lunedì 15 giugno 2026

Ci stiamo specializzando!

 

Tangenti mimetizzate e magistrati con le armi spuntate: così l’Italia “legalizza” la corruzione 


di Vincenzo Bisbiglia e Marco Grasso 

Gli intrecci nel porto di Genova. Venezia svenduta ai privati. La ‘ndrangheta nei cantieri torinesi. La nuova terra dei fuochi toscana. Gli appalti romani sulla cybersicurezza. C’è un filo conduttore che tiene insieme tante inchieste italiane, che spesso invadono per qualche giorno le cronache nazionali, per poi morire lentamente su quelle locali. La corruzione contemporanea non passa più attraverso le mazzette. Si mimetizza con scambi e triangolazioni di favori, viene mascherata con consulenze, erogazioni liberali o incarichi, fatturata e giustificata. È difficile da comprendere, prima ancora che da provare. L’epicentro non sono quasi più i partiti, indeboliti dai tagli al finanziamento pubblico, ma singoli uomini politici, sempre più simili a lobbisti. Ma c’è un altro cambiamento epocale, che racconta un’Italia molto diversa da quella di Mani Pulite: la lotta ai reati contro la pubblica amministrazione è appesa al filo di una giurisprudenza (la cosiddetta “corruzione funzionale”), mentre il governo smonta leggi e reati, i pm sono costretti a combattere con armi sempre più spuntate un fenomeno via via più rarefatto. Le ipotesi corruttive evaporano nella grande zona grigia del conflitto di interessi.

È questo il contesto che proviamo a raccontare nel libro “La repubblica delle mazzette”: la corruzione senza più tangenti, le tangenti senza più partiti, la magistratura senza più strumenti. È un viaggio che tocca tante città, un atlante che messo insieme assomiglia a una Tangentopoli a pezzi. Si parte da Giovanni Toti, dalla politica che si era trasferita sullo yacht di un grande imprenditore portuale, che finanziava le campagne elettorali del presidente ligure in cambio di concessioni milionarie. La svalutazione delle dazioni genera spesso incredulità: a Bari bastavano 50 euro per comprare un voto; in Trentino un magnate che si era comprato mezza regione in cambio di favori trascurabili. A Venezia il sindaco-imprenditore Brugnaro è indagato in una vicenda che riguarda terreni di sua proprietà comprati a 5 milioni di euro che, se resi edificabili dalla sua giunta, sarebbero arrivati a un valore di 150.

Dal 2024 l’Italia ha cancellato l’abuso d’ufficio, una riforma voluta dal ministro Carlo Nordio, creando un vuoto di tutela enorme: non è più reato truccare un bando universitario, affidare un appalto a un parente, prendere una decisione contro le regole senza la prova di una corruzione. Poi è arrivato lo svuotamento del traffico di influenze, il reato contestato agli intermediari di affari opachi. Si sono poi aggiunte le limitazioni delle intercettazioni a 45 giorni e l’interrogatorio preventivo a chi sta per essere arrestato. Battaglie ammantate dalla bandiera nobile ma fuorviante del garantismo, e che invece mirano a colpire anche al diritto di cronaca. Per non disturbare il manovratore occorre colpire giudici e giornalisti, chi fa le indagini e chi le racconta. La vittoria del No al referendum costituzionale ha in parte rallentato questo processo di accentramento di poteri nelle mani del governo, ma non lo ha arrestato. Il risultato rischia di essere una democrazia fragile, che non riesce a punire comportamenti dannosi per la collettività e un’opinione pubblica poco informata.

domenica 14 giugno 2026

Un vanto

 

Dovrebbe essere scritta sulla carta d’identità! Un vanto essere antifascisti! W la Costituzione Antifascista!



L'Amaca

 


Quanto vale un boss ammazzato

di Michele Serra


Il boss della mafia? Gli bombardi la tana e lo ammazzi, come ha fatto l'amministrazione Trump in Venezuela con il capo del cartello Tren de Aragua, tale Guerrero. Può darsi che nel blitz ci abbia rimesso la pelle qualche familiare del boss o qualche passante, ma sono i famosi effetti collaterali. Sottigliezze sulle quali soprassedere a obiettivo raggiunto. Questa è la destra: e si deve ammettere che l'estrema brutalità della soluzione ha una sua tangibile efficacia.

La sinistra, invece. Un rosario interminabile di: scrupoli umanitari, diritti dell'imputato, processo giusto, pena come recupero. E se non bastasse: analisi sociale delle cause, lavoro culturale sul territorio, preti antimafia, magistrati integerrimi, sensibilizzazione nelle scuole, cortei, convegni, titolazioni di alberi e monumenti alla memoria. Non se ne viene più fuori. Vuoi mettere una bomba che incenerisce i cattivi?

Mettete a confronto i due metodi, le due mentalità, e capirete perché la destra minaccia di vincere quasi ovunque. Perché è sbrigativa e manesca, prende a sberle la realtà, vuole ammazzare i criminali, metterli in galera e buttare via la chiave, rimpatriare i migranti, piantarla di farsi domande troppo complicate sui perché e i percome. Lo sappiamo tutti che non funziona, e altri boss, altro male rinasceranno in fretta dalle radici frettolosamente recise. Ma non è questo che conta per la gente spaventata, che è tanta, e per la gente superficiale, che è tantissima. Conta la testa del boss infilzata su una picca. Per oggi ci si accontenta e ci si rassicura, per domani sono già pronte altre picche. La sinistra, che pretende di rimpiazzare le picche con i libri, le costituzioni democratiche, gli assistenti sociali, gli psicanalisti, la pedagogia, ha questo problema quasi insormontabile: i suoi rimedi, le sue speranze, i suoi progetti non si toccano con mano. Valgono per un futuro ancora invisibile, non per le prossime elezioni.

Una prece

 

Atterraggio sulla realtà 


di Marco Travaglio 

Se alle anticipazioni sull’accordo di pace nel Golfo – un trionfo per l’Iran e una disfatta per Usa e Israele – sommiamo le ultime notizie dal fronte ucraino, abbiamo un quadro devastante dello stato comatoso in cui versano la presunta Ue e il cosiddetto Occidente, che seguitano a vivere nel mondo delle favole mentre in quello reale non sono mai stati così deboli. 1) La Bulgaria, dopo l’Ungheria (con Orbán e pure con Magyar), la Slovacchia e la Repubblica Ceca, annuncia che non invierà più armi a Kiev. 2) Ben 25 membri della Nato su 32, fra cui Regno Unito, Francia, Italia e Canada, rifiutano l’ideona di Rutte di devolvere lo 0,25% del Pil in aiuti militari all’Ucraina. 3) Nove governi europei su 18 si sfilano dalla Coalizione per le munizioni d’artiglieria all’Ucraina, inclusi i cechi che l’avevano promossa. 4) Gli Usa tagliano un terzo dei caccia e delle navi militari per operazioni Nato in Europa, perché non credono a un attacco russo e comunque Trump e Putin hanno già fatto pace. 5) Nudi senza più l’alibi di Orbán e dei suoi veti, quasi tutti i governi Ue sono ostili all’ingresso accelerato di Kiev, che interessa solo ai Paesi più russofobi (Germania, Polonia e Baltici): gli altri sanno benissimo che l’Ucraina è un Paese fallito da anni, ipercorrotto e tutt’altro che democratico, resterebbe belligerante anche dopo un’eventuale tregua o pace (senza più il Donbass filorusso, l’elettorato si sposterà ancor più a destra) e una volta dentro prosciugherebbe i sussidi per l’agricoltura scatenando rivolte un po’ dappertutto.

6) Dopo l’euforia sul Rearm Eu da 800 miliardi e sul 5% di Pil alla Nato, Ue e Uk, già in bolletta prima della crisi energetica del Golfo e tanto più ora, non sanno dove prendere i soldi per le proprie armi e tagliano quelle all’Ucraina, anche perché i 204 miliardi di “prestiti” fin qui sganciati li rivedremo (se va bene) fra 50 anni. E pochi premier europei sono certi di arrivare a Natale. 7) Nascosti dietro i proclami muscolari, i maggiori governi europei stanno aumentando gli acquisti di gas e petrolio da Mosca e non vedono l’ora di tornare al 2021. 8) Lo stallo sul campo di battaglia degli ultimi mesi, impiegati dai russi a demolire infrastrutture energetico-militari, conferma l’incapacità di Kiev di riprendersi i territori perduti (un quinto del Paese): infatti le sue truppe infieriscono sulla popolazione del Donbass (dallo studentato all’autobus) e su obiettivi civili ed energetici in Russia, collezionando molti titoli sui media e nessun effetto sul piano militare. 9) Dopo 52 mesi di guerra, l’Ue inizia a ipotizzare che forse è il caso di trattare con Putin anche se Zelensky non vuole (sarebbe la sua fine), ma scopre di non avere neppure un mediatore per farlo e la celebre Kallas sta facendo le valigie. 10) Una prece.

