sabato 26 settembre 2026

L'Amaca

 


L'etica del pullover


DI MICHELE SERRA


Voi che mi leggete, uno per uno: indossate per caso abiti prodotti da

marchi «vicini a Israele»? La mia risposta, immagino molto simile alla

vostra, è: non ne ho la minima idea. Non ci avevo mai pensato. E nel caso

fosse un'omissione, non averci mai pensato, è una delle tante nelle quali

incorriamo più o meno tutti. Confesso di ignorare gli orientamenti

politici di chi produce il 99 per cento dei beni che mi circondano.

Certo, si deve fare attenzione. Ci sono scelte le cui conseguenze sono

dirette, e palesi: esempio classico, e ormai tendenza diffusa, è non

investire in azioni dell'industria bellica. O in azioni di aziende molto

inquinanti. Capisco anche i boicottaggi dei prodotti chiaramente

riferibili a un Paese il cui governo si macchi di crimini, o sia palesemente

ostile alla convivenza: è il caso dei milioni di canadesi che non comprano

più americano. O di chi, per solidarietà con i palestinesi, non acquista

beni prodotti in Israele.

Più difficile con i prodotti russi: a parte i colbacchi e le matrioske, non si

saprebbe davvero che cosa boicottare. Ed è materialmente impossibile

con i prodotti cinesi, ormai dilaganti per quantità e per il rapporto

qualità/prezzo.

L'incertezza stessa della materia "coerenza", specie in rapporto alla

domanda "che cosa mi metto?", suggerirebbe rispetto e delicatezza nel

rinfacciare agli altri ciò che ciascuno di noi spesso non è in grado di fare.

Mi riferisco, per esempio, a quelli che polemizzano con Francesca

Albanese perché «indossa abiti di marchi vicini a Israele». Fatto cento il

lavoro di Albanese per Gaza, quanto può valere il fatto che indossi un

pullover non prodotto da filopalestinesi? Zero virgola zero uno? L'etica è

una cosa seria, la micro-etica adoperata dai correttori della vita altrui è

una parodia dell'etica, nonché una perdita di tempo.


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