sabato 28 febbraio 2026

Meno di un rutto

Quanto contiamo? Che valenza abbiamo nel panorama internazionale? Come ci considerano i cosiddetti alleati - di stokaxxo-? La risposta è in questo accadimento: nessuno, né il Boia, né lo Psicopatico si son degnati di avvisarci, di preallertarci. Grazie alla Biondina siamo considerati come dei Just Eat qualsiasi. La Cameriera del dinamitardo se ne deve fare una ragione. Per non parlare del nostro ministro degli Esteri, una fetecchia insulsa agli occhi di lor signori. Continuate mansueti a scodinzolare! E vergognatevi!



Nessuna novità

 

Nulla di nuovo, è la specialità della casa del Boia difeso dall’Occidente, Biondina e cialtroni al seguito inclusi.



Dateci un motivo

 


Quale sia il motivo di questa ostentazione è mistero, ma non troppo; vedere le spoglie mortali del Poverello d'Assisi cosa alimenterà, i forzieri dei seguaci di Francesco? 

E perché ridurre la fede a questi futili riti, fratti alla coscienza, puerili e oramai bisunti? 

Che necessità abbiamo di vedere la colonna vertebrale del Patrono d'Italia? 

Quando fecero girare per piazza San Pietro il corpo preparato al meglio in stile Madame Tussauds del Papa Buono, molti si vergognarono oltremodo, me compreso; quella fu senza alcun dubbio un’iniziativa economica. 

È necessario vedere per credere? 

Il lenzuolo della Sindone potrebbe essere un falso storico. E allora? 

Ci state dicendo quindi che per ulteriormente convincerci dovremmo prenotare la visita alle spoglie in Assisi? 

Devozione? Credo basti la Porziuncola. 

Quindi nell'ottocentesimo della morte di San Francesco si è deciso di esporne i suoi resti mortali, come a dirci: venite, pregate, prenotate una messa in suo onore. Credo sarebbe bastato, per festeggiarlo degnamente, un anno di iniziative di pace, di scomodi richiami alla ragione, di impegno personale a parlare di genocidio, di stop alla corsa alle armi, di iniziative non lucrose per riportare il pensiero di Francesco nel mondo, di inviti ad abbracciare la natura, pervicacemente violentata da lor signori, di repulsione e lotta alle censure quotidiane di questo paese oramai tramutatosi in reazionario. Di incursioni in centri di potere per urlare il disappunto contro il Boia di Gaza, contro le vendite di armi ad un Comico inetto assetato di guerra, a protestare contro Leonardo e compari, a urlare che la Pace non si costruisce con le armi, checché ne dicano i castali. Che a noi non ce ne importa nulla del riarmo, che i deboli sono sopraffatti dalla smania capitalistica di generare sempre più ricchezze sfacciate grazie allo schiavismo di chi è obbligato per sopravvivenza a portarti quella caxxo di pizza calda per 4 euro; che i ministri della guerra sono dei farabutti, che non se ne può più di questi nostalgici assuefatti al nulla, al vuoto pneumatico, alla volgarità, al servilismo, al cialtronismo ed infine: che Trump è un balordo della malora.  

Sono certo che Francesco avrebbe apprezzato, vieppiù privilegiando un agire più fraterno. 

E per concludere: se non si crede alla Parola, e alle azioni a lei legate, neppure se ritornasse ricrederemmo. Mi sembra che lo abbia già detto Qualcuno, no?  

Sanremese Selvaggia


Sono state abolite parole e idee: il Sanremo più woke della storia


di Selvaggia Lucarelli 


Ci hanno stracciato le balle per anni frignando perché “che brutta la cultura woke!”, “basta pensiero unico!”, “basta con questo appiattimento culturale!”, “fermiamo l’egemonia culturale della sinistra!” e “non si può più dire niente!”. Poi sono arrivati al governo e piano piano, anno dopo anno, è finita che ci siamo ritrovati con questo Festival di Sanremo in cui, appunto, NON SI DICE NIENTE. In cui Carlo Conti sembra solo aver voglia di finire il prima possibile schivando incidenti diplomatici e cazziatoni di politici e funzionari. Altro che rivoluzione culturale: hanno abolito il woke cancellando direttamente le parole.

E quindi i comici sono tutti innocui, non sia mai che facciano una battuta fuori posto: c’è quello che imita Pausini e De Filippi senza indovinare una battuta, c’è Ubaldo Pantani che bravo, per carità, ma arriva con la parodia polverosa di Lapo Elkann il quale non parcheggia neppure più la macchina in doppia fila da almeno un decennio. Arrivano De Luigi e Virginia Raffaele e fanno una gag con l’orchestra, Lillo è simpatico ma la sua ironia incute timore quanto un cartello “attenzione pavimento bagnato”.

Le donne sono tutte innocue. Pilar Fogliati potrebbe far sorridere ma Conti le taglia qualunque gag con brutalità, Irina Shayk – corpo da dea e voce di Ivan Drago – è volata dall’America per dire “dirigge l’orkestra” o, in conferenza stampa “Non parlo di politica” e “Sono femminista a modo mio!”. Dunque forse è femminista quanto basta per dirlo, ma non abbastanza per spiegarci perché. Pure in russo eh, ci accontenteremmo. Laura Pausini non ha mai espresso un’opinione nella sua vita e in questo Festival continua a non esprimerne mezza neanche per sbaglio, perfettamente allineata allo spirito: lei e Conti sono due presentatori intercambiabili, uniti da una fede incrollabile nella neutralità assoluta. Ben decisi a rimanere rilevanti ognuno nel proprio campo, hanno condannato il Festival all’irrilevanza. Ieri, alle ore 18:30, sui principali siti italiani Sanremo occupava qualche area decentrata delle homepage, gli streaming delle canzoni si sono dimezzati, lo show televisivo ha perso milioni di spettatori, i giornalisti vagano per Sanremo come tossici in cerca di una dose notiziabile di qualunque tipo, anche mezzo grammo di gossip scadente ma nulla, non c’è neppure più Topo Gigio con Lucio Corsi che gli bestemmia contro dietro al palco come lo scorso anno o Cristicchi con una canzone sul cane morto, niente.