L'Amaca

 


Ma Medvedev quanti anni ha?

di Michele Serra


Ma quanti anni ha Dmitrij Medvedev, che posta un video nel quale mette nel tritadocumenti le fotografie dei leader europei, come fanno con bandiere e fotografie i manifestanti in crisi isterica di quelli già segnalati alla Digos? Si tratta di uno dei capoccia del regime di Putin, non di un influencer da strapazzo. Un maschio adulto con responsabilità politiche rilevanti, ex presidente del suo Paese. Uno che, quando parla, si suppone stia pensando a quello che dice.

Beh, questo Dmitrij passa il tempo a giochicchiare come un bambino di dieci anni con il ruolo di bullo, dice le parolacce, minaccia questo e quello, annuncia sconquassi se non gli danno retta. E il fatto che sia un signore apparentemente civilizzato, vestito come un direttore di banca, rende se possibile ancora più incresciosa la sua scompostezza. «Ma chi, Medvedev? Ha detto quelle brutte cose? Non riesco a crederci! Un signore così distinto!»

La psicanalisi in Russia venne messa al bando in epoca sovietica, ma ci sarà pure qualche psicoanalista sopravvissuto disposto ad aiutarlo. E in sua mancanza un amico, un parente, una persona cara che gli dica: Dmitrij, ricomponiti, guarda che così non fai una bella figura. Che un potente si comporti e si esprima come l'ultimo dei fanatici non è un dettaglio: è la sostanza di un'epoca che ha perduto ogni distanza tra governanti e fanatici. Non che si pretenda un Churchill, o un Adenauer, o un Gorbaciov in ogni Paese — per dire quando fare il capo significava anche avere un certo stile. Quello che si chiede è un minimo sindacale di buona educazione, quanta ne basta per illuderci che al comando ci siano persone con la testa a posto, non caricature.

Aria Aria!

 

Giochiamoci alla Snai le prossime serpi del Pd 


di Daniela Ranieri 

Elly Schlein ha fatto anche cose buone. Pur con tutti i suoi distinguo e la sua moderazione, che un’anamorfosi collettiva ha tradotto sui grandi giornali come estremismo di sinistra, Schlein ha indotto alcuni tra i componenti sedicenti “riformisti” del partito a palesarsi in quanto gente con un piede più di là che di qua, cioè più a destra che a sinistra, e quindi a lasciare il Pd. Lo ha fatto, Schlein, tenendo il punto sui principi-cardine della sua segreteria, non a caso voluta dagli elettori e non dagli iscritti, che invece avevano votato il più integrato Bonaccini. Schlein è a favore del Rdc, misura del M5S a cui il Pd votò addirittura contro; è favorevole al salario minimo, a cui gente del suo partito si è sempre detta contraria con capziosità pro-aziende; è contro il Jobs Act, e ha fatto campagna elettorale insieme a Landini per abolirne due capisaldi al referendum; pur avendo votato a favore di tutti gli invii di armi all’Ucraina, è contraria al loro uso in territorio russo, cosa che invece esalta molti suoi compagni di partito; ha chiesto al governo italiano e all’Ue di riconoscere formalmente lo stato di Palestina, proposta alla quale la minoranza riformista (iper-atlantista) del Pd si è dichiarata contraria, in quanto dovrebbe essere, seguiteci bene, “il risultato finale e non iniziale di un accordo negoziale”; ha condannato Israele, arrivando a chiedere all’Onu di valutare la fondatezza delle accuse di genocidio, la parola-tabù che i likudisti del suo partito (la sbarazzina “Sinistra per Israele”) non potevano perdonarle; infine si è detta a favore di una patrimoniale europea, una bestemmia per quegli occupanti del partito nella cui economia morale l’Isee ha un valore preminente rispetto al benessere collettivo.

I nomi dei transfughi interessano poco l’Italia reale, trattandosi perlopiù di alcune delle mine antiuomo seminate da Renzi al momento della sua uscita dal partito che egli stesso aveva distrutto per andare a fondare la bad company Italia viva. Li riportiamo per acribia: la già “botticelliana” Marianna Madia, dopo aver fatto parte di tutte le correnti del Pd per poi stabilizzarsi, come le rose liofilizzate, in renziana dormiente, se n’è andata infatti con Renzi, destando vivissima sorpresa nell’editorialume italiano; Pina Picierno, finora famosa per aver sventolato in un talk show, ai tempi del renzismo dannunziano, uno scontrino da 80 per dimostrare come una famiglia potesse tirare avanti fino a fine mese permettendosi anche dei taralli grazie al bonus Renzi, ha mirato più in alto e, invece di farsi riaccogliere dal suo pigmalione, ha annunciato la nascita di una specie di partito suo, molto di centro, guadagnandosi ben tre paginate sul Foglio (manco la notizia fosse stata “Nilde Iotti lascia il Pci”). Picierno è colei che incontrò, da europarlamentare del Pd, alcuni membri dell’Israel Defense and Security Forum (Idsf), un think tank israeliano di estrema destra che sostiene i coloni illegali in Cisgiordania; solo ora deve essersi accorta che questa sua aspirazione a servire il sionismo non poteva essere confinata nei social, dove comunque dimostra una certa abilità propagandistica; o forse deve essersi sentita sprecata nelle vesti di quella che chiede (con Calenda) di censurare ed escludere tutti i russi dagli eventi pubblici. Tutto questo estremismo di centro doveva tradursi in un gesto che allontanasse Picierno e i picierniani (!) dal Pd schleiniano, agli occhi soprattutto dell’establishment, che da anni sponsorizza operazioni simili, nate dall’alto per perpetrare i valori del neoliberismo e soffocare ogni vagito di sinistra (le famose “praterie” per il centro allucinate dai giornali padronali). (Nota di colore: Picierno si guarda bene dal dimettersi da europarlamentare, seggio conquistato coi voti del Pd, come Calenda quando stracciò la tessera del Pd per creare Azione, e come adesso Vannacci, eletto a Strasburgo con la Lega da cui è uscito).

Fossimo inclini alle scommesse, ci andremmo subito a giocare alla Snai le prossime fuoriuscite dal Pd: quelle di Sensi, Malpezzi, Quartapelle, Delrio (quello della legge sull’antisemitismo con Gasparri), Fiano, Fassino. Tutta gente che mostra più sintonie con Forza Italia, se non proprio con FdI (come Calenda), ma che evidentemente non ha ancora trovato garanzie valide altrove; ed è rischioso avventurarsi con partiti del 2%, dove persino il capo ha il problema di come re-imbucarsi in Parlamento.

Potrebbe essere l’occasione per il Pd, magari insieme a M5S e Avs, di rimettere welfare, lavoro, sanità e pace al centro del suo orizzonte, espellendo dal suo seno le serpi del neoliberismo che per anni hanno fatto gli interessi dei padroni usando i voti dei lavoratori e di chi ha a cuore la sorte dei più deboli.

Ginocchiamente

 

L’Ordine della Ginocchiera 


di Marco Travaglio 

Siccome Vannacci acchiappa voti polemizzando sulle derive più ridicole del politicamente corretto, la destra e la sinistra che dicono di combatterlo e in realtà ne sono le migliori alleate inaugurano ufficialmente il politicamente idiota. Mettendo al bando non solo le espressioni sessiste, o che potrebbero essere sessiste, o che potrebbero sembrare sessiste: anche quelle che non lo sono, né potrebbero esserlo né sembrarlo, però vengono da un 5Stelle, quindi sono proibite lo stesso. Il deputato contiano Francesco Silvestri attacca la Meloni per la sua politica estera genuflessa agli Usa e a Israele: “Non ha raddrizzato la schiena nei confronti di Netanyahu e Trump, ma ha semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda”. Una frase a prova di coglione: vuol dire che la premier è in ginocchio dinanzi a Trump al punto di definire “difensivo e legittimo” il suo golpe in Venezuela col sequestro del presidente Maduro, ad avallare financo la guerra criminale all’Iran (“non condivido e non condanno”); e a Netanyahu, fino a impedire ogni sanzione a Israele dopo 75 mila morti ammazzati a Gaza e attacchi a sei Paesi in tre anni. Le ginocchiere proteggono le ginocchia da sbucciature ed escoriazioni dovute a uso prolungato: cosa potrà mai esserci di sessuale o sessista in una metafora di pura critica politica unisex a chi è prono, asservito, sottomesso?

