Tutti i decibel
che ci aspettano
DI MICHELE SERRA
Pur non disponendo di un fonometro ho avuto l'impressione che in
questa ultima settimana, con l'eccezione della cena di gala milanese, il
volume di voce della premier si sia impennato come nei primi mesi della
legislatura, quando pareva che strillare fosse una forma di autorevolezza:
strillo perché comando, comando perché strillo.
Non sono assiduo dei suoi discorsi e comizi, ma mi era sembrato, almeno
a giudicare dagli echi di telegiornale che girano per casa, che il suo
volume di voce si fosse via via assestato, e infine quasi acquietato. Non si
pretendeva l'aplomb vocale di Draghi o di Monti, sicuramente
avvantaggiati da un'abitudine istituzionale non da underdog, semmai da
overclass (decida ciascuno se si tratti di snobismo delle élite o di normale
buona educazione). Però insomma ci si poteva illudere che una volta
assuefatta alle stanze del potere, se non altro per evitare il rimbombo, la
presidente riuscisse a contenere il vigore vocale.
No. La tendenza minaccia di invertirsi. E se il timore che questo avvenga
perché si avvicinano le elezioni è fondato, c'è da aspettarsi il peggio: che i
decibel, settimana dopo settimana, le fuggano di bocca come uno sciame
in assetto da combattimento. Speriamo di essere smentiti. Per il
pochissimo che conta (non apparteniamo al suo bacino elettorale) ci
sembrerebbe un'omissione non dirle, in vista dei prossimi comizi, quelli
di piazza e quelli di palazzo: guardi che, anche se parla a un volume
normale, capiamo lo stesso quello che ci sta dicendo. Parola per parola,
comprese le pochissime pause per riprendere fiato.
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