se si fermasse a riflettere e prendesse atto che spesso ad ascoltarlo pare un Cerasa minore, forse qualche domanda gli verrebbe voglia di porsela.

Chiaro e lampante

 

Come se ne esce


di Marco Travaglio 

Riusciranno i nostri eroi del fronte progressista a trovare un accordo sui due punti del programma che più dividono il Pd da una parte e M5S e Avs dall’altra, cioè il riarmo europeo e le armi all’Ucraina? Per saperlo, bisognerebbe conoscere i programmi dei tre partiti, mentre ne è noto soltanto uno: quello del M5S, che l’ha appena approvato con i suoi iscritti dopo mesi di proposte dal basso. Ed è un No secco sia al riarmo Ue da 800 miliardi a debito (solo in parte sovrapponibile al 5% del Pil per la Nato), sia all’invio di altre armi a Kiev. Di Avs si sa che finora ha votato No su entrambi i punti. Del Pd, come sempre, non si sa nulla: c’è chi è per il Sì a tutt’e due le cose, chi per il Ni, chi per il Sì alla prima e il No alla seconda, chi viceversa. Dipende da chi risponde: la segretaria Elly Schlein ha una linea, la leader dei giovani Virginia Libero un’altra, la destra interna un’altra ancora ecc.: gli eurodeputati si dividono regolarmente e riescono quasi sempre a votare all’opposto dei parlamentari italiani. Quindi sono le varie tribù del Pd che devono mettersi d’accordo, prima di portare una proposta unitaria – possibilmente comprensibile, senza supercazzole – al tavolo del programma con gli alleati. E a oggi non si sa né se né in quale sede ciò avverrà, né tantomeno cosa uscirà dal cilindro magico.

Siccome però il tempo stringe, è molto meglio sciogliere subito il nodo dei nodi. Come? Affidando alla base degli elettori progressisti la scelta che paralizza i vertici. Dove? Nelle primarie aperte per il candidato premier. Conte dirà che, se sarà lui, cancellerà i piani di riarmo e smetterà di armare Kiev per non ritardare ancora il negoziato. Schlein dirà che ridurrà un pochino il riarmo e continuerà ad armicchiare Kiev, ma intanto si batterà per la famosa “pace giusta”. Il candidato della destra dem, tipo Gori o un altro dei famosi “riformisti” (che poi sono 7 in tutto), dirà che bisogna confermare il riarmo e seguitare ad armare Kiev fino alla vittoria contro la Russia, cioè fino all’ultimo ucraino. Altre eventuali figure di centro o di sinistra copriranno le altre posizioni del Kamasutra. Poi gli elettori voteranno, decidendo una volta per tutte sia il candidato premier sia la linea su queste questioni che non sono due fra le tante, ma “le” questioni fondamentali e dirimenti. Poi si potrà completare il programma su tutto il resto: sanità, lavoro, giustizia, scuola, cultura, tasse, investimenti, sicurezza. Tutti temi molto meno divisivi, ma soprattutto inutili se vincerà un candidato riarmista e bellicista. Perché, se i progressisti si impegneranno a spendere decine di miliardi per le armi all’Italia e pure all’Ucraina, non solo non saranno alternativi alla Meloni: saranno come lei. Ma per le urgenze degli italiani non avranno neppure un euro da spendere.

lunedì 21 settembre 2026

Tirata di somme

 


Ricapitoliamo per onorare la verità:

C'è un leader di opposizione, vituperato oltremodo da poteri forti - pennivendoli - balordi in cravatta, che ha ascoltato la base, sembra strano ma è così, e ha preso spunto dalle decisioni democratiche, parola oramai desueta, per annunciare i punti saldi del programma del Movimento 5 Stelle.

