lunedì 2 marzo 2026

Servilismo

 

Infantino story. Ascesa e tante furbate del maggiordomo Fifa


di Paolo Ziliani 

Per essere uno che il giorno dell’elezione a presidente FIFA, il 26 febbraio 2016, si presentò dicendo che dopo anni di malaffare (l’allusione era al predecessore Sepp Blatter), la più alta istituzione calcistica mondiale avrebbe iniziato a lavorare grazie a lui “in modo serio, aperto e trasparente”, la recente denuncia alla Corte Penale Internazionale piovuta sul suo capo con l’accusa di “legittimazione dell’occupazione della Palestina” per avere avallato la partecipazione a competizioni ufficiali di club israeliani insediatisi nei territori palestinesi occupati, non depone a suo favore. Parlo di Gianni Infantino, il 55enne avvocato di diritto sportivo da dieci anni numero uno del calcio mondiale, poliglotta (parla 6 lingue), cittadinanza italiana e svizzera, gran tifoso dell’Inter, il primo presidente FIFA invitato a un summit del G20 (Buenos Aires 2018), l’uomo che ha appena consegnato nelle mani di Donald Trump il Premio FIFA per la pace nel mondo; e no, non è una battuta.

Nato a Briga, figlio di emigranti italiani in Svizzera, un’infanzia di povertà alle spalle (per pagarsi l’Università a Friburgo faceva pulizie negli scompartimenti dei treni), Infantino è il Giano Bifronte del pianeta pallone. Testa pelata, sorriso a 32 denti, il bon ton fatto persona, dopo essere entrato in UEFA nel 2000 nella divisione affari legali ha saputo farsi benvolere al punto da ottenere il ruolo, perfettamente interpretato, di cerimoniere dei seguitissimi sorteggi UEFA delle coppe. Avete presente il maggiordomo Ambrogio degli spot Ferrero Rocher? Infantino era ancor più impeccabile, inappuntabile, perfetto. Non c’era una persona al mondo che nel vederlo non provasse simpatia. E tuttavia anni dopo il magazine francese “So Foot”, nel raccontarne l’irresistibile ascesa (segretario generale UEFA nel 2009, presidente FIFA nel 2016), non esitò ad accusarlo, allegoricamente parlando, di “doppia uccisione del padre”: la prima consumata scaricando il suo mentore, lo storico presidente UEFA Lennart Johansson, per favorire nel 2007 l’elezione di Michel Platini, che ricambiò il favore nominandolo segretario generale; la seconda, stando alle rivelazioni di “Football Leaks”, quando tramò ai danni dello stesso Platini che nel luglio 2015 aveva ufficializzato la sua candidatura alla presidenza FIFA. Squalificato per 8 anni — poi ridotti a 4 — dal Comitato Etico per un caso di corruzione da cui recentemente è stato prosciolto, Platini non divenne mai presidente FIFA: lo divenne invece, sgattaiolando al suo posto e sempre col sorriso a 32 denti stampato in volto, lui, Giovanni Vincenzo Infantino.

Che a dispetto di ardite e opache operazioni come l’assegnazione del Mondiale 2026 agli USA e delle spinose inchieste di cui sopra, è vivo e lotta insieme a noi. Nel 2019 è stato confermato presidente FIFA all’unanimità; nel 2023 per acclamazione. Nel frattempo, dopo aver conquistato il cuore di bin Salman, è diventato pappa e ciccia con Trump. Che abbia messo nel mirino la Casa Bianca?

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