Gli unici segnali di vita arrivano da Elettra Lamborghini che forse ha riciclato Pucci come ghostwriter, dal momento che rilascia interviste sul fatto che non tromba col fidanzato perché “altrimenti mi spompa” e appoggiando il microfono sulle tette. A me Carlo Conti fa perfino tenerezza, giuro, perché impegnarsi così tanto a evitare qualunque imprevisto più che a permettere a qualcosa di succedere davvero deve essere massacrante. Gioca in difesa che neanche il catenaccio dell’Inter anni Sessanta: palla lontana e speriamo finisca presto. Gli ho sentito dire, in ordine: “Basta violenza”, “Bisogna ragionare prima di dire cose pesanti nei rapporti interpersonali”, “La salute è la prima cosa”, “Se una donna dice no è no” e poi la frase a caso “Sentiamo tutti i giorni notizie di scuole in cui i nostri giovani si accoltellano”. L’altra sera, quando ha dovuto premiare Mogol perché nel Festival in cui le parole sono abolite si premia il paroliere più amato dal governo, Conti sembrava rassegato alla sua sorte: non solo ci ha dovuto rifilare un mortifero revival di vecchie canzoni, ma Mogol è diventato il pretesto per ricordarci che la cucina italiana è patrimonio dell’Unesco. Il messaggio sovranista buttato lì pretestuosamente era di una mestizia assoluta, con Conti che ha preso una casacca da cuoco buttata su un tavolinetto e l’ha mostrata al pubblico con orgoglio, mentre in platea nessuno capiva bene se dovesse applaudire Mogol, la carbonara o direttamente la Patria. Nel dubbio, tutti hanno applaudito le tette di Irina.

E quindi, in questo Festival in cui non si può più dire niente, il paradosso è che succede tutto in conferenza stampa, dove le parole diventano protagoniste e, senza essere più compresse, implodono: un giornalista kamikaze ha detto boiate maschiliste alle Bambole di pezza, Arisa ha rilasciato dichiarazioni sgangherate su Mia Martini che “se ci fosse stato il web sarebbe ancora viva”, Chiello ha rivelato che ha fatto fuori lui Morgan dal duetto previsto, Ditonellapiaga ha parlato della polemica con Patrizia Mirigliani, Carlo Conti viene accusato di aver scelto poche donne per il Festival, gli chiedono cosa voterà al referendum e “Non sono cose che mi riguardano, se voterò? Non lo so”, a chi gli domanda come gli sia venuto in mente di presentare una campionessa olimpica definendola “Mamma d’oro” risponde seccato “Mamma d’oro a Lollobrigida? Perché non è una mamma? Non ho capito il problema… Io sono stato cresciuto solo da una donna, figuriamoci se non rispetto le donne”. Il vero show è lì, nella saletta dove siedono accanto giornalisti del Corriere e Radio Monella, non sul palco. Non a caso, frastornato da così tanti avvenimenti e dalle troppe parole in libertà, ieri Carlo Conti ha abbandonato la conferenza stampa in anticipo spiegando che doveva andare alle prove. Ed è scappato, rifugiandosi al sicuro da qualsiasi idea.

Insomma, quelli della nuova egemonia culturale della destra ci avevano promesso la libertà di dire tutto e hanno consegnato il Festival più woke della storia, quello in cui il pensiero unico esiste davvero: quello di non pensare.

Non si può più dire niente. Ma davvero stavolta.

Subdolo subisso

 


Come nel sonnecchiare di un meriggio afoso si srotola sotto i nostri occhi l’emblema di questi tempi amari e, per molti versi, vergognosi: quel festival canoro che sta all’arte come Donzelli e soci stanno alla decenza.

Tutti i menu proposti sono figli di ere passate: porti la gnoccona che non parla una parola d’italiano ma sfodera un outfit da vedo-non-vedo capace d’intontire molti; le sdolcinate prese di posizione degli acefali presentatori che cantano e presentano sempre e solo per rimpinguare il proprio conto e che, di conseguenza, si piegano proni al diktat del fascista al potere della tv di regime; le ospitate reverenziali, i testi mocciosi per animi inani.
Insomma: ogni parola letta sul monitor, ogni sorriso, ogni nota musicale deve necessariamente afflosciare qualsiasi rigurgito di dignità.

La Pausini che commenta di essere per la pace e di sognare un mondo senza guerre — e graziealkaxxo; lo stesso Abbronzato adagiato sul lido degli ignavi che legge, dal monitor, pensieri di un’opulenza irriguardosa verso il pensiero stesso; la gnoccona di cui sopra che ammette di sperare nella fine dei conflitti — e ri-graziealkaxxo.
E nessuno, nessuno, nessuno che s’incammini nella dignità, cercando di cavar fuori dal buco qualche parola sana sul crimine contro l’umanità che sta avvenendo scientemente a Gaza per mano di un Boia e dei suoi sodali sciacalli. Nessuno che provi a ricordare che, ancora oggi, il Boia continua ad assassinare bambini denutriti e infreddoliti dentro le tende. Non una parola di libertà, non un richiamo al fatto che il Boia di Gaza non potrebbe mettere piede in nessun luogo del globo perché ricercato dal tribunale internazionale.

Silenzio e censura, nel festival-specchio di una società retta da camerieri di uno Psicopatico che, oltre a essere compagno di merende del Boia, vorrebbe trasformare quella terra violentata dai sionisti in un resort per multimiliardari — dio li fulmini tutti.

