mercoledì 9 settembre 2026

Perché non la guardo

 

L'avevo sospesa alla seconda serie, dopo aver compreso che tutti gli sceneggiatori sono sionisti. Pertanto non la guarderò, sperando in un boicottaggio generale. 


"Fauda" dopo il 7 ottobre

il peso della vendetta

sulla serie delle polemiche


DI FABIO TONACCI



Nella nuova stagione

l'attacco del 2023 è costruito solo dal punto di vista israeliano. Gli

autori: "Una scelta, siamo sionisti"

In arabo esiste una parola, tha'r, che da quasi cento anni afferra, fino a

soffocarlo, il destino di due popoli. Significa vendetta. Di più: vendetta di

sangue, il dovere di uccidere per un parente ucciso, pareggiando il torto

con un altro torto. Non funziona, non ha mai funzionato: l'equilibrio in

nome del tha'r non si raggiunge, perché sangue chiama sangue, ed è la

condanna della coazione a ripetere che non basta mai a se stessa. Con

questo concetto nella testa e nella penna, è stata scritta la tanto discussa,

e attesa, quinta stagione di Fauda, la serie israeliana di fiction che narra

le vicende, e le contraddizioni, di un'unità antiterrorismo. Nello Stato

ebraico è uscita su Netflix a maggio, in Italia ieri.


Della nuova stagione non è tanto importante la trama, che qui non si

vuole anticipare se non per sommi capi, quanto il tentativo di

elaborazione collettiva del trauma del 7 Ottobre, avvenuto quando la

sceneggiatura era già a buon punto. «Nulla di quanto avevamo già scritto

era più rilevante, abbiamo dovuto cambiare tutto», spiega Avi

Issacharoff, ideatore, produttore e sceneggiatore. Per il tema affrontato,

e per come lo ha fatto, la quinta stagione ha sollevato polemiche ancor

prima di essere mandata in onda.

Issacharoff non fa mistero di considerare quest'ultimo lavoro «la

missione più sacra» agli occhi del mondo, dichiarazione che lo ha

esposto all'accusa di fare propaganda, essendo Fauda trasmessa in 190

Paesi. Fauda si prende la responsabilità di ricostruire e mostrare, in due

degli undici episodi, ciò che il governo israeliano ha deciso di non

diffondere pubblicamente, ossia l'orrore del 7 ottobre 2023 ripreso dalle

telecamere di sorveglianza dei kibbutz e dalle GoPro che i miliziani di

Hamas indossavano durante il più grande massacro di ebrei dopo

l'Olocausto. «Ci tremavano le mani mentre scrivevamo quella parte».

Sottoponendo la sceneggiatura a una sorta di seduta psichiatrica

continua, gli autori si interrogano sul tha'r. Si chiedono, cioè, se

vendicarsi modifichi davvero la realtà o ne alimenti soltanto il ciclo

perpetuo. Operazione né semplice né banale, soprattutto a valle

dell'ecatombe di palestinesi (73 mila morti) provocata dal governo di

Netanyahu, che ha trasformato la risposta militare all'attacco terroristico

nella punizione dell'intero popolo di Gaza.

La nuova stagione di Fauda è Israele che riflette su se stesso, o almeno ci

prova. «Dopo il 7 Ottobre la vendetta è diventata molto comune, la gente

vuole vendicarsi», sono ancora le parole di Issacharoff. «Ma poi ti devi

chiedere: ok, ora che hai ottenuto la tua vendetta, sta cambiando la

realtà? Ti senti una persona migliore? Io credo che non porti da nessuna

parte».

Non è quello che pensa Eli, il personaggio che nella serie guida la

squadra antiterrorismo: si vendica, eccome. La quinta stagione è

ambientata nel 2025, si apre con lui che va fino a Marsiglia per dare la

:

caccia personalmente al miliziano che ha sterminato la sua famiglia.

Cosa che ha generato le critiche del quotidiano progressista Haaretz,

secondo cui, in questo modo, si legittima la giustizia privata.

Il flashback del 7 Ottobre occupa il settimo e l'ottavo episodio ed è una

cesura improvvisa al filo del narrato. Anticipato dal disclaimer "visione

sconsigliata a chi ha vissuto traumi", dura poco più di un'ora ed è

costruito, per dichiarata scelta degli autori, unicamente sul punto di

vista israeliano. Non trovano spazio né il contesto storico, né la

questione, politicamente bollente ora che Netanyahu è in campagna

elettorale, degli allarmi ignorati dalle autorità israeliane e i fallimenti

dell'intelligence. La finzione scenica dei personaggi si intreccia alla realtà

di ciò che fu quella mattina: i ragazzi del Nova Festival fucilati mentre

scappavano, le famiglie dei kibbutz che provarono, spesso inutilmente, a

rifugiarsi nei mamad, le stanze blindate, i rapimenti, i 1.200 morti.

«Siamo israeliani, la narrazione è israeliana, io e Avi siamo sionisti»,

ribatte l'altro sceneggiatore, Lior Raz, che interpreta il protagonista

Doron Kavillio. Non considera uno squilibrio rilevante neppure il fatto

che non sia accennata la tragedia successiva, la guerra di Gaza. «A chi ci

dice di invitare sceneggiatori palestinesi, rispondo: se i palestinesi

vogliono scrivere una serie, la scrivano, punto e basta».

Nella storia più polarizzante e divisiva dei nostri giorni, nel profondo di

una ferita ancora traboccante sangue, è impossibile trovare sintonia di

giudizio e uniformità dei commenti. Avi Issaccharoff e Lior Raz, e con

loro gli altri autori e attori, giurano però che il senso della quinta

stagione sia uno e uno solo: dimostrare come, alla fine e dopo tutto, la

vendetta, il tha'r, mai è in grado di restituire ciò che è perduto per

sempre.

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