Così il Quirinale danneggia il No per la “pax istituzionale”
Il presidente della Repubblica ha indetto, il 13 gennaio, il referendum costituzionale sulla riforma Nordio, recependo le date del 22 e 23 marzo deliberate il giorno precedente dal Cdm. Una decisione che chiude formalmente una partita, ma che sul piano costituzionale suscita non poche perplessità. L’indizione è intervenuta mentre è ancora aperto il termine di 90 giorni, previsto dall’art. 138, per la presentazione delle richieste referendarie da parte di tutti i soggetti legittimati. Il punto, però, resta uno: dal 22 dicembre è in corso la raccolta popolare delle firme per il No, avviata da 15 cittadini, che ha già quasi raggiunto le 500.000 sottoscrizioni. Il governo ha scelto di non tenerne conto, ritenendo la raccolta firme priva di effetti sul procedimento di indizione, imponendo un’interpretazione letterale dell’art. 15 della legge sui referendum (n. 352 del 1970).
In tutta la storia repubblicana si è sempre attesa la chiusura del termine di 90 giorni, riconoscendo pari dignità alle diverse iniziative intraprese e consentendo la verifica dell’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione, prima di procedere all’indizione. Anticipare la data comprime già oggi i diritti del Comitato promotore, che – se e quando sarà formalmente ammessa la relativa richiesta – entrerà in una campagna referendaria già avviata, pur essendo titolare di specifici diritti, a partire da quello alla par condicio negli spazi tv. Forzare i tempi espone la procedura a seri vizi e frustra i diritti di chi democraticamente sostiene il No.
Il presidente della Repubblica avrebbe certamente potuto non adottare il decreto, ma non lo ha fatto, presumibilmente avendo esercitato la sua moral suasion per ottenere dal governo lo slittamento della delibera di indizione, inizialmente prevista per fine dicembre. Il controllo formale del capo dello Stato resta così impalpabile e il conflitto viene spostato ex post sulla giurisdizione, questa volta amministrativa, prima ancora di quella costituzionale: infatti, come preannunciato e come inevitabile, è stato presentato ricorso al Tar per chiedere la sospensione dell’indizione del referendum. Ancora una volta, a decidere sarà l’apparato giurisdizionale, esposto alle incurie del potere politico e all’evanescenza di un controllo preventivo di legalità costituzionale. In realtà, se si guarda all’operato del capo dello Stato, la preoccupazione di garantire una pax istituzionale avviene da tempo a discapito dell’affermazione netta del primato delle regole costituzionali. Alla lunga non è una prassi tranquillizzante.
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