Conclusione: se gridi «W l’Italia antifascista!» la Digos ti chiede i documenti; se dici «Palestina libera!» ti prendono e ti sbattono fuori da ogni luogo pubblico, a volte ti licenziano pure; se provi a protestare, possono trattenerti dodici ore in commissariato.
Mi chiedo quanto tempo occorra ancora prima che molti comprendano di essere dentro un loop dal sapore fascista, liberticida, censorio. La nuova legge elettorale suggella tutto questo.

Ma vuoi mettere cantare l’amore eterno di Sal Da Vinci?

L'Amaca

 

Per qualche dollaro in più

di Michele Serra

Il mistero dei dazi si infittisce. Perché Trump ne ha fatto una bandiera? Perché considera un oltraggio alla Patria il pronunciamento anti-dazi della Corte Suprema? E perché si incaponisce? Secondo il responsabile del Commercio dell’amministrazione Trump, signor Greer, i dazi servono a proteggere «le vittime della iperglobalizzazione», in particolare l’elettorato del Middle West che ha votato in massa per il presidente in carica.

Dal basso della mia incompetenza di cose economiche, ho fatto una breve ma rispettosa ricerca in rete, ma non ho trovato una sola riga che mi aiutasse a capire come e perché l’introduzione dei dazi avrebbe protetto, o proteggerebbe in futuro, «le vittime dell’iperglobalizzazione». Al contrario, secondo diverse fonti (tra le quali la banca centrale degli Stati Uniti), i dazi hanno avuto un impatto negativo sul costo della vita degli americani perché hanno fatto aumentare i prezzi, «agendo come una tassa regressiva che colpisce maggiormente i redditi bassi». Per i redditi alti, pagare più caro il vino francese o italiano è un trascurabile fastidio. Mentre per i redditi bassi, se i beni di prima necessità aumentano anche di poco, è un problema.

Sarà interessante capire se e quanto la brava gente del Middle West, facendosi i conti in tasca, confermerà o meno la sua fede in Trump. O se prevarrà la credulità “patriottica”, e l’idea che il mondo derubi l’America, confortante come tutti i capri espiatori (niente è più popolare di un capro espiatorio) continuerà a prevalere sull’evidenza.

In politica l’economia conta molto, ma non è tutto. Contano anche l’emotività, la psicologia, la paura, la speranza (ad averla…), le cosiddette idee o quel che ne rimane. E l’idea che il mondo sia malvagio e l’America buona, laggiù nel Middle West, magari non è meno influente di qualche dollaro in più nel conto della spesa.

Squarcio di verità

 

Su energia e bollette i poveri devono sperare nella carità 


di Sottosopra 

E dire che, per trovare soluzioni “significative”, il governo ci ha messo un anno e mezzo: un lasso di tempo in cui la povertà energetica, cioè il numero di famiglie che non possono permettersi di acquistare l’energia necessaria a scaldarsi e ad altri servizi essenziali, ha toccato livelli record – il 9% del totale – e la crisi della produzione industriale, specie nella manifattura energivora, ha avanzato inesorabile, divorando lavoro e benessere per il Paese intero. Ciò che conta, ha detto però Giorgia Meloni sciorinando la trafila di numeri atti a cortina fumogena del decreto Bollette, è che avrà un impatto “rilevante”, e almeno su questo ha certamente ragione.

Il provvedimento riesce infatti in tre risultati chiari: segnala che l’Italia non ha alcun interesse nell’allontanarsi dal gas come fonte primaria, piccona il poco che resta del Green deal europeo dando un altro colpo alla transizione, e scoraggia infine gli investimenti nelle rinnovabili, allontanando potenziali investitori dal nostro Paese. Il decreto da 5 miliardi – se sembrano molti, è utile ricordare che i soli profitti netti di Eni nel 2024 sono stati 5,2 miliardi – non tocca infatti la causa strutturale che rende il nostro prezzo dell’energia il più alto d’Europa, cioè la dipendenza dal gas nella generazione elettrica. Circa il 70% del costo dell’energia all’ingrosso è determinato infatti dal costo marginale delle centrali a metano, e finché questa architettura rimane intatta – finché cioè non si effettua il decoupling, il “disaccoppiamento” – tutti gli interventi su costi accessori, di trasporto e oneri di sistema sono pressoché irrilevanti, o al più partite di giro: si spostano dai produttori alle bollette finali, dall’industria ai consumatori, sotto altre voci.

L’industria, poi, dovrebbe giovarsi del rimborso dei costi Ets (Emissions trading system) ai produttori, cioè il meccanismo di mercato attraverso cui la Ue ha scelto di tradurre in prezzi il danno ambientale, stabilendo quote massime di emissioni di Co2 e gas serra per certi settori, oltre alle quali è necessario comprare certificati che pareggino le esternalità negative. Neutralizzare questo sistema, restituendo ai produttori a gas il costo delle quote di emissione (procedura che Bruxelles potrebbe peraltro considerare aiuto sleale), equivale a togliere il solo freno esistente alle fonti fossili, rendendo il gas artificialmente competitivo. E penalizzando le rinnovabili, che non inquinano e non hanno quindi certificati da pagare. C’è di peggio: presentando l’Ets come una “tassa europea”, come ha fatto Meloni, si prova a far passare l’idea che le rinnovabili siano parte del problema e non l’unica soluzione, tanto sul fronte dei costi quanto su quello ambientale. Impossibile non chiedersi quali effetti questa posizione avrà su coloro che, correttamente, considerano l’Italia come un territorio ideale per puntare sulle fonti pulite: chi investirà in un parco eolico o fotovoltaico sapendo che il governo può in qualsiasi momento comprimere i ricavi di mercato per sussidiare il gas? E chi vuole rischiare di vedere le regole cambiare da un momento all’altro, alla faccia della paventata “stabilità” come principale motore economico?

