Contare i burqa o fare politica?
DI MICHELE SERRA
Ma quante ragazze, o bambine, frequentano le scuole pubbliche italiane
indossando il burqa? Sarebbe una domanda importante da porsi per dare
una dimensione concreta, non propagandistica, al problema
"integrazione e rispetto delle leggi italiane". Problema di rilievo, sia ben
chiaro. Ma nei comizi non è uso affrontare i problemi, è più facile e più
comodo sparare slogan per arraffare l'applauso.
Sempre per dare una dimensione concreta, leggibile, affrontabile al
problema dell'integrazione: quanti corsi di italiano per immigrati hanno
messo in campo fino a qui i governi, compresi i governi regionali? Quali e
quante sono le risorse investite, le vie praticate, le buone idee per
passare dall'accoglienza all'integrazione, che sono due cose distinte, e
ben diverse? Esistono politiche di integrazione (culturale, sociale,
abitativa) degne di questo nome, oppure tutto è affidato al caso o alla
buona volontà o al volontariato civico?
Se esistesse un censimento dei corsi di italiano per immigrati, e più in
generale degli sforzi per favorirne l'inclusione nella vita sociale, sono
sicuro che le istituzioni brillerebbero per assenza. Terzo settore e
volontariato ci mettono una pezza, per il poco che possono. E ci dica,
presidente Meloni, e lo comunichi anche alla sua claque: per migliorare
lo stato delle cose, ovvero per fare politica e non propaganda, conta di
più vietare i burqa (quali? quanti?) nelle scuole o mettere in piedi
percorsi chiari, e non facoltativi, di informazione e di formazione, di
inclusione e di cittadinanza, favorendo chi partecipa a scapito di chi
rifiuta? O sono solo braccia da sfruttare e non nuovi cittadini da
integrare, gli immigrati?




