Sessismo è definire Virginia Raggi “patata bollente” (Libero) o inventarle amanti inesistenti che manco Messalina (il 90% dei media), qualificare Rosy Bindi “più bella che intelligente” o promettere ai calciatori del Monza “se vincete vi mando un pullmann di troie” o dire che “in 26 anni Jole Santelli non me l’ha mai data” (B.), urlare alla Carfagna “troia sorcagna” (Sgarbi), ammiccare a una “seduta a tre con Gelmini e Carfagna, che non è male” (La Russa). Insomma, tutte le porcherie che a destra e spesso a sinistra passano inosservate o vengono elogiate come battute liberatorie, disinibite, simpatiche. Poi arrivano le ginocchiere e, al segnale convenuto, tutti decidono che evocano una pratica sessuale (che fra l’altro non richiede inginocchiamenti né ginocchiere). Persino la Meloni si traveste da Schlein col ditino alzato e strilla al sessismo e tutti i suoi fratelli d’Italia dietro, seguiti a ruota da giornalisti e conduttori di destra e di sinistra e dal quartetto cetra Calenda-Picierno-Gualmini- Quartapelle. Che, da sempre genuflessi agli Usa e a Israele, si sono offesi pure loro. Ma non per gli stermini a Gaza e tutt’intorno: per le ginocchiere sessiste. Tutti ad attaccare Silvestri e a solidarizzare con la Meloni senza neppure alzarsi dall’inginocchiatoio. Ora, per risparmiare, ordineranno su Amazon un kit di ginocchiere da comitiva: formato famiglia.

venerdì 12 giugno 2026

Verso la sede naturale

 



Questo scherzo della natura, pure interista, che si permette di scherzare sulle mancate qualificazioni dell’Italia agli ultimi tre mondiali - ha detto che farci partecipare forse bisognerebbe allargarlo a 64 o addirittura a 228 squadre - questo lecchino pelato che ha, con bava, consegnato il premio per la pace Fifa allo Psicopatico Belligerante, questo pusillanime fantozziano che sta alla presidenza del calcio mondiale come Giuly alla cultura, Venezi ad un’orchestra e Vannacci alla decenza, dovrebbe incamminarsi lemme lemme verso la sua sede naturale, bignamicamente a fare in culo!

L'Amaca

 


Nei Mondiali c'è molto mondo

di Michele Serra


Piaccia o non piaccia il calcio, i Mondiali sono una maniera sempre imprevista e coinvolgente di conoscere la composizione dell'umanità, diciamo la sua ripartizione post-tribale in popoli e nazioni (non sempre post-tribali, a giudicare dall'aggressività di alcune tra le più note, Usa e Russia su tutte).

Checché se ne dica ne sappiamo così poco, di come è fatto il mondo, che per esempio l'ingresso in campo delle nazionali di Capo Verde e Curaçao, e permettetemi di metterci, per personale impreparazione, anche l'Uzbekistan, ci spinge ad aguzzare la vista, curiosi dei colori delle maglie, delle facce e dei nomi dei giocatori, delle differenze e delle ricorrenze negli atteggiamenti di gioco, nel modo di esultare o di abbattersi dopo il gol subìto. Chi sono, come vivono, che cosa pensano il cannoniere uzbeko, il quinto di fascia capoverdiano, il portiere di Curaçao? Come rimanere indifferenti a questa irruzione copiosa, coloratissima, di sconosciuti nel nostro campo visivo?

Non siamo così provinciali da considerare l'assenza dell'Italia una ragione per disinteressarcene, di questi Mondiali. Ma siamo così provinciali da considerare esotica la presenza di paesi dei quali sappiamo molto poco o quasi niente (Curaçao, per me, fino a poche settimane fa era solo un liquore).

Per altro, di mestiere non facciamo il geografo, neppure il titolare di un'agenzia di viaggi. Piuttosto che vergognarsi di questa lacunosa conoscenza dell'umanità, è preferibile metterla a profitto, e godersela. Questi Mondiali affollati come mai prima sono una specie di atlante geografico che ci si spalanca davanti. Le partite delle eliminatorie, apparentemente le meno rilevanti, sono invece un viaggio entusiasmante nel meno noto.

Ovvio che si fa il tifo per i piccoli, per i destinati alla sconfitta. Altrettanto ovvio che anche nel macro ci si orienta come nel micro, tenendo le parti del predestinato soccombente. Se per esempio, e restando ai paesi ospitanti, Messico o Canada dovessero incontrare gli Usa e metterli sotto: sarebbe festa grande. Per gioco, bene inteso, ma il gioco è una cosa seria.

Differenze di pallone

 


New York nel pallone, ma solo quello da basket

di Gabriele Romagnoli


Ma ci sono i Mondiali di calcio a New York? La risposta è no, due volte no. A New York ci sono le finali di pallacanestro, con i Knicks che fanno impazzire la città, arrampicandosi su grattacieli a specchio per consegnarle l'anello dopo oltre mezzo secolo di sbadato corteggiamento. E quando questo sarà accaduto (o no, ma per i miracoli si sono attrezzati) e la polvere d'oro si sarà posata, resterà comunque chiaro che a calcio si gioca altrove, nel New Jersey. Sono due cose diverse. La prima è un'altra storia, la seconda un'altra geografia.

La storia racconta la creazione di un mito. Una squadra normale per quasi tutta l'annata, issata su decenni di irrilevanza, che al momento delle partite decisive, quelle in cui vinci o muori, si trasforma in una macchina da rimonte, riemerge come Uma Thurman in Kill Bill da ogni fossa e ne vince 13 di seguito vestendo gli avversari di «cappotti» fuori stagione. Gara 4, giocata al Madison Square Garden sul 2 a 1 per i Knicks contro i San Antonio Spurs, è stato l'elettrocardiogramma di un folle che doveva morire, invece si è messo a correre e ha superato una staccionata di 27 punti a metà gara. L'algoritmo pronosticava: possibilità di vittoria dei Knicks, 3%. Alla fine ne ha recuperati anche 29: miglior rimonta della storia delle finali. Ci sarebbe voluto il papa americano per spiegare la differenza tra intelligenza artificiale e fede, tra credere di sapere e sapere di credere. Non fosse che tutto quel curioso popolo arancio e blu la conosceva già: dal parterre dove sedevano e balzavano Taylor Swift, Timothée Chalamet, John McEnroe, l'immancabile Spike Lee e decine di altri riconoscibili, su per i gradini dell'arena fino al posto dell'ignoto, in cui la partita la vedi solo guardando il maxischermo e poi fuori, tra le migliaia di persone assiepate in strada e giù lungo i canyon delle avenues, dentro le porte di servizio dei locali in cui il grido soffocato dei maniglioni anti-panico lasciava entrare la speranza che un -27 non fosse che un grado da cui ricominciare e guarda infatti che a fine del terzo tempo è -12, ma non basta, c'è Wemby dall'altra parte che provoca e segna, ma noi abbiamo l'indicibile e a quattro minuti per la prima volta siamo sotto di una sola cifra e all'ultimo ce la giochiamo proprio, testa a testa, con una palla che viaggia a meno di 2 secondi dalla fine, colpisce il ferro e c'è uno in bianco fra tre in nero che la schiaffeggia, non la prende neppure, la schiaffeggia e la spedisce nel canestro della vittoria. E tu dicevi che ci sono i Mondiali di calcio. Ma dove?

La geografia insegna che il New Jersey è dall'altra parte del fiume Hudson. Puoi vederci i fuochi del 4 luglio, da lì. Puoi pianificare la scalata alle torri dello skyline, ma resta la distanza. Se sali su un autobus a Port Authority, per arrivare al MetLife Stadium, la più classica cattedrale nel deserto, impieghi soltanto venti minuti, ma ti immergi sotto la superficie, nel Lincoln Tunnel. E New York ha sempre guardato dall'alto in basso chi doveva farlo, chiamando quel popolo di pendolari per lavoro o divertimento «bridge & tunnel», ponti e gallerie, bisognosi di un tratto per farcela. Poi, di quelli che ce l'hanno fatta, si è impadronita. Fosse una differenza etnica si sarebbe parlato di «appropriazione culturale». Frank Sinatra veniva da Hoboken, ma ha cantato New York. Gay Talese da Ocean City, ma ha scritto della «città dalle mille cose inosservate». Philip Roth ha continuato ad ambientare romanzi a Newark (la patria di Everyman) da trapiantato a Manhattan, al punto di uscire per un appuntamento con Jackie O, ma passando le ore precedenti a sfregare sull'asfalto la suola delle scarpe nuove, comprate per l'occasione, per non sembrare l'ultimo arrivato dal Jersey. Perfino Springsteen han provato a trasferire, attirandolo con l'esca di un bar a Soho (Milady), basico come quelli in cui giocava a biliardo da ragazzo, ma è tornato a vivere a un chilometro da dove era nato, però l'ha raccontato per centinaia di sere su un palco di Broadway. Alla fine degli anni Novanta quando Hbo lanciò le prime immortali serie tv, puntò su due: una ambientata a New York, con protagoniste le belle ragazze di Sex & the City, e una nel New Jersey, con i bruti dei Sopranos, nella cui sigla si vede un automobilista pagare il pedaggio per attraversare il tunnel e sbucare, finalmente, nella luce della grandezza.