Giuseppe Conte, da tanti ridicolizzato solo perché vorrebbe scalfire ed abbattere l'attuale sistema consociativo composto da fregnacce per mantenere al potere i soliti noti, che portò all'Italia in dote 209 miliardi di PNRR, bene questo signore ha presentato i futuri punti del programma:

  • Stop alle armi all'Ucraina. Con le armi non si costruisce la pace. 
  • Il primato del diritto internazionale (A Taja' scansate!)
  • No al riarmo 
  • Stracciare gli accordi con Israele 
  • Annullamento di tutte le leggi bavaglio fatte dal Governo Meloni 
  • Tasse sugli extraprofitti 
  • Pene certe per corruzione 
  • Lotta ai conflitti di interesse (ancora oggi gli eredi del Puttaniere conservano il 30% di una banca e possiedono un partito politico ove pullulano condannati) 
Ora al di là di tutto è sacrosanto credere che con questi punti chiari molti che non votavano mai, soprattutto giovani, torneranno a votare, e stiamo parlando di un 15% - 20% 

Dall'altra parte molti schiferanno queste proposte e nella fattispecie 

  • Gran parte degli analfabeti funzionali (30% in Italia) affascinati dal forte di turno, quel generale in pensione che per disprezzo non nomino neppure. 
  • I lavoratori di Berretta e Leonardo 
  • Tutti coloro a cui piace tanto la pacchia attuale, fatta di evasione e di amici degli amici 
  • Tutti coloro che si abbeverano al nero perdi sempre, in ogni ambito della cosiddetta cultura - ciao core! - e in particolare: giornalisti peripatetici, starlette sul dirupo dell'anonimato, ciarlatani alla caccia del gettone di presenza in programmi mostruosi annebbianti la ragione. 
Il nostro Paese è da troppi anni preda dei cosiddetti poteri forti, in grado di affossare il sistema sanitario nazionale a scapito degli interessi di Ucci-Ucci grande assenteista parlamentare e proprietario di carta igienica definita da pochi "giornali", e la sofferenza si tocca con mano, checché ne dica la ciociara attualmente impegnata ad inseguire quell'ex generale in pensione che nuovamente non nomino, per disprezzo. 

E grazie al...

 



Non capisco le ragioni!

 


domenica 20 settembre 2026

Precisazione celeste

 



Cattiveria

 



L'Amaca

 

I colori della cronaca


DI MICHELE SERRA


Se vivessimo nel famoso "paese normale", nessuno si chiederebbe dove è

nato il ragazzino che ha accoltellato la prof a Roma, e di che colore è la

sua pelle. E nessuno si chiederebbe dove è nato il ragazzino che l'ha

soccorsa, e di che colore è la sua pelle. Staremmo discutendo di ragazzini

e basta; della loro fragilità e della loro esposizione alla violenza, che i

social trasmettono come i ratti e le pulci la peste; e della loro capacità di

empatia, per aiutare una vittima e neutralizzare un aggressore.

Invece ci tocca la classificazione etnica dei protagonisti, è il bianco

indigeno che ha offeso, è il nero importato che ha difeso; e in aggiunta ci

tocca la mesta analisi delle idee della prof, che ama Almirante e di

conseguenza "difende la razza", è a favore della remigrazione che è un

poco come essere a favore del ritorno del dentifricio nel tubetto, ma si sa

che tra l'ideologia e l'intelligenza non sempre c'è un nesso. Cosa che non

la rende meno vittima, quella prof, e meno degna di soccorso e di

solidarietà: ma oramai il quadro è avvelenato, niente è più leggibile per

come la realtà lo ha scritto, anni e anni di schifoso razzismo e di

disperato, affannato antirazzismo hanno trasfigurato le parole e gli

sguardi.

A parti invertite (il nero che assale, il bianco che difende) la storia

sarebbe diventata una bandiera per l'oscena propaganda razzista, che ha

piantato le tende, da anni, nelle prime pagine dei giornali di destra. La

sola risposta intelligente e civile sarebbe ignorare totalmente quel

criterio di giudizio. Non invertirlo: proprio ignorarlo. Non approfittare

del fatto che è stato il bianco a violare e il nero a proteggere. Mi chiedo se

ci siano ancora margini per farlo, e temo di no. La lettura cromatica degli

episodi di cronaca è di per se stessa una vittoria del razzismo.


