sabato 13 giugno 2026

L'Amaca

 


Ma Medvedev quanti anni ha?

di Michele Serra


Ma quanti anni ha Dmitrij Medvedev, che posta un video nel quale mette nel tritadocumenti le fotografie dei leader europei, come fanno con bandiere e fotografie i manifestanti in crisi isterica di quelli già segnalati alla Digos? Si tratta di uno dei capoccia del regime di Putin, non di un influencer da strapazzo. Un maschio adulto con responsabilità politiche rilevanti, ex presidente del suo Paese. Uno che, quando parla, si suppone stia pensando a quello che dice.

Beh, questo Dmitrij passa il tempo a giochicchiare come un bambino di dieci anni con il ruolo di bullo, dice le parolacce, minaccia questo e quello, annuncia sconquassi se non gli danno retta. E il fatto che sia un signore apparentemente civilizzato, vestito come un direttore di banca, rende se possibile ancora più incresciosa la sua scompostezza. «Ma chi, Medvedev? Ha detto quelle brutte cose? Non riesco a crederci! Un signore così distinto!»

La psicanalisi in Russia venne messa al bando in epoca sovietica, ma ci sarà pure qualche psicoanalista sopravvissuto disposto ad aiutarlo. E in sua mancanza un amico, un parente, una persona cara che gli dica: Dmitrij, ricomponiti, guarda che così non fai una bella figura. Che un potente si comporti e si esprima come l'ultimo dei fanatici non è un dettaglio: è la sostanza di un'epoca che ha perduto ogni distanza tra governanti e fanatici. Non che si pretenda un Churchill, o un Adenauer, o un Gorbaciov in ogni Paese — per dire quando fare il capo significava anche avere un certo stile. Quello che si chiede è un minimo sindacale di buona educazione, quanta ne basta per illuderci che al comando ci siano persone con la testa a posto, non caricature.

Aria Aria!

 

Giochiamoci alla Snai le prossime serpi del Pd 


di Daniela Ranieri 

Elly Schlein ha fatto anche cose buone. Pur con tutti i suoi distinguo e la sua moderazione, che un’anamorfosi collettiva ha tradotto sui grandi giornali come estremismo di sinistra, Schlein ha indotto alcuni tra i componenti sedicenti “riformisti” del partito a palesarsi in quanto gente con un piede più di là che di qua, cioè più a destra che a sinistra, e quindi a lasciare il Pd. Lo ha fatto, Schlein, tenendo il punto sui principi-cardine della sua segreteria, non a caso voluta dagli elettori e non dagli iscritti, che invece avevano votato il più integrato Bonaccini. Schlein è a favore del Rdc, misura del M5S a cui il Pd votò addirittura contro; è favorevole al salario minimo, a cui gente del suo partito si è sempre detta contraria con capziosità pro-aziende; è contro il Jobs Act, e ha fatto campagna elettorale insieme a Landini per abolirne due capisaldi al referendum; pur avendo votato a favore di tutti gli invii di armi all’Ucraina, è contraria al loro uso in territorio russo, cosa che invece esalta molti suoi compagni di partito; ha chiesto al governo italiano e all’Ue di riconoscere formalmente lo stato di Palestina, proposta alla quale la minoranza riformista (iper-atlantista) del Pd si è dichiarata contraria, in quanto dovrebbe essere, seguiteci bene, “il risultato finale e non iniziale di un accordo negoziale”; ha condannato Israele, arrivando a chiedere all’Onu di valutare la fondatezza delle accuse di genocidio, la parola-tabù che i likudisti del suo partito (la sbarazzina “Sinistra per Israele”) non potevano perdonarle; infine si è detta a favore di una patrimoniale europea, una bestemmia per quegli occupanti del partito nella cui economia morale l’Isee ha un valore preminente rispetto al benessere collettivo.