Mancavano soltanto i Mondiali 2026, che ricevono partecipanti e spettatori con la scritta: «Benvenuti a New York New Jersey». Una contraddizione in termini. Milano-Cortina almeno aveva gare dalle parti del Duomo. Sotto l'Empire, niente. Come si giocasse a Terni, ma con il Colosseo per simbolo: eccovi nella città eterna. Anche l'ordine delle parole è un messaggio, hanno provato a invertirlo, ma era tardi, viene prima New York. Perfino il sindaco Mamdani ci gioca, stanzia soldi per 1000 biglietti a prezzi popolari, costringendo il governatore del New Jersey a inseguirlo regalandone 770. Dice che New York farà la sua parte, ma quale? La protagonista sarebbe un'altra, ma sui cartelloni l'hanno rimpicciolita.

Rimane la verità delle cose, semplice a vedersi: basterà essere qui domani. Al pomeriggio al MetLife Stadium giocheranno la prima partita, Brasile contro Marocco. Appena finita, su migliaia di schermi appariranno da San Antonio le immagini dei Knicks che vanno al match point contro gli Spurs. Che cosa aspetta New York? Che cosa guarderà? Dove sono i Mondiali di calcio?

Il libro di Pino

 

Il funerale di Stato per B. lungo 3 anni: il danno non passa 


di Pino Corrias 

L’avventura di Silvio Berlusconi si chiude alle 9:30 di lunedì 12 giugno 2023, dopo una serie di ricoveri e l’ultima crisi respiratoria. Meno di un’ora dopo il Consiglio dei ministri proclama il lutto nazionale e i funerali di Stato per l’ex premier. La famiglia li annuncia per mercoledì 14. Da celebrare in Duomo. Con tutte le autorità dello Stato presenti da Sergio Mattarella in giù, l’arcivescovo, gli onori militari, le corone di fiori. Più tutte le autorità della sua peggiore televisione. E poi i calciatori, i politici, i banchieri, i finanzieri, gli industriali, tutti gli oligarchi in fila sotto le arcate del Duomo, con le scorte armate ai bordi, come ai tempi delle dinastie regnanti, il popolo fuori, in piazza, controllato da polizia, carabinieri, tiratori scelti, droni, telecamere, guai a chi disturba, guai a chi si muove.

L’arcivescovo Mario Delpini non sapendo come cavarsela la butta in poesia declinando la vita, l’amore e la felicità “che egli cercava”. E solo dopo essersi allungato in retorica standard per una ventina di minuti, frena sul finale: “Silvio Berlusconi è stato un uomo e ora incontra Dio”. Frase che può anche essere intesa come una minaccia, visti i quattro carabinieri, vestiti come nei libri di Pinocchio, che circondano la bara, al centro della navata, mentre sale l’applauso liberatorio della platea.

Che il funerale di Stato sia il funerale allo Stato, viste le imprese e le opere del defunto, nessuno si azzarda a dirlo, al netto di qualche ostinato antiberlusconiano. Il lutto va rispettato, ci mancherebbe. Elly Schlein corre all’omaggio. E com’è giusto offre le sue condoglianze. Piangono tutti i campioni della sua nazione, da Lele Mora a Maria De Filippi. Da Massimo Boldi a Flavio Briatore. Da Barbara d’Urso a Gerry Scotti, passando per Roberto Formigoni e Iva Zanicchi. (…)

Il rito dura tre ore. La coda tre giorni, tre mesi, tre anni. Da sinfonia diventa musica di sottofondo. Anche se, al netto degli elogi, nessuno sa riconoscere i meriti di quel potere smisurato, se non nella sua smisurata ricchezza accumulata, e nella ostinazione, persino ammirevole, con cui in trent’anni, in 36 processi, con 155 avvocati difensori, un partito personale, un’altra mezza dozzina a sua disposizione, in tutto un migliaio tra deputati e senatori al suo servizio, l’ha fatta franca.

Così come a nessuno, neppure ai politologi e ai cantori più zelanti, vengono in mente quali e quante riforme di una qualche importanza ha fatto in trent’anni di potere. E vale per tutti i rendiconti, quello della povera Stefania Craxi che interrogata da Lilli Gruber in televisione, balbetta: “Ha fatto tante piccole e grandi cose”. Quali? Annaspa poi spalanca gli occhi: “La riforma Sirchia!”. Sarebbe? “Quella contro il fumo!”. Brava, bravissima. Forse persino la patente a punti. Il resto di quel che resta sono parole piene d’aria che gonfiano i giornali dal giorno dopo in poi: “Un gigante che ha cambiato il Paese”, “Un leader entrato nella storia”, “Il padre del bipolarismo”. “Un leader transatlantico”, “Un uomo straordinario”. “Un grande riferimento politico, una guida”. “Un geniale imprenditore”. “Un uomo che ci lascia una grande eredità”.

L’eredità, giusto. Una intera caverna di Alì Babà. Che nel 1994 era quasi vuota e ora straripa di gemme e di contanti. Ma non proprio destinata al Paese, semmai ai cinque figli. Un patrimonio immenso che i giornali calcolano di 7,5 miliardi di euro, tassati allo 0,38 per cento, grazie al babbo. Che comprendono le televisioni in Italia, in Spagna, in Germania, le aziende, un pezzo di Medionalum, la Mondadori, le assicurazioni, i giornali. I palazzi, i terreni e gli appartamenti. Una flotta di aerei e di yacth, una ventina di ville tra la Brianza e il mondo, compresa villa La Certosa in Sardegna che da sola è valutata 500 milioni di euro. Lascia spiccioli qua e là: 100 milioni alla quasi moglie Marta Fascina, e una quarantina al quasi fratello Marcello Dell’Utri. Entrambi muti, anche se Dell’Utri per altre ragioni. A Forza Italia, che negli ultimi tempi scombiccherati, era tornato a chiamare “Il partito dell’amore”, lascia 90 milioni di debiti, con le fideiussioni intestate a Marina e a Pier Silvio che dal giorno dopo le esequie, sono diventati i titolari del partito, dei parlamentari, dei ministri, tutti utili al benessere delle aziende, quando si tratterà di leggi, tasse, condoni. E che possono chiamare a piacimento per servire i loro capricci, oppure a tavola. (…)

Ho conosciuto Silvio Berlusconi nel remoto 1987. Neanche a farlo apposta per lo scandalo di un elenco di “famiglie Auditel”, utili per misurare gli ascolti, che doveva rimanere segretissimo ai vertici delle tv private e pubbliche e che invece era stato trovato in chiaro tra le scartoffie della Fininvest. Uno scandalo che oggi sta sepolto sotto gli altri cento, forse neanche si trova più negli archivi. Lui diceva di non saperne nulla. Ma era talmente impegnato a rendersi simpatico e dunque innocente, che lo giudicai antipatico e colpevole.

Regalava ai cronisti orologini aziendali, biglietti per lo stadio, raccontava barzellette, parlava di soldi, di calcio e di figa. Non necessariamente in quest’ordine. In azienda lo chiamavano il Dottore, ma il nome migliore l’aveva inventato uno del suo ufficio stampa, Giovanni Belingardi, di prodigiosa simpatia che lo battezzò “il Figantropo”. L’ho seguito nella prima campagna elettorale, fino a Palazzo Chigi. E nei primi processi. Ho scritto delle sue vittorie e delle sue sconfitte. Dei suoi misteri siciliani. Dei suoi fondi neri e dei suoi debiti. Del suo immenso repertorio di bugie che raccontava come niente fosse, delle donne che masticava, delle ville in cui abitava, dei servi di cui si circondava, spesso disprezzandoli. Della sua addestrata intelligenza a inventare per sé vantaggi, guadagni, immunità politiche e penali. Di come e quanto si sia fatto travolgere dalle sue ambizioni. Dalla sua avidità. Dai suoi vuoti esistenziali. Dai suoi privati tormenti come raccontava il suo amico Mike Bongiorno: “Mangiavamo noi due da soli, nel salone vuoto. Lui stanchissimo. Davanti a quel minestrone. Cucchiaiata dopo cucchiaiata. Diceva: dormo pochissimo, quattro ore per notte. Mi attaccano da tutte le parti. C’era un senso di freddo e di buio intorno a noi”.