Tragico a sapersi

 

La misura più grande e le dannate della 44


di Paola Zanca 

Eravamo convinte – povere illuse – che i didietro delle Kardashian e la loro booty routine, le curvy in passerella, i grandi marchi che mettevano al bando la taglia 38 avessero in qualche modo archiviato, perfino con eccessiva rivalsa, l’infimo culto della magrezza con cui sono cresciute le generazioni degli anni Novanta. O meglio: l’idea di corpo conforme è rimasta la stessa – ci mancherebbe avessero tutti la stessa dignità! – ma pensavamo non fosse più eticamente accettabile, neanche dal punto di vista commerciale, alcuna strizzata d’occhio a modelli estetici dallo standard filiforme.

Invece scopriamo che la taglia massima nei marchi di moda per ragazze è ufficialmente il corrispettivo di una 44, per quanto in versione “junior”. Significa, per chi non avesse dimestichezza con le misure, che una corporatura media, “robusta” si sarebbe detto una volta, è il massimo tollerato da questi marchi che spopolano tra le ragazzine. Tradotto ancora, vuol dire che una adolescente di quel peso, se dovesse cercare sugli scaffali del negozio un paio di jeans più grandi si sentirebbe rispondere dalla commessa: “Questa è la misura più grande che esiste”. Oltre la tenda di quel camerino, l’abominio, la fine del mondo, il fuori-mercato. E tu, teenager che hai osato superare i cinquanta chili.

La domanda è: perché lo fanno? Lo chiediamo a Suite Benedict, a Subdued, ai manager dell’abbigliamento adolescenziale. È difficile pensare che sia una questione di soldi: quelli che fanno fatica a infilarsi nei vostri jeans sono corpi assolutamente usuali, di quelli che incrociamo regolarmente ogni giorno per strada. Non è una nicchia di mercato, quella che hanno lasciato fuori. Non è l’obesità infantile che avanza, non è il segmento che presunti brand illuminati hanno accuratamente sezionato nei reparti “taglie forti”. Qui il messaggio è: il nostro stile è solo per chi se lo può permettere. Però almeno fatevi due conti, non vi conviene lasciarne fuori così tante: mettetevi una mano sul portafogli, che alla coscienza ci pensano le ragazze.

A lezione

 

I partigiani non c’entrano


di Marco Travaglio 

Chi passa il tempo a insultare il Fatto, i 5Stelle, Avs, Virginia Libero e gli altri rari oppositori al Partito della Guerra sta riesumando il paragone con la nostra Resistenza. Che però fa acqua da tutte le parti.

1. I partigiani italiani combattevano per liberare l’Italia, così come gli ucraini combattono per liberare l’Ucraina. E nessuno nega il diritto-dovere dei popoli all’autodifesa. Ma qui si discute del diritto degli ucraini a farlo con armi italiane e del dovere dell’Italia di fornirgliele: diritto e dovere che non esistono, perché l’Italia fa parte di due alleanze (Ue e Nato) e l’Ucraina no. L’Italia, al di fuori delle alleanze, “ripudia la guerra come strumento di offesa ad altri popoli” (incluso quello russo) e “strumento di risoluzione delle controversie internazionali” (come quella fra Mosca e Kiev, che va risolta con negoziati, o comunque non con le nostre armi).

2. I partigiani italiani si armarono da sé, con gli arsenali abbandonati dall’esercito in rotta, poi furono armati poco e male dagl’inglesi. Salvarono l’onore all’Italia che, schierata coi nazisti, aveva perso la guerra e ribaltato l’alleanza. Ma il loro peso militare sarebbe stato trascurabile senza le truppe anglo-americane in casa e quelle sovietiche a Est, già coinvolte nella guerra mondiale in un equilibrio di forze che rendeva possibile la vittoria. Gli ucraini combattono senza truppe alleate, per la cinica scelta Usa-Nato di spingerli a una guerra per procura alla Russia in inferiorità numerica e di armarli per far morire solo loro. Allungare il conflitto locale per ritardare i compromessi che tutti sanno essere inevitabili rischia di allargarlo fino a un’altra guerra mondiale.