I nomi dei transfughi interessano poco l’Italia reale, trattandosi perlopiù di alcune delle mine antiuomo seminate da Renzi al momento della sua uscita dal partito che egli stesso aveva distrutto per andare a fondare la bad company Italia viva. Li riportiamo per acribia: la già “botticelliana” Marianna Madia, dopo aver fatto parte di tutte le correnti del Pd per poi stabilizzarsi, come le rose liofilizzate, in renziana dormiente, se n’è andata infatti con Renzi, destando vivissima sorpresa nell’editorialume italiano; Pina Picierno, finora famosa per aver sventolato in un talk show, ai tempi del renzismo dannunziano, uno scontrino da 80 per dimostrare come una famiglia potesse tirare avanti fino a fine mese permettendosi anche dei taralli grazie al bonus Renzi, ha mirato più in alto e, invece di farsi riaccogliere dal suo pigmalione, ha annunciato la nascita di una specie di partito suo, molto di centro, guadagnandosi ben tre paginate sul Foglio (manco la notizia fosse stata “Nilde Iotti lascia il Pci”). Picierno è colei che incontrò, da europarlamentare del Pd, alcuni membri dell’Israel Defense and Security Forum (Idsf), un think tank israeliano di estrema destra che sostiene i coloni illegali in Cisgiordania; solo ora deve essersi accorta che questa sua aspirazione a servire il sionismo non poteva essere confinata nei social, dove comunque dimostra una certa abilità propagandistica; o forse deve essersi sentita sprecata nelle vesti di quella che chiede (con Calenda) di censurare ed escludere tutti i russi dagli eventi pubblici. Tutto questo estremismo di centro doveva tradursi in un gesto che allontanasse Picierno e i picierniani (!) dal Pd schleiniano, agli occhi soprattutto dell’establishment, che da anni sponsorizza operazioni simili, nate dall’alto per perpetrare i valori del neoliberismo e soffocare ogni vagito di sinistra (le famose “praterie” per il centro allucinate dai giornali padronali). (Nota di colore: Picierno si guarda bene dal dimettersi da europarlamentare, seggio conquistato coi voti del Pd, come Calenda quando stracciò la tessera del Pd per creare Azione, e come adesso Vannacci, eletto a Strasburgo con la Lega da cui è uscito).

Fossimo inclini alle scommesse, ci andremmo subito a giocare alla Snai le prossime fuoriuscite dal Pd: quelle di Sensi, Malpezzi, Quartapelle, Delrio (quello della legge sull’antisemitismo con Gasparri), Fiano, Fassino. Tutta gente che mostra più sintonie con Forza Italia, se non proprio con FdI (come Calenda), ma che evidentemente non ha ancora trovato garanzie valide altrove; ed è rischioso avventurarsi con partiti del 2%, dove persino il capo ha il problema di come re-imbucarsi in Parlamento.

Potrebbe essere l’occasione per il Pd, magari insieme a M5S e Avs, di rimettere welfare, lavoro, sanità e pace al centro del suo orizzonte, espellendo dal suo seno le serpi del neoliberismo che per anni hanno fatto gli interessi dei padroni usando i voti dei lavoratori e di chi ha a cuore la sorte dei più deboli.

Ginocchiamente

 

L’Ordine della Ginocchiera 


di Marco Travaglio 

Siccome Vannacci acchiappa voti polemizzando sulle derive più ridicole del politicamente corretto, la destra e la sinistra che dicono di combatterlo e in realtà ne sono le migliori alleate inaugurano ufficialmente il politicamente idiota. Mettendo al bando non solo le espressioni sessiste, o che potrebbero essere sessiste, o che potrebbero sembrare sessiste: anche quelle che non lo sono, né potrebbero esserlo né sembrarlo, però vengono da un 5Stelle, quindi sono proibite lo stesso. Il deputato contiano Francesco Silvestri attacca la Meloni per la sua politica estera genuflessa agli Usa e a Israele: “Non ha raddrizzato la schiena nei confronti di Netanyahu e Trump, ma ha semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda”. Una frase a prova di coglione: vuol dire che la premier è in ginocchio dinanzi a Trump al punto di definire “difensivo e legittimo” il suo golpe in Venezuela col sequestro del presidente Maduro, ad avallare financo la guerra criminale all’Iran (“non condivido e non condanno”); e a Netanyahu, fino a impedire ogni sanzione a Israele dopo 75 mila morti ammazzati a Gaza e attacchi a sei Paesi in tre anni. Le ginocchiere proteggono le ginocchia da sbucciature ed escoriazioni dovute a uso prolungato: cosa potrà mai esserci di sessuale o sessista in una metafora di pura critica politica unisex a chi è prono, asservito, sottomesso?

Sessismo è definire Virginia Raggi “patata bollente” (Libero) o inventarle amanti inesistenti che manco Messalina (il 90% dei media), qualificare Rosy Bindi “più bella che intelligente” o promettere ai calciatori del Monza “se vincete vi mando un pullmann di troie” o dire che “in 26 anni Jole Santelli non me l’ha mai data” (B.), urlare alla Carfagna “troia sorcagna” (Sgarbi), ammiccare a una “seduta a tre con Gelmini e Carfagna, che non è male” (La Russa). Insomma, tutte le porcherie che a destra e spesso a sinistra passano inosservate o vengono elogiate come battute liberatorie, disinibite, simpatiche. Poi arrivano le ginocchiere e, al segnale convenuto, tutti decidono che evocano una pratica sessuale (che fra l’altro non richiede inginocchiamenti né ginocchiere). Persino la Meloni si traveste da Schlein col ditino alzato e strilla al sessismo e tutti i suoi fratelli d’Italia dietro, seguiti a ruota da giornalisti e conduttori di destra e di sinistra e dal quartetto cetra Calenda-Picierno-Gualmini- Quartapelle. Che, da sempre genuflessi agli Usa e a Israele, si sono offesi pure loro. Ma non per gli stermini a Gaza e tutt’intorno: per le ginocchiere sessiste. Tutti ad attaccare Silvestri e a solidarizzare con la Meloni senza neppure alzarsi dall’inginocchiatoio. Ora, per risparmiare, ordineranno su Amazon un kit di ginocchiere da comitiva: formato famiglia.