Quel buio Berlusconi non lo ha mai sconfitto. Veniva dai suoi esordi negli affari. Era il suo rimorso. Ha provato a sconfiggerlo accumulando tutto, l’oro, il potere, le donne, i quadri, per poi finire in cenere nel Mausoleo che si è costruito, lasciandoci un’Italia che gli assomiglia, un danno che non passa.


Altro Cazzaro

 

Il Cazzaro Nero 


di Marco Travaglio

Il debutto del generale Vannacci a Ottoemezzo ha fatto il pieno di ascolti e forse di voti. Càpita alle novità politiche, se funzionano in tv. Vannacci funzionicchia, a differenza di Silvia Salis, che deve nascondere la provenienza dai laboratori d’establishment per tutti i palati, gli stomaci e le stagioni, e travestirsi da pasionaria: perciò sembra un androide fatto con l’IA. Vannacci non deve camuffarsi: gli basta mostrarsi così com’è. Un fascio 2.0 all’acqua di rose, molto più all’italiana del fascismo vero, con la vestaglina a fiori o la camicetta di lino a righe. Uno xenofobo che parla come un colonnello in pensione di fine 800, ma con moglie romena. Un omofobo che blatera di normalità e diritti come un tipo da bar al terzo grappino, ma si vede benissimo che dinanzi a un paio di gay o di lesbiche incazzati neri se la darebbe a gambe. Per il resto, il tipico italiano che si finge antitaliano con la pensione a 56 anni. Un furbacchione che sa bene dove grattare la pancia dell’Italia profonda: i migranti che disturbano soprattutto i quartieri popolari, i miliardi che buttiamo in Ucraina e nel riarmo, una Ue lontana le mille miglia dalla gente, una sinistra che pare occuparsi solo di esigue minoranze, il politically correct che bandisce mezzo vocabolario (il famoso “Zingaretti”). Questi sono i suoi punti di forza, oltre ai tradimenti di Meloni e Salvini, che prima parlavano come lui e ora fanno l’opposto; e allo scandalo di FI eterodiretta da Marina B., che nessuno osa toccare per tenersi buona Mediaset e tirare i forzisti dalla propria parte.

Ma il vero asso nella manica del generale è l’eterno vizio della sinistra di vedere il ritorno del fascismo dappertutto, trasformando in uomo d’ordine anche un cazzaro come lui. La sua “remigrazione” o “deportazione” altro non è che una normalissima norma presente in Italia dalla Turco-Napolitano e in tutta Europa: gli immigrati irregolari vanno rimpatriati. Solo che, siccome nessuno ci riesce e le parole “rimpatrio” ed “espulsione” sono usurate, se ne inventano altre. Magari bastasse così poco per riuscirci: servono troppi soldi, agenti e accordi coi Paesi d’origine (perlopiù insicuri per guerre e dittature). Vannacci dice che è tutto semplice, come lo erano il blocco navale e i porti chiusi. Cita le deportazioni di Trump (che ne ha fatte meno di Biden e Obama), come se tra Usa e Messico ci fosse il Mediterraneo. La sua (e nostra) fortuna è che non governa, sennò il bluff si vedrebbe subito. Ma c’è anche un bluff già ben visibile: se è contro il “sistema delle poltrone”, perché non molla la sua al Parlamento europeo, ottenuta con la Lega, e non la fa mollare alle centinaia di transfughi imbarcati da altri partiti? Altrimenti la “nuova destra” è formata al cento per cento dai voltagabbana di quella vecchia.

giovedì 11 giugno 2026

11 giugno

 In questo tempo flaccido, insulso, mieloso, premiante agiati e soffocante pressati da questo deviato sistema rapto-pluto-finanziario capitalista, la figura di Enrico si staglia ancora con una costante emozione e rimpianto, alla luce della contezza che gli eredi degli ideali di uguaglianza, di dignità, di compartecipazione sono soffocati da ignobili politiche consociative, atte a divaricare sempre più le classi sociali trasformatesi in malefiche caste. Ciao Enrico!



Daje Taja!

 

Tajani come Totò: “vediamo ’sto netanyahu dove vuol arrivare” 


di Marco Travaglio 

Antonio Tajani, che sembra preso dalla strada come gli attori di Rossellini e messo a recitare il ruolo di ministro degli Esteri in un’epoca di quasi guerra mondiale, quando dice che qualcosa è “inaccettabile” vuol dire che può continuare benissimo ad accettarla.

A ottobre 2024, in occasione degli attacchi dei soldati israeliani contro le basi Unifil in Libano, tuonò: “È inaccettabile quello che sta accadendo”, per poi precisare: “Aspettiamo che facciano l’inchiesta e, visto che ci sono prove inequivocabili che sono stati i soldati israeliani a sparare contro le basi (qui si confonde, ndr), questa mattina c’è stato un altro incidente inaccettabile (e due, ndr) in una base in cui c’erano anche una settantina di soldati italiani”. Poi, esausto, rimarcò il concetto con un sinonimo: “Ritengo sia inammissibile”. Intervistato dal Tg1 a maggio 2025 nel cortile di casa per commentare i colpi sparati a Jenin in Cisgiordania dalle forze israeliane contro diplomatici europei, tra i quali un viceconsole italiano, scolpì: “È un errore inaccettabile”. Poi, forse temendo di essere stato troppo ultimativo, ammorbidì: “Le scuse vanno bene, però non si può sparare quando ci sono dei diplomatici”, altrimenti sì, ben venga. Poi ci ripensò: “Gli avvertimenti con le armi sono veramente inaccettabili”. Parlando al Senato a settembre 2025 non fece sconti a nessuno: “Voglio essere chiaro: quello che accade nella Striscia è sempre più inaccettabile”. Per questo motivo l’Italia ha delegittimato la Cpi che ha spiccato un mandato di cattura per Netanyahu e il suo ministro della Difesa, Yoav Gallant, ha votato contro le tregue umanitarie e rafforzato i rapporti militari con Tel Aviv col pretesto del dual use o di consegne nate da accordi precedenti al 7 ottobre 2023, data a partire dalla quale il tetragono Tajani sostiene di aver smesso di inviare armi all’Idf per sparare in testa ai bambini.

A gennaio di quest’anno, quando due carabinieri italiani in missione diplomatica in Cisgiordania sono stati fermati e minacciati col fucile puntato da un soldato israeliano, Tajani dovettero tenerlo fermo in tre: “Inaccettabile quanto accaduto ai carabinieri!”, infatti dopo non successe niente. E quando gli israeliani vietarono al cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, di entrare a Gaza per la Domenica delle Palme, per poco Antonio non salì su un elicottero dalla Farnesina a Gerusalemme: “È inaccettabile avergli impedito di entrare nella Chiesa del Santo Sepolcro”; e, per far capire che non scherzava, espresse “sdegno”. Per Tajani sono inaccettabili anche i bombardamenti sui civili in Libano da parte di Israele, che infatti li sta continuando in tutt’agio. “Inaccettabile” e financo “esecrabile” è stato il comportamento dell’altrimenti irreprensibile ministro Ben-Gvir, che umiliò gli attivisti della Flotilla privati dei loro diritti e catturati in acque internazionali (secondo Antonio “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”: poi vale il Deuteronomio). Ora che lo stesso Ben-Gvir, ricevuta la notizia di esser indagato dalla Procura di Roma per torture e sequestro, ha detto: “Il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte” (dev’essere la famosa, sottilissima ironia yiddish), Tajani non ci ha visto più: “Non ho parole per commentare ciò che ha detto Ben-Gvir”; anzi, una ce l’ha (indovinate quale?), perché quelle parole “non sono degne di un ministro”, mentre lo è sterminare donne e bambini, sparare sulle ambulanze, eliminare medici, reporter e giornalisti. Tajani ricorda sempre più il Totò che prende le botte da un tizio che lo crede Pasquale: forse vuole vedere dove ’sto stupido di Netanyahu vuole arrivare. Inaccettabili saranno anche i voli Tel Aviv-Cagliari che portano soldati israeliani a scaricare lo stress nel Paese delle ciabatte, ospiti dei resort in Sardegna; ma aspettiamo la dichiarazione ufficiale per accettarli definitivamente.

Sempre al vostro fianco!