3. In Ucraina, dopo l’invasione, c’era anche una resistenza di popolo, ma ora Zelensky fatica financo ad arruolare le truppe.

4. Se nel 1943-’45 si fosse chiesto agli italiani sotto occupazione tedesca con chi volevano stare, la risposta prevalente sarebbe stata “contro i nazifascisti”. Se oggi lo si chiedesse agli ucraini delle regioni russofone occupate, siamo sicuri che risponderebbero “con Kiev e contro i russi”?

5. La seconda guerra mondiale esplose perché Hitler voleva annettersi l’Europa. Putin non è Hitler e la guerra in Ucraina scoppiò nel 2014 dopo Maidan, per colpa sia della Russia sia della Nato.

6.Il mondo di oggi non è paragonabile a quello di 85 anni fa: proprio la Seconda guerra mondiale, col suo epilogo atomico, indusse gli europei che l’avevano vinta a far di tutto per scongiurare la terza, che col nucleare avrebbe estinto l’umanità. Perciò in Europa nacque la cooperazione comunitaria. E in Italia la Costituzione che “ripudia la guerra”. Anime belle del pacifismo? No, partigiani e partigiane come Teresa Mattei, che avevano appena deposto le armi. E giuravano: “Mai più”.

sabato 19 settembre 2026

Stop pagliacciate

 


Confortino

 



Beh però il bollo non si paga…

Commozione

 



Con ammirazione

 


Rendo onore ad un grande avversario dei tempi andati, Sandro Mazzola, scomparso ieri ad 84 anni. 

Sandrino era un anticipo del calcio attuale, perché era veloce, velocissimo, sapeva "serpentinare" come pochi i birilli avversari. 

Mai polemico, mai sopra le righe, ha saputo tramutare il dolore della scomparsa del papà Valentino del Grande Toro in una carriera luminosa, costellata di trofei e di imprese sportive che rimarranno nel cuore di molti. 

Lo scellerato Valcareggi inventò la famigerata staffetta ai tempi della finale del Messico, alternandolo con Gianni, mentre se avessero giocato insieme probabilmente avremmo potuto dar più filo da torcere al Brasile di Sua Maestà Pelè. 

Continua a "serpentiggiare" anche lassù Baffo. E buon viaggio! 

Festeggiamenti

 



Lollo

 

Dal popolo all’élite: Lollo imborghesito loda i conti in ordine e lo spread basso


di Daniela Ranieri 

Poveraccio, il ministro Lollobrigida, intervistato dal Corriere per festeggiare la trovata elettorale della sua ex cognata di “abolire” (in realtà sospendere per un anno) il bollo dell’auto, e infilatosi da solo sul finale dentro un cul-de-sac ideologico che vale come un atto di fallimento (o liquidazione giudiziale) del governo in cui presta diciamo servizio.

Alla domanda se sia preoccupato del calo elettorale di Lega e FI, Lollo risponde: “Le prossime elezioni saranno un confronto tra due idee di Italia: la prima è stabile, ha abbassato lo spread, ha tenuto i conti in ordine e si è fatta valere all’estero. L’altra è una somma di partiti senza ancora nemmeno un leader”. Non gli viene in mente proprio nessun’altra medaglia da appuntarsi al petto, a Lollo, ministro di punta del primo governo dei post-fascisti, a parte conti in regola (vabbè: rapporto deficit-Pil sopra il 3%; debito pubblico tra i più elevati dell’Eurozona; crescita ferma e salari bassi) e spread sotto controllo.

Dal sacrario di Affile dedicato al gerarca fascista e criminale di guerra Rodolfo Graziani, alla cui inaugurazione un giulivo Lollo partecipò in quanto assessore della Regione Lazio, ne è passata di acqua sotto i ponti!