Merita una parola, infine, la beffa per le famiglie, nella retorica governativa vere beneficiarie del decreto, non per niente rinominato “bollette”. Se per quelle già titolari del bonus sociale il decreto offre 115 euro in più all’anno – meno di 10 euro al mese – chi ha un Isee tra 10 e 25 mila euro potrà forse beneficiare di uno sconto volontario da parte dei venditori di energia: se, bontà loro, lo riterranno buona strategia commerciale. Insomma: si affida la tutela dei più deboli alla munificenza dei ricchi. Una scelta assai strana per il governo che si dichiara vicino al popolo.

Forum Disuguaglianze e Diversità

Quarto anno

 

Coraggio, fatti ammazzare 


di Marco Travaglio 

Anche nel 4° anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina e nel 12° del golpe di Maidan contro il presidente neutralista Yanukovich che scatenò la guerra civile, gli sgovernanti europei e i loro trombettieri continuano a evitare i conti con la realtà. E a raccontare (e a raccontarsi) frottole: la Russia sta perdendo la guerra, o è “impantanata”, quindi Kiev può vincere. Intanto l’Ucraina è devastata e decimata; gli Usa da un anno non le inviano più un euro né una fionda; l’Ue ha finito i soldi e le armi, salvo quelle che compra dagli Usa per regalargliele perché continui a perdere uomini e territori, e non riesce neppure a varare il 20° pacchetto di sanzioni né il “prestito” di 90 miliardi. In un simile disastro, una classe dirigente sana di mente ammetterebbe di aver fallito e aiuterebbe Kiev nell’unica cosa che le serve: tornare alla neutralità che le aveva garantito 25 anni di esistenza pacifica dopo l’indipendenza, con rapporti di buon vicinato sia con Mosca sia con l’Ue. Se Zelensky l’avesse accettata prima dell’invasione (come chiesero Scholz e Macron), o subito dopo (come chiese Putin a Istanbul con l’autonomia del Donbass pattuita a Minsk), l’Ucraina sarebbe tutta intera, senza centinaia di migliaia di morti e 4 milioni di profughi. Invece ha perso il 20% del territorio (il triplo del 7% che Mosca controllava prima del 2022, non il 14 inventato a Otto e mezzo dalla Tocci). E tanto basta a dichiararla sconfitta: Zelensky, Ue e Nato hanno sempre definito “vittoria” la riconquista della Crimea e di tutti i territori perduti negli oblast di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia, Kherson, Kharkiv, Sumy e Dnipropetrovsk; invece Putin, in Alaska e nel piano di pace concordato con Trump, ha chiesto le zone finora occupate più il 15-20% che gli manca del Donetsk in cambio di altre aree superflue sotto il suo controllo. E, siccome Kiev e l’Europa hanno risposto picche, continua la guerra per prendersi anche quel lembo di terra ultra-fortificato dalla Nato, al prezzo di altri morti e devastazioni.

Per raggiungere gli obiettivi dichiarati, alla Russia bastano 4-5mila kmq in Donetsk, mentre all’Ucraina ne servirebbero 120mila: siccome nell’ultimo anno i russi ne hanno conquistati 4-5mila, ciascuno può trarre le proprie conclusioni. Invece, con grave sprezzo del ridicolo, Merz dice che “Mosca deve arrendersi”. La Kallas che “la Russia è allo sbando, con l’economia a pezzi e i cittadini sono in fuga” (la confonde con l’Ucraina). E Rutte – in piena dissociazione schizofrenica – che “Mosca produce in tre mesi le armi che l’intero Occidente fabbrica in un anno”, ma “se ci attaccasse ora vinceremmo ogni battaglia”. E allora, di grazia, perché dovremmo versare 800 miliardi per il riarmo e il 5% del Pil alla Nato?

Ma cosa…

 

Ma cosa stava facendo Raf prima di entrare sul palco? Chiedo per un amico.



Perché Sanremo è Sanscemo!

 

Le mani sulla città: Sanremo, ogni cosa ora è sponsorizzata


di Silvia Truzzi

Sanremo come Venezia, quella di Guccini “che muore, appoggiata sul mare”. La città che si vende non ai turisti, ma agli sponsor affoga in un mare di brand: un Carnevale senza allegria, solo maschere. In questi tre lustri di Fatto abbiamo visto Sanremo trasfigurare, schiacciata dal peso di un Festival che si è fatto sempre più mostruoso, come se l’Ariston – un Mangiafuoco “con la bocca grande come un forno” – avesse divorato la città in un sol boccone, ma al ralentì. C’è stato un tempo, un tempo non lontanissimo, in cui la domenica prima dell’inizio del Festival si poteva mangiare e chiacchierare nella storica piazza Bresca: adesso la musica a volumi assurdi è dappertutto, dalla mattina presto a notte inoltrata. La musica di strada, la musica dei locali, la musica delle radio che trasmettono con l’altoparlante: un rumore confuso a cui è impossibile sfuggire. Una volta financo durante “l’evento” (questa parola dovrebbe essere vietata o almeno dovrebbe esserne sanzionato l’abuso) si poteva camminare per le strade come se fossero parte del territorio in cui la Costituzione spiega che i cittadini possono circolare liberamente. Ma in questa fettina di terra stretta tra le Alpi e il mare, l’articolo 16 da qualche anno è stato abolito, sfrattato da studi televisivi a cielo aperto, red carpetglass, giganteschi passaggi per vip ai bordi dei quali la gente può solo accalcarsi, aspettare, fotografare. I varchi con i controlli e i metal detector sono ovunque: ti fermano in continuazione, anche con il pass stampa che non fa passare da nessuna parte. Ogni anno c’è un divieto in più, un “qui non si passa” in più, un “deve andare di là” in più: così gli individui diventano folla acclamante, l’unica ad avere diritti e gridolini garantiti a favore di telecamera. Le vie e le piazze sono luoghi esclusivi, entrano solo i vip.