 

Voi ci siete, noi ci siamo 


di Marco Travaglio 

Alle liti temerarie di B., Previti, Dell’Utri, Renzi e famiglie eravamo abituati. Ma non ci era mai capitato che un personaggio ricco e potente come Cipriani jr., con agganci in mezzo mondo, ci chiedesse 250 milioni di dollari perché “il Fatto deve chiudere”. E non era mai capitato ad alcun giornale italiano. Oltre ai messaggi di solidarietà dei lettori, inversamente proporzionali a quelli dei “colleghi”, il miglior balsamo in queste ore complicate è l’ultimo report Audipress sulla diffusione dei quotidiani: ad aprile, mentre tutti gli altri crollano e il Giornale e il Tuttosport crescono dello 0,4%, il Fatto fa un balzo in avanti del 19% rispetto a un anno fa. Da aprile 2025 ad aprile 2026 le nostre copie vendute sono salite da 52.651 a 62.631: 10mila in più. Un balzo dovuto agli abbonamenti digitali (le edicole purtroppo seguitano a chiudere), che non compensa finanziariamente il trend negativo della carta, ma editorialmente è un vero miracolo. Quando il Fatto nacque, nel 2009, era in fondo alla top ten: ora è il terzo quotidiano generalista dietro Corriere e Repubblica, il quinto in assoluto contando Sole 24 Ore e Gazzetta dello Sport. Un traguardo esaltante, che ci avvicina alla soglia di sicurezza di quota 100mila.

Possiamo dirlo forte perché il merito è solo in minima parte di noi giornalisti del Fatto: eravamo gli stessi l’anno scorso, coi nostri pregi e difetti, eppure voi lettori eravate un quinto in meno. Il merito è dei 52mila che sono rimasti e dei 10mila che si sono aggiunti. È grazie a voi se siamo riusciti a rifiutare il finanziamento pubblico (a noi spettavano per legge 732mila euro), che gli altri continuano a incassare, almeno finché non sarà abolito. Ed è grazie a voi se affrontiamo più serenamente la guerra esistenziale che ci ha dichiarato il duo Cipriani&Minetti, con gran stuolo di boccaloni volontari. Alcuni lettori ci invitano a “stare attenti”, a “non metterci contro anche il Quirinale e i Pg di Milano”: non possiamo accontentarli, essendo nati per dire le cose vere che gli altri non dicono, non per “stare attenti”. Altri propongono sottoscrizioni per le spese legali: chi vuole aiutarci faccia o regali un abbonamento; alle sottoscrizioni penseremmo se qualcosa andasse storto. Ma confidiamo di dimostrare ai giudici di aver pubblicato solo notizie e testimonianze autentiche e verificate, correggendo eventuali inesattezze appena le scoprivamo e senza che nessuno ce lo chiedesse. Così le spese ce le pagherà chi ci ha denunciati (e magari sarà denunciato per lite temeraria). Abbiamo sempre offerto il diritto di replica a tutti: Cipriani e Minetti hanno preferito trascinarci in tribunale per farci chiudere. Proposito largamente condiviso da politici, potenti e “giornalisti” al seguito. Faremo di tutto per deluderli un’altra volta.

mercoledì 10 giugno 2026

L'Amaca

 


La guerra è vecchia

di Michele Serra


C'è quell'immagine che gira ovunque, il missile iraniano ficcato nel terreno desertico vicino a Gerico. Un missile proprio a forma di missile, come lo disegnerebbe un bambino, come quello che Méliès immaginò infisso nell'occhio della Luna nel 1902, centoventiquattro anni fa. Qualcuno lo osserva e lo fotografa, è alto come un paio di uomini. Avrebbe potuto uccidere persone o distruggere una casa, per questo era stato lanciato, ma ora appare per quello che è: un patetico rottame, esposto al dileggio delle sue mancate vittime.

È appena caduto ma sembra un relitto che è lì da sempre, come certe barche spiaggiate. Ferraglia arrugginita, un chiodo infisso a caso da una mano incapace, uno spreco maldestro. Non ha nemmeno la solennità inquietante di un totem rovesciato, è solo un colpo fallito, uno degli infiniti sperperi della guerra. Della quale ci atterrisce la potenza tecnologica, la forza nuova e micidiale che attribuiamo ai suoi arsenali. Ma la guerra è anche (se non soprattutto) questa ferraglia sparpagliata, questa cilecca demente che spara centinaia, migliaia di proiettili qualche volta a segno, molte volte nel nulla.

Montagne di denaro regalate al vento. Dissipazione economica e rovina ambientale. Baccano dimostrativo.

La guerra è vecchia: questa è la didascalia ideale di quella foto così simbolica. La guerra è un relitto arcaico, puzza di ruggine e di bruciato, di fango e di macerie, la sua scintillante buccia tecnologica copre una polpa avvizzita. La guerra che fa esplodere gli smartphone a distanza è un lusso per i capi e i sottocapi che si fanno la pelle a vicenda come nei film di spie. Il grosso della guerra è ancora carne e metallurgia, trincea e fame, calcinacci e profughi in fuga con i bambini e i vecchi in spalla, come nell'Iliade. E razzi, a decine di migliaia, che partono belli lustri e si schiantano nella polvere.

Robecchi

 

I centrini Montezemolo, Della Valle, Passera&C.: i “riformisti” dimenticati


di Alessandro Robecchi 

Spazio Pubblico, il nuovo movimento animato da Pina Picierno, rimbalza dai social ai grandi giornali adoranti con un certo clamore, tipo come se Gramsci avesse lasciato il Pci, o Gigi Riva il Cagliari. C’è una certa vivacità attorno al neonato, divisa tra militanti piciernisti – qualunque cosa voglia dire – e buontemponi dalla battuta pronta, ascrivibili alla speciale categoria dei feticisti delle correnti del Pd (date retta: quanto a sadomaso è meglio farsi legare al lampadario). In attesa che il quadro si delinei, mi piace ricordare vari partiti e movimenti nati in Italia negli ultimi anni, che si fregiavano della coccarda “riformista”. Insomma allacciate le cinture.

Luca Cordero di Montezemolo lanciò il suo Italia Futura, si gettò nella mischia nel 2013, poi se ne persero le tracce (il 2015 ultima data di esistenza in vita). Montezemolo andava in giro con un foglio in tasca con l’elenco delle cose da fare, riformista vero. Spigolature: tra i firmatari del manifesto di Italia Futura spiccava un giovane, ma già riformista, Carlo Calenda.

Altro grande riformista fu Diego Della Valle, hidalgo marchigiano delle scarpe e del lusso, che lanciò Noi Italiani, fondazione “lontana dalla politica”, ma poi, in qualche titolo di giornale: “Pronto il simbolo!”, oppure “A giugno il movimento può entrare in politica!”. L’idea era affascinante ma un po’ vaga: “Fare qualcosa” con chi ci sta, naturalmente “né di destra né di sinistra”. Sparito, e ce ne dispiace. Negli stessi turbolenti anni (correva il 2014) nasceva anche Italia Unica, il Partito di Corrado Passera, che lanciava il suo grido di dolore (“Bisogna fare presto!”) e auspicava grandiose riforme (meno tasse, guarda un po’, e tagli, ma dài). Passera ebbe buona stampa, dato che aveva fatto il ministro per l’osannatissimo Monti, ed era banchiere, che in politica aiuta più che essere elettrauto, ma il suo partito defunse due anni dopo. Almeno è stato di parola: ha fatto presto.

Siccome i riformisti amano fregiarsi della parola “liberale”, che è un po’ il “senza glutine” dei nostri tempi, i liberalissimi hanno dato il meglio di sé. Fare per Fermare il Declino (fondatore e volto noto: Oscar Giannino) era un nome affascinante, ma naufragò per inciampi personali (false lauree) e dissidi interni sulla linea (giuro!), e da lì nacquero alcuni microorganismi come Ali (Alleanza Liberaldemocratica per l’Italia), spiace non averne sentito più parlare. Mentre una certa bizzarra notorietà ha avuto per cinque o sei minuti Ora!, partito fondato da Michele Boldrin (fuoriuscito da Fare per Fermare il Declino) e Alberto Forchielli, imprenditore. Così sinceramente riformisti da voler riformare (ridimensionare) le pensioni. Ma il meglio lo dà Forchielli: “Invece di spendere miliardi in difesa, compriamo quattro atomiche dal Pakistan, gli diamo quattro soldi ed è fatta” (dal sito ufficiale). “Con Azione c’è chimica”, dice nelle interviste.

Altri riformisti: quelli del Partito Liberaldemocratico (e ridaje) di Marattin, transfuga di Italia Viva, e poi naturalmente i noti e onnipresenti Calenda e Renzi, quelli con davanti le solite praterie. Ho sicuramente dimenticato qualcuno e me ne scuso, ma d’altronde non vedo rivoluzionari, qui intorno, e suppongo siano tutti, chi più chi meno, un po’ riformisti. Ora comunque, ecco le truppe picierniste che si sono battezzate Spazio Pubblico. Che tra l’altro, lo dico per gli amanti del copyright, è una rivista della Cgil Funzione Pubblica, nobile sindacato che sarà – mi auguro a suo modo – riformista anche lui.