venerdì 12 giugno 2026

Verso la sede naturale

 



Questo scherzo della natura, pure interista, che si permette di scherzare sulle mancate qualificazioni dell’Italia agli ultimi tre mondiali - ha detto che farci partecipare forse bisognerebbe allargarlo a 64 o addirittura a 228 squadre - questo lecchino pelato che ha, con bava, consegnato il premio per la pace Fifa allo Psicopatico Belligerante, questo pusillanime fantozziano che sta alla presidenza del calcio mondiale come Giuly alla cultura, Venezi ad un’orchestra e Vannacci alla decenza, dovrebbe incamminarsi lemme lemme verso la sua sede naturale, bignamicamente a fare in culo!

Ellekappa

 



L'Amaca

 


Nei Mondiali c'è molto mondo

di Michele Serra


Piaccia o non piaccia il calcio, i Mondiali sono una maniera sempre imprevista e coinvolgente di conoscere la composizione dell'umanità, diciamo la sua ripartizione post-tribale in popoli e nazioni (non sempre post-tribali, a giudicare dall'aggressività di alcune tra le più note, Usa e Russia su tutte).

Checché se ne dica ne sappiamo così poco, di come è fatto il mondo, che per esempio l'ingresso in campo delle nazionali di Capo Verde e Curaçao, e permettetemi di metterci, per personale impreparazione, anche l'Uzbekistan, ci spinge ad aguzzare la vista, curiosi dei colori delle maglie, delle facce e dei nomi dei giocatori, delle differenze e delle ricorrenze negli atteggiamenti di gioco, nel modo di esultare o di abbattersi dopo il gol subìto. Chi sono, come vivono, che cosa pensano il cannoniere uzbeko, il quinto di fascia capoverdiano, il portiere di Curaçao? Come rimanere indifferenti a questa irruzione copiosa, coloratissima, di sconosciuti nel nostro campo visivo?

Non siamo così provinciali da considerare l'assenza dell'Italia una ragione per disinteressarcene, di questi Mondiali. Ma siamo così provinciali da considerare esotica la presenza di paesi dei quali sappiamo molto poco o quasi niente (Curaçao, per me, fino a poche settimane fa era solo un liquore).

Per altro, di mestiere non facciamo il geografo, neppure il titolare di un'agenzia di viaggi. Piuttosto che vergognarsi di questa lacunosa conoscenza dell'umanità, è preferibile metterla a profitto, e godersela. Questi Mondiali affollati come mai prima sono una specie di atlante geografico che ci si spalanca davanti. Le partite delle eliminatorie, apparentemente le meno rilevanti, sono invece un viaggio entusiasmante nel meno noto.

Ovvio che si fa il tifo per i piccoli, per i destinati alla sconfitta. Altrettanto ovvio che anche nel macro ci si orienta come nel micro, tenendo le parti del predestinato soccombente. Se per esempio, e restando ai paesi ospitanti, Messico o Canada dovessero incontrare gli Usa e metterli sotto: sarebbe festa grande. Per gioco, bene inteso, ma il gioco è una cosa seria.

Differenze di pallone

 


New York nel pallone, ma solo quello da basket

di Gabriele Romagnoli


Ma ci sono i Mondiali di calcio a New York? La risposta è no, due volte no. A New York ci sono le finali di pallacanestro, con i Knicks che fanno impazzire la città, arrampicandosi su grattacieli a specchio per consegnarle l'anello dopo oltre mezzo secolo di sbadato corteggiamento. E quando questo sarà accaduto (o no, ma per i miracoli si sono attrezzati) e la polvere d'oro si sarà posata, resterà comunque chiaro che a calcio si gioca altrove, nel New Jersey. Sono due cose diverse. La prima è un'altra storia, la seconda un'altra geografia.

