Il linguista De Blasi: “Remigrazione, spending… Parole neutre per cose orride”
Una cosa è dire remigrazione, un’altra deportazione. Vero professor De Blasi?
Si propongono parole all’apparenza neutre, che danno un senso di normalità, di un’attività consueta, di livello quotidiano. Nulla di urticante, di estremo, di disumano.
Lei è accademico della Crusca e storico della lingua italiana.
La morfologia della nostra lingua offre innumerevoli possibilità, dispiega energie e offre disponibilità all’arredo tematico.
Remigrazione è molto più gentile anche di respingimento.
Remigrazione è l’opposto di immigrazione. Come vieni così esci. Il senso di una libera scelta, di una autostrada che corre a nord e a sud, e di questo vettore sconosciuto che attrezza la rimpatriata volontaria e pacifica.
Le parole buone per intenti cattivi. Deportazione suona male.
Respingimento suona invece come un’attività già ampiamente dispiegata ma senza troppo successo.
La premier, al tempo in cui era all’opposizione, parlava di blocco navale.
In effetti una proposta non più celebrata e che, dentro di essa, gravitava la possibilità che questo blocco fosse assistito dalla forza.
Tu sei in mare e io ti blocco.
E se non ti fermi…
…Io ti sparo. Con la remigrazione si offre un salto di qualità.
Ma anche le sigle sono cornici neutre: Cpa sta per centro di prima accoglienza, Cpr, per i luoghi dove risiedono nella provvisorietà della condizione coloro che devono essere respinti.
Le parole contano e a volte si nascondono apposta.
La prima Repubblica aveva un andamento lento. I politici usavano un linguaggio da decifrare.
Era come un giallo, leggere fino alla fine del libro per conoscere il nome dell’assassino.
Aldo Moro cosa voleva dire con quel discorso sulle “convergenze parallele”? Ecco la decifrazione, un conto alla rovescia, un modello interpretativo.
I nuovi politici vanno sul concreto.
Parlano come in un bar, in alcuni casi peggio che in un bar. L’idea vincente è che la classe dirigente si allinei linguisticamente all’ultimo della fila.
Giorgia Meloni, appena insediata, fece emanare una circolare per indicare che il suo ufficio dovesse essere sempre pronunciato e scritto al maschile.
Alla presidente nessuno ha dato conto che la lingua italiana valorizza appositamente il femminile. La morfologia ne permette l’uso appropriato. Nulla di indebito.
Dunque: la presidente Meloni.
La presidente, assolutamente sì.
L’avvocatessa.
L’avvocata meglio.
La notaia.
Abbiamo fortune grandissime e una lingua che offre il rispetto totale del genere.
Quando vogliamo farci capire poco ci rifugiamo negli anglicismi.
Spending review è stata un sollazzo per tutti coloro che hanno in mente di sviare, allungare, orientare, annebbiare la nozione di taglio della spesa.
Carlo Cottarelli ci ha costruito una carriera sulla spendig senza nemmeno mai attuarla.
Ho sentito da mio figlio che dovremmo prepararci a un lockdown elettrico. Non è meraviglioso?
L’anglicismo distrae.
Non si fa comprendere appieno ma sazia il proponente, lo dipinge come un saggio, gli assicura una certa dose di competenza e di credibilità.
L’anglicismo rimette in forma (anche se in francese fa chic: remise en forme).
Resto con il mio tradizionale ancoraggio britannico e la rinvio all’austerity, al 1973. Andare a piedi faceva brutto, ma essere immersi nell’austerity compone una cooperazione, un’attività diligente e in qualche modo articolata.
Finiamo con un must da talk show.
Il talk, appunto.
Io non l’ho interrotta
.
La normalità sarebbe di interrompere l’altro?
Oppure professore, cosa le viene in mente?
L’ho lasciata parlare.
Adesso per favore non m’interrompa.
Buona sera.
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