Come è stato che Sanremo è diventato un affare da 300 milioni di euro? La pubblicità bellezza, e quella in tv è solo una parte. L’ha spiegato benissimo uno dei main sponsor del Festival: “Parlare di un brandsenza toccare il prodotto, è una cosa che si può fare solo a Sanremo ed è una cosa bellissima”. Per capirci: accanto alle vie dell’Ariston c’è la grandissima piazza Colombo, tanto ampia che ospita il capolinea degli autobus ed è progressivamente scomparsa perché il palco brandizzato, con relative passerelle, si è allargato per ogni dove. Il mare è occupato dalla nave da crociera che si collega con il Festival in diretta, il cielo dalla grande ruota panoramica sponsorizzata da un marchio di make up. I balconi davanti al Teatro sono in affitto ad aziende, i negozi anche. Sembra Milano durante il Salone del mobile, ma tutto è concentrato in due chilometri di strade e l’espropriazione degli spazi pubblici si nota molto di più. La Rai dice: siamo inclusivi, le persone possono venire a godersi il Festival senza pagare il biglietto perché la festa è dappertutto. Già, ma cosa gli diamo in cambio di una foto da mettere su Instagram? Un pezzettino di libertà. Nessuno però se ne lamenta, perché nessuno se ne accorge. Tutti sono in qualche misura parte del meccanismo, come criceti nella ruota (chi ha il “privilegio” di essere qui nella settimana del Festival lavora 24 ore su 24: non c’è tempo per pensare). E poi perché, sempre nelle parole di un main sponsor, “Sanremo è the place to be”, il luogo dove bisogna essere. Ma di questo enorme flusso di denaro alla città non ritorna indietro nulla di duraturo, nulla che sia per la comunità o anche per i turisti: gli alberghi e i ristoranti costano sempre di più e sono sempre più decadenti. Stessa cosa per gli arredi urbani, e dire che in centro perfino i paletti spartitraffico sono sponsorizzati! Succede a Venezia, dove si paga per entrare, succede a Firenze, a Roma (2 euro per la Fontana di Trevi). Succede qui, in questo circo triste e ignorante che fa finta di essere un evento culturale.

Fazzo

 

L’ultima fazzata 


di Marco Travaglio 

“Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione”. La citazione di Amici miei si attaglia alla perfezione al sottosegretario Fazzolari, che la Meloni definì “la persona più intelligente che ho conosciuto in vita mia” (per dire com’erano le altre). Il noto genio, non sapendo come difendere l’indifendibile schiforma Nordio, ha testualmente affermato: “In Russia non c’è la separazione delle carriere, quindi probabilmente Putin voterebbe No”. In pratica, il Fazzolari pensa che il problema della giustizia in Russia – come in tutti i regimi autocratici – sia l’unicità delle carriere e non la dipendenza sia dei giudici sia dei pm dal regime, tant’è che non c’è richiesta dei pm che non venga accolta dai giudici. Ed è proprio il modello a cui s’ispira il suo governo, che strilla all’errore giudiziario appena un giudice decide diversamente da un pm e appena un pm o un giudice prendono decisioni sgradite al governo. Tant’è che, a sentire Nordio, lo scopo della schiforma è mettere i governi al riparo da indagini sui ministri, oggi di destra e domani di centrosinistra. Roba che Putin, se avesse tempo da perdere appresso a Nordio, si congratulerebbe con lui, chiederebbe la cittadinanza italiana per votare Sì e incasserebbe pure il copyright. A questo punto il genio risponderà che nella schiforma c’è scritto che sia i pm sia i giudici restano autonomi e indipendenti. Oh bella, e quale riformatore è così idiota da mettere nero su bianco le pessime intenzioni che s’accinge a realizzare con legge ordinaria appena incasserà il Sì dagli ignari elettori?

Siccome Fazzolari è pure un superesperto di diritto comparato, conoscerà senz’altro l’art. 120 della Costituzione russa: “I Giudici sono indipendenti e sottoposti solo alla Costituzione della Federazione Russa e alla Legge federale”. Quindi, siccome c’è scritto che i giudici sono indipendenti, possiamo dire che lo sono? Nella Costituzione cinese, art. 126 sui giudici: “I tribunali popolari esercitano il potere giudiziario in maniera indipendente, in conformità con le disposizioni di legge, e non sono soggetti a interferenze da qualsiasi organo di amministrazione, ente pubblico o individuo”; art. 131 sui pm: “Le Procure del popolo esercitano il potere requirente in maniera indipendente… e non sono soggetti a interferenze da qualsiasi organo di amministrazione, ente pubblico o individuo”. Costituzione di Cuba, art. 150: “I magistrati e i giudici… sono indipendenti e devono obbedienza unicamente alla legge”. Costituzione dell’Iran, art. 156: “Quello giudiziario è un potere indipendente”. Costituzione della Corea del Nord, art. 166: “La Suprema Corte è indipendente nell’amministrazione della giustizia”. E, siccome è scritto, è vero: tutte culle della democrazia.

L'Amaca

 


Senza regole non esiste ordine

di Michele Serra

Forse perché non sono affiliato a cosche mafiose, non rapino banche, non importo stupefacenti, ovviamente anche io sto con la Polizia (e con i Carabinieri, la Guardia di Finanza, la Polizia Ferroviaria, la Guardia Forestale, la Guardia Costiera, eccetera). E credo che nessuno si consideri nemico di queste donne e uomini in divisa, eccezion fatta per i nostri fratelli che sbagliano: i criminali.