Nei suoi discorsi, Mussolini si scagliava spesso contro la borghesia, intesa come categoria cultural-finanziaria posta a difesa della consuetudine, contrapposta al futurismo nuovista e fracassone del fascismo; sprezzante verso gli avversari, Mussolini ostentava sarcasmo, capacità di nuocere e manie di grandezza, avendo la romanità come mito (privo di IA, doveva lavorare di fantasia, facendo credere al popolo che i Romani avrebbero apprezzato come un valoroso guerriero uno con le sue mediocri doti fisiche). Poi, vabbè, anche Mussolini parlava di difesa della famiglia e del pericolo di invasione (non del “nero”, ma del “giallo”, anche se il nero esponeva al meticciato nelle colonie). Anche lui, come i ragazzi del Colle Oppio, tra cui Giorgia e Lollo, elogiava “il senso della virilità, della potenza e della conquista” (Gadda lo chiamava “fabulatore ed ejettatore di scemenze”), ma mai nella vita avrebbe elogiato i feticci dei nuovi borghesi: conti in ordine e spread basso.

Chi glielo va a dire, sulla tomba di Predappio, che i suoi eredi – che hanno preso i voti presentandosi come testa d’ariete per scalzare le élite finanziarie sovranazionali – ora si vantano di piacere alla borghesia?

Aggirano la Costituzione!

 

Crosetto cerca rogne 


di Marco Travaglio 

Ieri, a causa dell’attacco degli Houthi yemeniti che l’ha centrato in pieno, abbiamo scoperto che l’Italia ha (o aveva) un caccia Eurofighter nella base saudita di Tàif, dove schieriamo la task force Air-Arabiacon 400 militari. Lì, ad agosto, grazie a uno scoop del Giornale, scoprimmo di avere altre decine di militari: una porzione di un’altra task force, la Land, formata da almeno 260 uomini fra Arabia, Bahrein ed Emirati con una batteria missilistica Samp/T, due radar Kronos e una batteria di cannoni Skynex. Cosa ci facciano ancora lì le due task force non è dato sapere, visto che da Tàif i sauditi bombardano lo Yemen e dalle altre basi gli Usa e le satrapie sunnite bombardano l’Iran. Il che rende i nostri 700 soldati bersagli legittimi delle rappresaglie di Teheran, delle milizie sciite irachene e degli Houthi che controllano il Nord dello Yemen e hanno appena conquistato lo Stretto di Bab el-Mandeb nel Mar Rosso. In agosto Crosetto, alle opposizioni che chiedevano al governo di riferire in Parlamento, rispose che era tutto noto e normale: i nostri militari sono nel Golfo dal 2014 per la missione Inherent Resolvecontro l’Isis. Ma non c’è nulla di noto o normale dopo che il 28 febbraio Usa e Israele aggredirono l’Iran e il nostro governo dovette trasferire in tutta fretta i militari nelle retrovie saudite per metterli in salvo. Peccato che non lo siano neppure lì, con la vittoria travolgente degli Houthi e l’entrata in gioco – al fianco loro e dell’Iran – delle milizie sciite irachene (inquadrate nell’esercito regolare di Baghdad).

La Meloni e Crosetto possono arrampicarsi sugli specchi finché vogliono, come già fecero quando Rutte svelò che 500 aerei Usa erano decollati dalle basi americane in Italia per la guerra nel Golfo. Ma non possono dire che le due task force abbiano qualcosa a che fare con la missione anti-Isis del 2014. Invece hanno molto a che fare con la guerra illegale di Usa e Israele all’Iran, che la Meloni disse di “non condividere né condannare”. E allora perché vi partecipa, con una cobelligeranza tanto occulta quanto evidente? E chi l’ha autorizzata, visto che il Parlamento è all’oscuro di tutto? Lo stesso vale per Crosetto che vuole inviare navi militari nel Mar Rosso per scortare i mercantili italiani nello stretto contro gli Houthi. Ma questi finora hanno garantito il passaggio di tutte le navi, escluse quelle saudite, ma incluse quelle occidentali e persino quelle Usa (infatti Trump sta lasciando solo Bin Salman contro gli Houthi). Perché mai allora i nostri sovranisti della mutua tengono in zona di guerra 700 uomini e vogliono inviarvi financo la Marina militare: per esporre soldati e navi alle rappresaglie sciite? Quando ce ne andremo di lì, sarà sempre troppo tardi. A proposito: com’era quella dell’aggressore e dell’aggredito?

venerdì 18 settembre 2026

Sì è sparsa la voce!