Sotto attacco

 

Gara di solidarietà 


di Marco Travaglio 

La gara di solidarietà della stampa italiana al Fatto, colpito da due cause temerarie negli Usa (220 milioni) e in Italia (altri 5) per aver pubblicato notizie vere sul duo Cipriani&Minetti, non accenna a placarsi. Tra olgettini di destra e corazzieri di sinistra, è tutto un coro di “non mollate”, “tenete duro”, “non fatevi intimidire”, “viva il giornalismo d’inchiesta”. Sì, è vero, ci chiamano Falso o Fango quotidiano o Fatto disfatto; danno per scontato che se un patteggiatore per reati fiscali e una pregiudicata per favoreggiamento della prostituzione e peculato ci chiedono tutti quei soldi li otterranno di sicuro e il Fatto chiuderà; si eccitano perché testimoni e avvocati della coppia danno ragione alla coppia e “inguaiano Travaglio”; sostengono che Graciela mente quando dice le stesse cose per tre mesi a due tv uruguayane e a due giornali italiani e diventa attendibile quando “ritratta” senza smentire quasi nulla; scrivono che ha detto “mai visto escort e prostituzione” anche se s’è guardata bene dal dirlo; ma lo fanno solo per simpatia. La Verità, per eccesso di affetto, aggiunge alle due cause reali una denuncia immaginaria di Graciela: “La superteste di Travaglio vuol fare causa a Travaglio”. Ma così, ad abundantiam.

Il Corriere, per starci più vicino, inaugura un nuovo genere letterario: una paginata dal titolo “‘Falsità e danni gravi’. Caso Minetti, ecco le carte. La richiesta di 250 milioni del gruppo Cipriani. E la teste parla di ‘frasi travisate’”. E quali “carte” saranno? I fiumi di audio, chat e foto inviati dalla massaggiatrice Graciela a due giornalisti uruguayani e due italiani? No, quelle le pubblica il Fango Falso. Le “carte” sono nientemeno che la denuncia di Cipriani, che “il Corriere ha visionato”. Ammazza che scoop. Ogni giorno tutti i quotidiani, Corriere in testa, sono subissati da richieste di danni. E nessuno ha mai pensato di pubblicarle. Poi ieri il Corriere, anziché alle sue denunce, ha dedicato un’intera pagina a quella contro Fatto e Report: appena 206 righe con le accuse di Cipriani e ben 4 per dire che “il Fatto e la Rai produrranno la propria versione della storia nelle sedi competenti” (ma va?). Nel ringraziare il direttore Fontana per il gentile pensiero, ci sorge un dubbio: chissà se ha saputo che Graciela, quella che ora “parla di ‘frasi travisate’”, le stesse cose dette a noi e a due tv uruguayane le aveva riferite a un altro quotidiano italiano, che il 12 maggio titolò: “Caso Minetti, parla la massaggiatrice Graciela: ‘Dentro a quel locale ho visto di tutto. Ho paura e vivo nascosta’”. Ed è proprio il suo: il Corriere. Se Graciela è stata “travisata”, l’ha travisata anche il Corriere. Ora speriamo che i Ciprinetti non se ne accorgano e non denuncino pure Fontana, sennò ci vuole un’altra paginata.


Fortuna

 Per fortuna li avevo nella mia ferrea dieta…



L'Amaca

 


La nuova età dell'oro

di Michele Serra


Nel misterioso mondo neo-primitivo nel quale ci siamo oramai inoltrati, con capi di Stato che sembrano capitribù, la guerra come prassi quotidiana di risoluzione (anzi, di non risoluzione) dei conflitti, le religioni impugnate come armi e le armi come unica religione condivisa, le istituzioni transnazionali ridotte a scatole vuote, può anche capitare che un singolo individuo molto ricco si improvvisi mediatore tra due Stati belligeranti (Russia e Ucraina) senza averne alcun titolo, né istituzionale né ufficioso.

È per il fatto di essere «uno degli uomini più ricchi del mondo» che Roman Abramovich cerca di mediare tra Zelensky e Putin. E se la ricchezza è una circostanza che, sia chiaro, non impedisce ad alcuno di avere le migliori virtù (possibile che Abramovich sia la più ispirata e saggia delle persone), sta di fatto che è diventata una forma di carisma, e anche di carisma politico, decisamente discriminante. Fosse un elettricista, una cuoca, un insegnante o una dottoressa, a fare la spola tra Mosca e Kiev, ne saremmo tutti sbalorditi. Ci parrebbe di entrare in una favola — la favola della democrazia — nella quale la facoltà di incidere nella realtà delle cose è alla portata di tutti.

Invece è un oligarca, è uno straricco l'aspirante mediatore di pace: e ci pare del tutto naturale, quasi fisiologico, il suo sovrapporre al potere della ricchezza il potere tout court. Sono ricchissimo, dunque posso trattare da pari a pari con i capi di Stato. In attesa di una sapiente riorganizzazione dei non ricchi (chissà mai che possano dire la loro, e addirittura contare qualcosa), mettiamoci comodi e godiamoci lo spettacolo di questa nuova Età dell'Oro. L'acciaio delle armi e l'oro delle monete, come nelle saghe arcaiche.

Eroico

 

“Mi dimetto: Giuli ha reso gli Uffizi il cortile di Meloni” 


di Tomaso Montanari 

Alessandro Giuli vorrebbe essere ricordato come un libero intellettuale casualmente approdato alla carica di ministro della Cultura, e in quell’alto seggio eroicamente impegnato a difendere la libertà sua e della cultura medesima. Purtroppo (per lui, ma soprattutto per noi) ognuna di queste speranze è destinata a naufragare miseramente.

Il grottesco servilismo dell’Accademia dei Lincei (o d’Italia?), che ne ha presentato in pompa magna un risibile libercolo stampato a spese del contribuente, non basta certo a camuffare la tragicomica inadeguatezza da semicolto, che deflagra ogni volta che prenda la parola; per non dire di quando venga ritratto mentre rende omaggio a eroi coloniali, travestito da nazista dell’Illinois. Ma, soprattutto, Giuli è libero e indipendente da Giorgia Meloni quanto un’ombra è libera dal corpo che la getta. L’ultima dimostrazione di tanta coraggiosa autonomia è l’incredibile decreto (datato al 25 maggio scorso) col quale il ministro ha rinnovato il Consiglio d’amministrazione della Galleria degli Uffizi. Brilla, tra tutti, il nome di Carlo Deodato: nientemeno che il segretario generale della Presidenza del Consiglio dei ministri. Ecco che, con questo solo nome, gli Uffizi diventano una succursale di Palazzo Chigi: attraverso un filo direttissimo che sottopone il massimo museo italiano al controllo personale del capo del governo. Quale autonomia avrà il direttore del Museo con una simile figura nel suo Cda? Non che il direttore attuale smani per essere, e apparire, indipendente dai padroni del Paese: come certifica la sua imbarazzante partecipazione, giusto un anno fa, alla memorabile manifestazione di Fratelli d’Italia “Spazio cultura”, dove egli prese la parola tra Mollicone, Donzelli, Arianna Meloni, e sotto l’alta coordinazione culturale di Mario Sechi: toccando così il punto più basso in un’apparizione pubblica di un direttore degli Uffizi. Almeno finora.

Accanto all’emissario di Chigi si allineano altri due nomi assai parlanti. Quello del professor Alessandro Campi, ordinario di Storia delle dottrine politiche a Perugia, a lungo organico alla destra (già direttore della fondazione di Gianfranco Fini) e tuttora sensibile al revisionismo storiografico e al rilancio di valori nazionalistici. E poi quello di Stefano Mugnai, già deputato di Forza Italia, candidato trombato della destra alla presidenza della Regione Toscana e oggi dipendente del Comune di Firenze. Del resto, lo stesso Deodato ha le carte in regola sul piano ideologico: già braccio destro di Renato Brunetta, “fece parlare di sé nel 2015, quando fu relatore della sentenza del Consiglio di Stato contro le nozze gay, e si scoprirono i suoi tweet contro i diritti delle persone lgbt” (così il Fatto). Cosa abbiano a che fare costoro con il governo dei musei, cosa sappiano degli Uffizi è un mistero: anzi, è tragicamente chiaro. Ed ecco allora il “colpo di genio” del callido Giuli: che va a New York a vedere la mostra su Raffaello e decide di nominarne nel Cda degli Uffizi la curatrice che lì lo aveva guidato (“come spiegava bene, signora mia…”). A mo’ di foglia di fico: a colmare, cioè, due vuoti, quello di una donna, e quello di qualcuno che abbia qualcosa a che fare con la storia dell’arte. Peccato che Carmen Bambach non sia solo un’autorevole collega storica dell’arte, ma sia anche conservatrice in un grande museo straniero (appunto il Metropolitan di New York) strutturalmente interessato al prestito di opere delle Gallerie degli Uffizi: il che comporta un evidente, quanto altamente inopportuno, conflitto di interessi permanente.