Dunque, ogni dichiarazione enfatica favorevole alle forze dell’ordine, e contraria al crimine, è prima di tutto pleonastica. Come dire “io sono favorevole alla salute”, o “sono contrario agli incidenti stradali”. È una cosa che praticamente tutti pensano. Perché dirla, allora? Perché l’apparente ovvietà, però declamata con grande enfasi polemica, lascia intendere che “altri” siano invece contro la Polizia. Che tramino per indebolirla, lordarne l’immagine, colpirla.

La banale realtà è che la questione “ordine pubblico” è, nell’opinione comune, tra le più condivise. L’ordine piace alla stragrande maggioranza della popolazione: di ogni idea politica. E il suo mantenimento viene considerato un diritto e un dovere dello Stato. Ma entro regole, leggi e limiti che sono essi stessi costituenti dell’ordine (non esiste ordine senza regole: nessuno meglio della destra politica, per storia e convincimenti, dovrebbe saperlo).

E dunque dire che le forze dell’ordine non devono usare violenza se non costrette da evidenti emergenze, né abusare della loro divisa, non solo non significa essere “contro i poliziotti”. Al contrario, significa proteggerli: soprattutto da chi specula su di loro per confondere le idee e raggranellare qualche voto.

Eroi dimenticati

 


Senza più benzina né luce Cuba vive di espedienti

“Stavolta è la fine del film”

Un benzinaio deserto per il blocco petrolifero imposto da Trump. Bambini cubani camminano verso la scuola nel centro dell’Avana. Le ore di lezione sono dimezzate per risparmiare energia.

di Silvia Blanco

All’Avana, paralizzata dal blocco petrolifero e dalle minacce di Trump, l’attesa che qualcosa cambi. «Da dentro o da fuori»

Nell’Avana dell’asfissia petrolifera imposta dagli Stati Uniti la giornata inizia con l’odore della spazzatura che brucia per strada. Sul Malecón, affacciato su un mare senza navi, passano pochissime auto e la gente cammina in silenzio. Ogni giorno, la maggior parte dei cubani esce di casa per andare a inventar – cercare ogni mezzo per sopravvivere nelle condizioni estreme che sopportano da anni – e da tre settimane, da quando il presidente americano Donald Trump ha minacciato di imporre dazi su chiunque fornisca carburante a Cuba, anche per aspettare.

Prendere un taxi all’Avana oggi è un’impresa difficile, e si fa più complicata e più costosa man mano che i tassisti esauriscono la benzina, che riescono a ottenere soltanto razionata. Lo stesso vale per gli almendròn (vecchie autovetture adibite al trasporto collettivo), le gacela (i minibus gialli del governo), i cocotaxi (mototaxi con un guscio a forma di noce di cocco), i bicitaxi (risciò a pedali con tettuccio per due passeggeri), le moto, i veicoli elettrici a tre ruote e persino le carrozze trainate da cavalli. Prendere un mezzo che permetta di andare al lavoro, tornare a casa, andare dal medico o a un appuntamento significa camminare per chilometri o unirsi ai gruppi di persone che aspettano per un tempo indeterminato.

I cubani aspettano un mezzo di trasporto e qualcosa da mangiare ogni giorno, prigionieri in un groviglio di ostacoli che gli impediscono di trovare, per esempio, del pollo a un prezzo accettabile, perché i rincari sono sconsiderati. Ma aspettano anche che si arrivi da qualche parte, che succeda qualcosa, che ci sia un cambiamento – anche uno qualsiasi – perché inizia a farsi strada l’idea che questa crisi abbia qualcosa di irreversibile. «I vecchi dicono che una cosa così a Cuba non si era mai vista», dice una ragazza di vent’anni. «Se quello che viene è anche solo il cinque per cento migliore sarà già qualcosa».

Ci sono pochissime informazioni su quanto accade. Non c’è conferma ufficiale di trattative in corso con gli Stati Uniti, e, se ci sono, nessuno sa quali condizioni stanno negoziando. E non sa, nel caso in cui il petrolio non arrivi, se Cuba dovrà affrontare una crisi umanitaria, un cambio di regime, una transizione graduale o un intervento straniero.

Molti tra coloro che lavorano nei settori che hanno subito per primi i contraccolpi di questa situazione, insolita persino per gli standard cubani, oltre a una rabbia enorme nei confronti del governo hanno una parola sulle labbra: cambiamento. Non è un’idea come un’altra in un regime che è al potere da 67 anni, e pronunciarla comporta rischi. È la ragione per cui in questo reportage non compaiono i veri nomi delle persone intervistate.

«Deve esserci un cambiamento», dice un venditore nel capannone industriale che ospita il Mercato dell’artigianato, una struttura pensata per accogliere i passeggeri delle crociere, non per avere più bancarelle che compratori come è successo questa settimana. «Sento che siamo arrivati alla fine del film: il Paese è fermo, non possiamo andare avanti così», dice un autista in affanno perché deve razionare i venti litri di benzina assegnati.

Da anni i cubani affrontano una crisi dopo l’altra. È una traiettoria in caduta costante, l’impoverimento viene normalizzato. Cuba è un posto in cui se entri in una farmacia del centro dell’Avana chiedendo dell’ibuprofene vedi gli scaffali vuoti: non c’è niente, nemmeno i cerotti, solo erbe per le tisane. Un posto in cui si fanno ore di coda per prelevare contante dagli sportelli bancari, colpiti dai blackout, dalla sfiducia e dalla carenza di banconote.