 


Trovato!

 

Quando cerchi qualcosa per visualizzare il concetto "servi del potere"...






L'Amaca

 

Più imprevedibile della macchina


DI MICHELE SERRA


Si parla tanto di IA, ma la vera incognita è l'essere umano. Nel bene e nel

male, non è mai facile capire che cosa passa per la testa di questi bipedi

molto evoluti, e al tempo stesso soggetti alle più rudimentali pulsioni.

Esempio. Si è fatto notare, con giustificato scandalo, che Trump ha

sistemato persone di sua fiducia nelle istituzioni indipendenti. Lo ha

fatto perché gli sfugge il concetto stesso di indipendenza: ovvero il

concetto di Stato, cioè di una entità super partes, al di sopra delle

contingenze politiche immediate. Per questo gli è sembrato del tutto

normale considerare la massima autorità giudiziaria, la Corte Suprema, e

la massima autorità finanziaria pubblica, la Fed, come sue controllate. Ha

manomesso la Corte Suprema, alterando il tradizionale equilibrio tra

giudici repubblicani e democratici, e ha cercato di mettere sotto

controllo la banca centrale mettendo alla guida qualcuno di cui si fidava.

Non gli è andata benissimo. La Corte Suprema ha recentemente bocciato

i tentativi della Casa Bianca di manomissione della legge elettorale (voto

per posta). E la banca centrale, all'unanimità (anche con il voto del nuovo

presidente Warsh, considerato trumpiano), prendendo atto dell'aumento

dell'inflazione causato dalla stolta guerra all'Iran, ha alzato il tasso di

interesse, dopo tre anni, contrariando assai il presidente.

Al netto di ogni altra complessa ragione di carattere economico e

giuridico, questo significa che entrambe le istituzioni hanno agito

secondo quelli che ritenevano gli interessi del Paese e non per fedeltà a

un capo. È una buona notizia: a vantaggio dell'idea che libertà e

coscienza siano fattori che determinano le scelte umane almeno quanto

l'opportunismo e il servilismo. È una lotta aperta. Non persa in partenza.


E sia festa!

 



Speranza

 



Cattiveria

 



Ellekappa

 



Natangelo

 





L'attacco

 

L’incoerente coerente 


di Marco Travaglio 

Per sapere cosa farà domani la Meloni, basta ribaltare di 180 gradi ciò che diceva ieri: se era no, sarà sì; se era mai, sarà sempre; e viceversa. Abolire il bollo auto era roba “da Cetto La Qualunque” e “da venditori di pentole”: quindi l’ha abolito (anzi, sospeso per l’anno delle elezioni). Doveva “abolire le accise”: quindi le ha tenute. Voleva “una legge elettorale con le preferenze”: quindi l’ha fatta coi capilista bloccati. Gridava al golpe e s’appellava al Colle quando Renzi e Gentiloni imposero la fiducia sull’Italicum e il Rosatellum: quindi impone la fiducia sul Melonellum. Prometteva “l’elezione diretta del capo dello Stato”: quindi ha proposto quella del premier (e ha fallito pure lì). Voleva “abolire le Regioni”: quindi aumenta i loro poteri con l’Autonomia. Il Superbonus andava “tutelato” e “ampliato”: quindi l’ha cancellato. Annunciava che “la stagione dei bonus è finita”: quindi ne ha fatti una ventina. Le sanzioni alla Russia erano “follia”: quindi le ha moltiplicate. Condannava Israele per le stragi a Gaza e chiedeva “2 popoli in 2 Stati”: quindi non condanna lo sterminio a Gaza e si astiene sullo Stato palestinese. Prometteva “blocco navale e hotspot in Africa”: quindi ha aperto due Cpr (vuoti) in Albania. Annunciava “la caccia agli scafisti in tutto l’orbe terracqueo”: quindi ha liberato il loro capo Almasri sul volo di Stato. Giurava di non governare “mai con la sinistra”: quindi governa in Ue con i socialisti. Diceva “basta austerità e patti di stabilità”: quindi ha firmato il nuovo Patto di stabilità.