Tutto questo disastro certifica due cose. La prima è che questi famosi patrioti fanno solo danni alla Patria. E che, straparlando di nazione dalla mattina alla sera, poi prendono il patrimonio storico e artistico della nazione e lo affidano alla loro fazione: e non cambia solo una consonante. La seconda è che avevamo ragione quando, in non molti, scrivevamo che la riforma Franceschini avrebbe messo i musei nelle mani della politica, e che si trattava di fatto di una pistola puntata alle tempie del patrimonio culturale, e di una pistola che la destra avrebbe usato. Ecco, dunque, lo sparo: uno dei tanti di questo osceno governo. Postilla personale: ieri sera ho rassegnato le dimissioni dal comitato scientifico degli Uffizi, nel quale ero stato designato dal Consiglio Superiore dei Beni culturali nel 2021. Rimanere lì dentro, a dare consigli a un museo governato così, significherebbe essere complici. E almeno questo no: non in mio nome.

A 'ido sta la verità?

 

Sola contro tutti 


di Marco Travaglio 

C’è una donna, in Uruguay, che ha bisogno di aiuto. E lo chiede, lo grida per tre mesi. È Graciela Mabel De Los Santos Torres, 51 anni, massaggiatrice disoccupata. Dice di aver subìto molestie sessuali da Giuseppe Cipriani nel suo ranch “Gin Tonic” a Punta del Este, di aver visto festini per vip con ragazze anche molto giovani, selezionate da Nicole Minetti e portate lì dai bordelli locali e dall’estero. Lo dice come fonte coperta a un giornalista tv uruguayano, ben prima che il 18 febbraio in Italia il presidente Mattarella dia la grazia alla Minetti. Il servizio va in onda il 20: mancano due mesi al 21 aprile, quando la notizia esce sul Fatto e diventa un caso politico. Poi Graciela ripete tutto e rincara la dose in un’ora e mezza di telefonate, 766 messaggi in chat e decine di foto scambiati con il nostro Thomas MacKinson, che la contatta appena sa della grazia e tiene i contatti con lei per tre settimane, dal 22 aprile all’11 maggio. Graciela gli apre il suo cuore perché non sa più dove aggrapparsi. Non si fida delle autorità locali, siano esse magistratura o polizia. Inutile denunciare: dice di aver visto troppi Vip in quei festini e troppi poliziotti che arrotondano come guardie private al Gin Tonic. Ha pure un ex-marito agente. E sa che nel suo Paese la vita umana vale meno di due spiccioli.

Ma l’Italia è un’altra cosa: legge che il presidente della Repubblica e la magistratura di Milano vogliono la verità e le si accende una speranza. Ai giudici italiani dirà tutto quello che sa, e solo a loro, purché la proteggano. Lo dice al Fatto, in forma anonima poi col suo nome nell’intervista dell’11 maggio. Poi si arrabbia con Thomas perché, dopo averlo autorizzato a fare il suo nome, ha cambiato idea, sempre per paura, ma gliel’ha detto troppo tardi, quando il giornale era già in stampa. Ma lo stesso giorno, alle 16.26, l’Ansa batte la notizia: “La Procura generale di Milano valuta interrogatori all’estero sul caso Minetti”. È ciò che Graciela sperava: sarà finalmente sentita in Italia. Infatti rifiuta la protezione della polizia, di cui diffida. E parla subito con Francesco Battistini, l’inviato del Corriere, che il 12 maggio pubblica l’intervista: “Là dentro ho visto di tutto. Ho paura e vivo nascosta. Ma sono pronta a testimoniare a sostegno dell’inchiesta milanese sulla grazia”, anche se ancora “nessun investigatore italiano mi ha contattato”. Decide di esporsi ancora, di non perdere la speranza. Infatti il giorno 13 appare di persona, con la sua voce e il volto schermato, nel programma televisivo Sin piedad. Ritratta? Nemmeno per sogno. Ha paura, questo sì, ma conferma molte cose dette al Fatto e al Corriere, mentre le altre non le smentisce: le riferirà “solo alla magistratura italiana quando mi convocherà”.

Ma il 14 maggio, sempre via Ansa, arriva la doccia fredda dal Pg: “Non serve sentire la testimone su Minetti. Non c’è riscontro alle sue parole”. Sin piedad. Per Graciela è la fine: non può più fidarsi neppure del suo ultimo appiglio, i magistrati milanesi. Il terrore tracima. Sui siti di gran parte della stampa italiana c’è spazio solo per le tesi di Minetti e Cipriani, che minacciano cause stratosferiche, mentre lei passa per una che s’è inventata tutto: bugiarda, visionaria, o peggio. Tutti interessati a sentire chi la smentisce (gli amici di Minetti e Cipriani), nessuno ad ascoltare Graciela. La partita è ìmpari: da una parte lei, che non ha i soldi per rinnovare il passaporto o pagarsi il volo per l’Italia; dall’altra un imprenditore miliardario con amici influenti, legami con Epstein e Weinstein, società e sedi in mezzo mondo, che in Uruguay conosce tutti e tutto e investe in alberghi e palazzi.
Il 15 maggio Graciela scompare da casa e stacca il cellulare. Ricompare il 29 nello studio di un notaio, accompagnata da un avvocato, per firmare una dichiarazione giurata in cui, con l’aria di ritrattare tutto, ritratta poco o nulla: conferma la “molestia” precisando di averla subita “sul lavoro” ed esclude che la Minetti “cercasse o reclutasse o assumesse o inducesse o invitasse prostitute” al “Gin Tonic” (ma questo non l’aveva detto neppure nelle interviste, dove invece raccontava che la Minetti le sceglieva all’arrivo, le vestiva e le truccava dopo che altri le avevano ingaggiate). Restano in piedi tutti i suoi racconti sui festini di sesso e droga nei due programmi tv e sui due quotidiani italiani e i suoi colloqui con i quattro giornalisti da febbraio a maggio, sempre lineari e coerenti, confermati da due ex colleghe che la lodavano per il “coraggio” e da tre autisti che portavano le prostitute al “Gin Tonic” e l’hanno raccontato al Fatto (ma senza nomi: “Non voglio finire bruciato o in un fosso…”). Nessun “travisamento” e nessuna smentita sul nocciolo della questione: le feste con prostitute in casa di chi ha avuto la grazia perché avrebbe “cambiato vita”. Nella foga di dar torto al Fatto (il Corriere è già dimenticato), tutti hanno commentato la “ritrattazione” prima di leggerla. Perché era ciò che tutti si aspettavano da Graciela. Così la faccia di Minetti e Cipriani, e dunque dei Pg, di Nordio e di Mattarella era salva. Quella di Graciela un po’ meno, anche se ora che pareva rimangiarsi tutto diventava attendibilissima. Però non l’ha fatto. Si è tenuta in equilibrio, per non doversi guardare le spalle per tutto il resto dei suoi giorni. Ma, anche nella dichiarazione giurata, ha avuto molto più coraggio delle nostre istituzioni. A noi resta il rammarico di averla illusa che in Italia si cercasse la verità. Se fosse stata un’italiana, a denunciare molestie e festini di sesso e droga, schiere di politici, giornalisti e femministe strillerebbero che “la donna ha sempre ragione” a prescindere. Invece Graciela, massaggiatrice disoccupata uruguayana, aveva torto a prescindere. E non ha potuto neppure guardare negli occhi un magistrato. Forse perché il magistrato avrebbe faticato parecchio a reggere il suo sguardo.

lunedì 8 giugno 2026

Riccardo Ricciardi

 

MINETTI, IL GIORNALISMO E LA QUESTIONE DI CLASSE

Leggo noti commentatori che quando le procure si pronunciano a favore di gente potente, diventano improvvisamente sostenitori delle toghe.

Leggo che quando si parla di gente potente, si scopre la pietas che si deve a un essere umano, si chiami Minetti o Alemanno.

Quando però urlano i poveracci, si può buttare la chiave.

Leggo scendiletto di professione, stipendiati anche grazie ai contributi pubblici che ricevono i loro giornali letti solo dai politici nelle sale stampa dei palazzi, che vogliono dare lezioni di deontologia professionale a chi fa il giornalista per davvero, a chi non guarda in faccia a nessuno e che fa inchieste senza guardare al portafoglio, all’appartenenza politica o alla provenienza di chicchessia.

Solidarietà e sostegno a Il Fatto Quotidiano per l’incessante lavoro che fa, al servizio di tutti noi.

Solidarietà a tutte le madri, i padri e gli esseri umani che vivono in condizioni devastanti, che rinunciano a curarsi e a curare i loro figli, ma la cui vita non entrerà mai nel cono di luce di chi potrà ricevere una grazia.