sabato 24 ottobre 2026

Segui il filo

 



Ci deve essere un sistema, un’ingegnosa modalità d’approccio per rimanere saldi, fermi, granitici davanti al rotolo srotolante dell’oggi.

Me lo ripeto dall’alba: calma, mantieni la bussola. Non farti ammansire da un Cremonini che, con Amateur, si sforza di tornare normale ripudiando il successo, di apparire in fuga. Non farti invischiare nella fatica letteraria di Charlotte Casiraghi, La crepa. La moda s’aggroviglia attorno alla novità, e tutto ciò che pare nuovo è l’oggi che ci permea, la solita scala destabilizzante.

Poi leggo che il settantacinquenne a capo dell’associazione delle banche chiede: «Perché continuate a venire a cercar miliardi da noi, come se ne avessimo a sfare?». E che un presidente degli Stati Uniti si meraviglia perché i suoi avversari vorrebbero le cure accessibili a tutti. A tutti! Ciò che sembra normalità viene lavorato e presentato come anomalia: la fine di ogni principio, per chiunque abbia un minimo di buon senso.

La sanità l’abbiamo lasciata smembrare. Oggi pagare le prestazioni mediche è normale, lo abbiamo inglobato senza combattere, distratti magistralmente. C’è gente che non si cura più. Avevamo un sistema invidiato da molti, e lo hanno stravolto. Abbiamo perso, come Cuba, che lotta strenuamente ma sta per soccombere, vista la disparità delle forze.

Potrei continuare all’infinito, ma non ne ho voglia. Immoto, guardo il vuoto attorno: la fabbrica di sbadigli che tanto piace a chi teme che qualcuno s’accorga della mala vita vestita a festa. Il calendario non fa sconti. Installano le prime luminarie, il buonismo di fine anno con le sue smancerie, il tempo in cui chi crede di essere buono dà il meglio di sé.

Eppure ho una necessità: devo crescere anch’io. Non posso restare al palo, altrimenti m’ingloberanno e diverrò come loro. Loro chi? Non so chi siano, ma esistono, eccome se esistono. Vorrebbero che m’adeguassi alle loro ovvietà, e io li osservo per ridicolizzarli. Ma non mi sento meglio di loro, no. Se resisto, non è per superiorità: è l’unica arma che ho, guardare.

Ho in faretra la meraviglia: il meravigliarsi per un concetto, un incontro, un dialogo, un sogno. Potrei ancora stralunarmi come McMurphy davanti al Grande Capo che, dopo la gomma da masticare, gli dice «grazie».

Sono fortunato, triste ma fortunato. Assisto alla devastazione culturale, e sono saldo, quasi saldo. Non perché sia migliore, ma perché la rifiuto, e la avverto grazie a poteri per nulla eccezionali, che fanno parte del bagaglio dato a ognuno di noi.

E devo ringraziare, fraternamente, colui che tiene sveglio me stesso, addolorato, sconquassato, ma sveglio.

Grazie, Fëdor Dostoevskij.

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