New York nel pallone, ma solo quello da basket
di Gabriele Romagnoli
Ma ci sono i Mondiali di calcio a New York? La risposta è no, due volte no. A New York ci sono le finali di pallacanestro, con i Knicks che fanno impazzire la città, arrampicandosi su grattacieli a specchio per consegnarle l'anello dopo oltre mezzo secolo di sbadato corteggiamento. E quando questo sarà accaduto (o no, ma per i miracoli si sono attrezzati) e la polvere d'oro si sarà posata, resterà comunque chiaro che a calcio si gioca altrove, nel New Jersey. Sono due cose diverse. La prima è un'altra storia, la seconda un'altra geografia.
La storia racconta la creazione di un mito. Una squadra normale per quasi tutta l'annata, issata su decenni di irrilevanza, che al momento delle partite decisive, quelle in cui vinci o muori, si trasforma in una macchina da rimonte, riemerge come Uma Thurman in Kill Bill da ogni fossa e ne vince 13 di seguito vestendo gli avversari di «cappotti» fuori stagione. Gara 4, giocata al Madison Square Garden sul 2 a 1 per i Knicks contro i San Antonio Spurs, è stato l'elettrocardiogramma di un folle che doveva morire, invece si è messo a correre e ha superato una staccionata di 27 punti a metà gara. L'algoritmo pronosticava: possibilità di vittoria dei Knicks, 3%. Alla fine ne ha recuperati anche 29: miglior rimonta della storia delle finali. Ci sarebbe voluto il papa americano per spiegare la differenza tra intelligenza artificiale e fede, tra credere di sapere e sapere di credere. Non fosse che tutto quel curioso popolo arancio e blu la conosceva già: dal parterre dove sedevano e balzavano Taylor Swift, Timothée Chalamet, John McEnroe, l'immancabile Spike Lee e decine di altri riconoscibili, su per i gradini dell'arena fino al posto dell'ignoto, in cui la partita la vedi solo guardando il maxischermo e poi fuori, tra le migliaia di persone assiepate in strada e giù lungo i canyon delle avenues, dentro le porte di servizio dei locali in cui il grido soffocato dei maniglioni anti-panico lasciava entrare la speranza che un -27 non fosse che un grado da cui ricominciare e guarda infatti che a fine del terzo tempo è -12, ma non basta, c'è Wemby dall'altra parte che provoca e segna, ma noi abbiamo l'indicibile e a quattro minuti per la prima volta siamo sotto di una sola cifra e all'ultimo ce la giochiamo proprio, testa a testa, con una palla che viaggia a meno di 2 secondi dalla fine, colpisce il ferro e c'è uno in bianco fra tre in nero che la schiaffeggia, non la prende neppure, la schiaffeggia e la spedisce nel canestro della vittoria. E tu dicevi che ci sono i Mondiali di calcio. Ma dove?
La geografia insegna che il New Jersey è dall'altra parte del fiume Hudson. Puoi vederci i fuochi del 4 luglio, da lì. Puoi pianificare la scalata alle torri dello skyline, ma resta la distanza. Se sali su un autobus a Port Authority, per arrivare al MetLife Stadium, la più classica cattedrale nel deserto, impieghi soltanto venti minuti, ma ti immergi sotto la superficie, nel Lincoln Tunnel. E New York ha sempre guardato dall'alto in basso chi doveva farlo, chiamando quel popolo di pendolari per lavoro o divertimento «bridge & tunnel», ponti e gallerie, bisognosi di un tratto per farcela. Poi, di quelli che ce l'hanno fatta, si è impadronita. Fosse una differenza etnica si sarebbe parlato di «appropriazione culturale». Frank Sinatra veniva da Hoboken, ma ha cantato New York. Gay Talese da Ocean City, ma ha scritto della «città dalle mille cose inosservate». Philip Roth ha continuato ad ambientare romanzi a Newark (la patria di Everyman) da trapiantato a Manhattan, al punto di uscire per un appuntamento con Jackie O, ma passando le ore precedenti a sfregare sull'asfalto la suola delle scarpe nuove, comprate per l'occasione, per non sembrare l'ultimo arrivato dal Jersey. Perfino Springsteen han provato a trasferire, attirandolo con l'esca di un bar a Soho (Milady), basico come quelli in cui giocava a biliardo da ragazzo, ma è tornato a vivere a un chilometro da dove era nato, però l'ha raccontato per centinaia di sere su un palco di Broadway. Alla fine degli anni Novanta quando Hbo lanciò le prime immortali serie tv, puntò su due: una ambientata a New York, con protagoniste le belle ragazze di Sex & the City, e una nel New Jersey, con i bruti dei Sopranos, nella cui sigla si vede un automobilista pagare il pedaggio per attraversare il tunnel e sbucare, finalmente, nella luce della grandezza.
Mancavano soltanto i Mondiali 2026, che ricevono partecipanti e spettatori con la scritta: «Benvenuti a New York New Jersey». Una contraddizione in termini. Milano-Cortina almeno aveva gare dalle parti del Duomo. Sotto l'Empire, niente. Come si giocasse a Terni, ma con il Colosseo per simbolo: eccovi nella città eterna. Anche l'ordine delle parole è un messaggio, hanno provato a invertirlo, ma era tardi, viene prima New York. Perfino il sindaco Mamdani ci gioca, stanzia soldi per 1000 biglietti a prezzi popolari, costringendo il governatore del New Jersey a inseguirlo regalandone 770. Dice che New York farà la sua parte, ma quale? La protagonista sarebbe un'altra, ma sui cartelloni l'hanno rimpicciolita.
Rimane la verità delle cose, semplice a vedersi: basterà essere qui domani. Al pomeriggio al MetLife Stadium giocheranno la prima partita, Brasile contro Marocco. Appena finita, su migliaia di schermi appariranno da San Antonio le immagini dei Knicks che vanno al match point contro gli Spurs. Che cosa aspetta New York? Che cosa guarderà? Dove sono i Mondiali di calcio?