Doveva “superare la Fornero con quota 41”: quindi l’ha lasciata, anzi peggiorata (quota 41 mai vista). Era per “ridurre la pressione fiscale”: quindi l’ha portata dal 41,2 al 43,1% del Pil. Prometteva “asili nido gratis per tutti”: quindi per nessuno. La rete Tim doveva “restare italiana”: quindi l’ha venduta al fondo americano Kkr. Accusava gli altri di “svendere Alitalia a Lufthansa”: quindi ha svenduto Ita a Lufthansa. Garantiva “simpatia a chi scenderà in piazza per contestarmi”: quindi 5 dl Sicurezza per criminalizzare chi protesta. Durante il Covid accusava Conte di “non chiudere tutto subito”: quindi lo processa in Parlamento perché chiuse quasi tutto quando serviva. Paragonava a “pagliacci” e “cartomanti” le agenzie di rating: quindi si vanta perché ora promuovono lei. Annunciava la tassa sugli extraprofitti bancari: quindi non l’ha fatta. Diceva Sì al referendum contro le trivelle in mare: quindi ha ampliato le concessioni per trivellare in Adriatico. Scommetteva “sulla vittoria militare di Kiev”: quindi dice di non averlo mai detto. Sulle spese militari Nato non voleva superare “il 2% del Pil”: quindi ha firmato per il 5%. Perché lei, a suo modo, è coerente: quando dice una cosa, è quella opposta.

giovedì 17 settembre 2026

Ah ecco!

 



Rivisitazione

 



L'Amaca

 


Essere laziali non è un reato


DI MICHELE SERRA


Non invidio i magistrati che hanno aperto un fascicolo sul caso Lazio-

Lotito-Bisignani-Masi-Il Tempo-Banca del Fucino-fu Diabolik-ultras

fascisti-fascisti ultras-Pino Insegno-Gasparri-meloniani assortiti, e

sicuramente dimentico altri protagonisti di rilievo. È una di quelle

vicende romane (dunque italiane al cubo) nelle quali l'idea stessa del

reato si stempera in un fantastico affresco di amicizie, inimicizie,

pressioni, avvertimenti, ricatti, sgambetti. Indagare su quella Roma è

come entrare nel più grande labirinto mai visto al mondo e pretendere di

trovarne l'uscita: sono sicuri, i signori inquirenti, di voler procedere?

Confesso di seguire la vicenda con ammirato stupore. Bisignani, per

esempio, tal quale Lavitola, ero convinto che avesse tratto insegnamento

dagli scampati pericoli e si fosse ritirato in convento, o avesse aperto un

negozio di cravatte e foulard con i risparmi accumulati. Ma no, è in

grande spolvero, rilascia interviste e organizza cordate, con il suo

migliore sorriso, elegantissimo. Mi sono sempre chiesto se sul biglietto da

visita dei faccendieri ci sia scritto "faccendiere". Esiste per caso un albo


professionale? Un esame di ammissione?

Tesse trame, si dice, per il futuro della Lazio, che non è esattamente

come Palazzo Chigi o Bankitalia ma insomma, è pur sempre una

istituzione cara a molti. E scrive editoriali sul prestigioso quotidiano il

Tempo, retaggio intangibile della Roma nera e papalina, da anni in

qualche difficoltà perché gli ultimi papi, questo compreso, sono tutt'altro

che neri.

È il concetto stesso di "reato" che di fronte al sorriso di Bisignani, alla

rissa pro e contro Lotito, alle curve vuote o piene a seconda degli umori e

delle scelte delle trattorie che contano, perde di significato. Reato in che

senso? Si stavano facendo solo quattro chiacchiere tra amici. Tra

l'antipasto e il primo. Che volete da noi?