Al paesaggio della capitale in questi giorni non manca solo il traffico. I turisti sono pochissimi, e questo li rende molto più visibili, quasi esotici, in un Paese che su di loro, e sui loro dollari, ha puntato buona parte delle sue aspettative e della sua infrastruttura economica. La sensazione di incertezza e i blackout restano fuori soltanto dal grande Hotel Nacional de Cuba, cinque stelle, un imponente edificio costruito nel 1930. Sette enormi lampadari ne ornano l’atrio, aperto su un maestoso giardino con palme e vista mare, affacciato sul Malecón, nel quale passeggiano galli, galline e pavoni. All’ingresso, una coppia di americani si fa fotografare accanto a una macchina d’epoca rosa. Camerieri in divisa servono cocktail ai tavoli e ogni pomeriggio c’è un concerto dal vivo di mambo, salsa e ritmi cubani.

In questo hotel, che ha ospitato stelle di Hollywood, boss della mafia degli anni Quaranta e membri di famiglie reali, le autorità cubane stanno trasferendo all’ultimo momento i turisti che avevano prenotato in altri alberghi, chiusi per mancanza di carburante. «Non le so dire la ragione precisa, ma stanno cercando di ottimizzare le risorse: non ci sono entrate sufficienti», dice affranta la receptionist di un hotel vicino. «Il Nacional è un simbolo e sarà l’ultimo a chiudere», dice un’impiegata. Qui ci si sente come in una specie di enclave per stranieri e cubani benestanti in cui tutto va bene – o così si vuol far credere – anche se fuori il Paese è quasi paralizzato.

A cena, una cantante esegue El manisero accompagnata dal pianoforte a coda, in una sala in cui mangiano solo due coppie. In un’altra zona, Miramar, i saloni del Meliá, albergo a cinque stelle, sono deserti. Vi alloggiano a malapena gli equipaggi dei pochi aerei che atterrano quotidianamente.

In una piccola scuola i bambini cominciano ad arrivare dalle sette e mezza. María, 27 anni, ha appena lasciato la figlia a scuola e torna in fretta a casa per poi andare al lavoro in una mipyme (piccola o media impresa privata) di ristorazione: un esempio di attività che il regime consente all’iniziativa privata. «Andiamo a dormire senza corrente e ci svegliamo senza corrente», spiega. «Stamattina non ho potuto dare latte alla bambina. Qui a scuola mangiano, ma cerco di fare in modo che la sera a casa trovi almeno un ovetto».

Nella zona monumentale della città vecchia, due donne «vestite da mulatte libere dell’epoca coloniale» — con turbante, fiori e grandi ventagli — si fanno fotografare in cambio di qualche peso assieme ai pochi turisti di passaggio. Una delle opzioni per mangiare in questa zona sono i paladares (piccoli ristoranti a gestione familiare). Da uno di essi esce il profumo del soffritto. Come specialità locale il cameriere propone l’aragosta alla griglia a diciotto euro, un terzo del salario medio mensile dei cubani. Le aragoste sono a chilometro zero: non più distanti di quanto il carburante consenta alla barca dei pescatori. Nel corso dell’ora che dura il pranzo non entra nessun altro cliente. In sala ci sono solo un cameriere e un musicista. Alla fine nasce una conversazione sulla necessità di un cambiamento. Il modello è la Cina: «Il popolo vuole stare tranquillo, non vuole lotte, guerre o invasioni. Vuole che si negozi e che ci sia prosperità, vuole essere pagato e non ingannato», dice il musicista.

La sensazione che dopo questa asfissia energetica qualcosa si trasformerà porta alcuni a pensare che qualsiasi cosa sarebbe meglio di un governo che la maggioranza percepisce come eterno, corrotto, incompetente e aggrappato al potere a spese dell’impoverimento e della sofferenza della popolazione. Per i meno pessimisti, le opzioni includono un’ancora di salvezza improbabile come Donald Trump. «Speriamo che vengano gli americani e facciano qualcosa, non so a vantaggio di chi né cosa. Ma che avvenga subito, che si portino via tutti i Castro, come hanno fatto con Maduro», dice un operaio edile di ventotto anni emigrato all’Avana da una zona rurale vicina a Santiago de Cuba, dove «non c’è niente».

Roberto è nato un anno prima della Rivoluzione. Ha 68 anni e da sette ore fa la fila in due banche diverse, per ritirare la pensione e prelevare contante. «Vivo alla giornata, non ho nessuna aspettativa», dice seduto all’ombra di un albero. La sua generazione e quelle precedenti rappresentano il 25 per cento della popolazione cubana, che conta circa 8,5 milioni di abitanti. «Difendo le origini della Rivoluzione, ma non si è evoluta: stiamo andando indietro», riflette, denunciando al tempo stesso la repressione del regime. Ricorda gli anni Ottanta come «un bel periodo, c’era equilibrio sociale, si viveva bene. Non c’era tutto, non si poteva viaggiare… ma insomma. È una situazione grave, sì, ma cerchiamo sempre alternative. Non si può perdere la dolcezza, il sorriso… è quello che ci sostiene, e non è rassegnazione, è spirito di adattamento», dice.

Crede che la gente voglia un cambiamento che viene dall’interno perché «nessuno ha il diritto di imporci qualcosa», dice a proposito di Trump. Ma pensa che la pressione che sta esercitando su Cuba «può portare a un cambiamento, ma non deve essere brusco, perché sarebbe pericoloso». E intanto aspetta.