La storia racconta la creazione di un mito. Una squadra normale per quasi tutta l'annata, issata su decenni di irrilevanza, che al momento delle partite decisive, quelle in cui vinci o muori, si trasforma in una macchina da rimonte, riemerge come Uma Thurman in Kill Bill da ogni fossa e ne vince 13 di seguito vestendo gli avversari di «cappotti» fuori stagione. Gara 4, giocata al Madison Square Garden sul 2 a 1 per i Knicks contro i San Antonio Spurs, è stato l'elettrocardiogramma di un folle che doveva morire, invece si è messo a correre e ha superato una staccionata di 27 punti a metà gara. L'algoritmo pronosticava: possibilità di vittoria dei Knicks, 3%. Alla fine ne ha recuperati anche 29: miglior rimonta della storia delle finali. Ci sarebbe voluto il papa americano per spiegare la differenza tra intelligenza artificiale e fede, tra credere di sapere e sapere di credere. Non fosse che tutto quel curioso popolo arancio e blu la conosceva già: dal parterre dove sedevano e balzavano Taylor Swift, Timothée Chalamet, John McEnroe, l'immancabile Spike Lee e decine di altri riconoscibili, su per i gradini dell'arena fino al posto dell'ignoto, in cui la partita la vedi solo guardando il maxischermo e poi fuori, tra le migliaia di persone assiepate in strada e giù lungo i canyon delle avenues, dentro le porte di servizio dei locali in cui il grido soffocato dei maniglioni anti-panico lasciava entrare la speranza che un -27 non fosse che un grado da cui ricominciare e guarda infatti che a fine del terzo tempo è -12, ma non basta, c'è Wemby dall'altra parte che provoca e segna, ma noi abbiamo l'indicibile e a quattro minuti per la prima volta siamo sotto di una sola cifra e all'ultimo ce la giochiamo proprio, testa a testa, con una palla che viaggia a meno di 2 secondi dalla fine, colpisce il ferro e c'è uno in bianco fra tre in nero che la schiaffeggia, non la prende neppure, la schiaffeggia e la spedisce nel canestro della vittoria. E tu dicevi che ci sono i Mondiali di calcio. Ma dove?

La geografia insegna che il New Jersey è dall'altra parte del fiume Hudson. Puoi vederci i fuochi del 4 luglio, da lì. Puoi pianificare la scalata alle torri dello skyline, ma resta la distanza. Se sali su un autobus a Port Authority, per arrivare al MetLife Stadium, la più classica cattedrale nel deserto, impieghi soltanto venti minuti, ma ti immergi sotto la superficie, nel Lincoln Tunnel. E New York ha sempre guardato dall'alto in basso chi doveva farlo, chiamando quel popolo di pendolari per lavoro o divertimento «bridge & tunnel», ponti e gallerie, bisognosi di un tratto per farcela. Poi, di quelli che ce l'hanno fatta, si è impadronita. Fosse una differenza etnica si sarebbe parlato di «appropriazione culturale». Frank Sinatra veniva da Hoboken, ma ha cantato New York. Gay Talese da Ocean City, ma ha scritto della «città dalle mille cose inosservate». Philip Roth ha continuato ad ambientare romanzi a Newark (la patria di Everyman) da trapiantato a Manhattan, al punto di uscire per un appuntamento con Jackie O, ma passando le ore precedenti a sfregare sull'asfalto la suola delle scarpe nuove, comprate per l'occasione, per non sembrare l'ultimo arrivato dal Jersey. Perfino Springsteen han provato a trasferire, attirandolo con l'esca di un bar a Soho (Milady), basico come quelli in cui giocava a biliardo da ragazzo, ma è tornato a vivere a un chilometro da dove era nato, però l'ha raccontato per centinaia di sere su un palco di Broadway. Alla fine degli anni Novanta quando Hbo lanciò le prime immortali serie tv, puntò su due: una ambientata a New York, con protagoniste le belle ragazze di Sex & the City, e una nel New Jersey, con i bruti dei Sopranos, nella cui sigla si vede un automobilista pagare il pedaggio per attraversare il tunnel e sbucare, finalmente, nella luce della grandezza.

Mancavano soltanto i Mondiali 2026, che ricevono partecipanti e spettatori con la scritta: «Benvenuti a New York New Jersey». Una contraddizione in termini. Milano-Cortina almeno aveva gare dalle parti del Duomo. Sotto l'Empire, niente. Come si giocasse a Terni, ma con il Colosseo per simbolo: eccovi nella città eterna. Anche l'ordine delle parole è un messaggio, hanno provato a invertirlo, ma era tardi, viene prima New York. Perfino il sindaco Mamdani ci gioca, stanzia soldi per 1000 biglietti a prezzi popolari, costringendo il governatore del New Jersey a inseguirlo regalandone 770. Dice che New York farà la sua parte, ma quale? La protagonista sarebbe un'altra, ma sui cartelloni l'hanno rimpicciolita.

Rimane la verità delle cose, semplice a vedersi: basterà essere qui domani. Al pomeriggio al MetLife Stadium giocheranno la prima partita, Brasile contro Marocco. Appena finita, su migliaia di schermi appariranno da San Antonio le immagini dei Knicks che vanno al match point contro gli Spurs. Che cosa aspetta New York? Che cosa guarderà? Dove sono i Mondiali di calcio?