(Traduzione di Alessandra Neve)

Dimenticavo

 

Rogoredo, la “botta di culo” diventa uno spot per il No 


di Daniela Ranieri 

Insomma: temevamo azioni violente da parte degli sparatori dell’Ice, la milizia di esaltati armati da Trump, soggiornanti tra Milano e Cortina al seguito delle squadre statunitensi in gara alle Olimpiadi, e invece a sparare alla tempia a un pusher 28enne disarmato in un boschetto di Rogoredo, come ha scoperto un pm facendo ciò che secondo le voci più autorevoli del governo era del tutto inutile fare, cioè indagare, è stato un nostro tutore dell’ordine. Un figlio del popolo, stando alla ormai abusata definizione di quel povero Pasolini la cui salma viene riesumata dalla destra ogni volta che c’è da difendere a prescindere un poliziotto, vuoi quando manganella studenti che manifestano per la Palestina, vuoi quando abbatte a sangue freddo un extracomunitario. La realtà non poteva inventare uno spot più efficace a favore del No al referendum e a sfavore delle altre riforme repressive in cantiere: per fortuna le forze dell’ordine ancora non hanno nessuno scudo penale, per fortuna i pm ancora non danno retta al governo su chi e come indagare (Meloni, Salvini e l’avvocato Bignami avevano già chiuso il caso prima che il cadavere fosse chiuso nel sacco dell’obitorio), per fortuna la messinscena della finta pistola-giocattolo accanto al corpo esanime del giovane è stata smentita dai colleghi del killer, quando ormai mentire per difendere un violento, uno che a quanto risulta chiedeva il pizzo agli spacciatori e veniva chiamato “Thor” perché girava con un martello, sarebbe stato oltremodo stupido e autolesionista. Cioè, i 4 poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso sono stati più saggi dei nostri governanti, che non hanno esitato a “metterci la faccia” pur di cavalcare quella che deve essergli sembrata una gran botta di culo: uno straniero di pelle scura che spaccia e punta la pistola contro un poliziotto, il quale si difende e viene pure indagato dai pm zecche rosse e anti-governative.

Ora Giorgia, la figlia del popolo, si duole molto perché “se quanto ipotizzato trovasse conferma nel seguito delle indagini” (perché può sempre darsi che le indagini parallele di un Galeazzo Bignami rivelino che il pusher aveva una bomba a mano nel marsupio), ci ritroveremmo davanti a un fatto gravissimo, un tradimento nei confronti della Nazione, della dignità e onorabilità delle nostre forze dell’ordine”, parole altisonanti e robustamente fasce che non lasciano spazio a un briciolo di rincrescimento per la vita di 28enne giustiziato fra le sterpaglie. Viene da chiederle: scusa Giorgia, ma il morto? Una parola per la famiglia? Niente: Meloni – che giorni fa è andata al capezzale di un poliziotto colpito alla manifestazione di Torino a tenergli la mano perché orrendamente sfigurato da un collarino – prova “profonda rabbia all’idea che l’operato di chi tradisce la divisa possa sporcare il lavoro di tantissimi uomini e donne che ogni giorno ci proteggono e difendono la nostra sicurezza, con abnegazione sacrificio e senso delle Istituzioni”, quello che non hanno avuto lei i suoi colleghi di governo commentando a caldo un fatto di cronaca nera per trasformarlo in un fatto politico a loro favore. E il morto ammazzato in fondo era un migrante, cioè niente; anzi, è ora di far finire la pacchia per questi immigrati che vengono a farsi sparare dai nostri poliziotti.

Come tutti i politici con un talento per la cialtroneria, adesso Salvini chiede per l’agente il doppio della pena (dallo scudo penale alla legge marziale), sempre perché ha leso l’onore, la dignità, la divisa e le altre figure astratte del codice autoritario-machista, mica perché non si sopprimono gli immigrati per strada. Basterebbe applicare le leggi e la Costituzione, ciò che infatti costoro vogliono impedire alla Magistratura di fare.


Triste anniversario

 

Dopo 4 anni di guerra la stessa propaganda


di Elena Basile 

Il 24 febbraio 2026, la data ricorda, a coloro in grado di restare persone morali, le vittime di quattro anni di guerra insensata. Eppure non cambia nulla. I tifosi della squadra ucraina contro quella russa non sembrano essere sazi di sangue. La retorica militarista trionfa. Analisti sobri e preteschi, giovani donne, con visi gentili, mamme cristiane, che dirigono centri di ricerca in grado di strombazzare il verbo dei dem statunitensi, ritornano alla carica. La Russia imperiale si è svegliata un giorno e ha deciso di marciare contro l’Ucraina, paese vicino, debole, aggredito e difeso dalle democrazie occidentali. Lo scopo del dittatore Putin sarebbe la riconquista dei territori del vecchio impero. I baltici quindi? La Polonia e i Paesi dell’Est? Costoro che pur si definiscono esperti di politica internazionale conoscono i parametri oggettivi di un’espansione imperiale? Perché di fronte a questa manipolazione delle coscienze la generazione Z scesa in piazza contro il genocidio non insorge? Come abbiamo ripetuto fino alla nausea, Mosca ha un Pil non consono a un’avventura espansionistica, ha un tasso demografico discendente, immensa superficie e ingenti materie prime, risorse minerarie, ha una potenza militare non paragonabile a quella della Nato, dovrebbe essere suicida e folle per accarezzare sogni di dominio imperialistico. Un approccio storico, un’analisi condotta sulla base di una documentazione abbondante, prova che l’utilizzo dell’Ucraina, di cui si è pompato il nazionalismo dell’ovest fino a provocare una guerra civile, è un vecchio progetto neocon statunitense, teorizzato dal grande stratega Brzezinski e riproposto dalla Rand Corporation nel 2019, osteggiato fino al 2008 dall’Europa continentale e mediterranea. La guerra di Mosca è una guerra esistenziale non contro un vicino debole ma contro una leadership, che ha svenduto gli interessi del popolo ucraino, utilizzata politicamente e militarmente dagli anglosassoni e poi dall’intera classe dirigente occidentale come piattaforma di assalto per un tentativo di regime change, tramutato in guerra a bassa intensità per indebolire la Russia.

La propaganda dopo la distruzione di un Paese, ormai fallito e nelle mani di rapaci corrotti predatori, dopo la morte di centinaia di migliaia di giovani, non si arrende. Vuole ulteriore distruzione, condanna altri giovani, osa affermare che la mediazione a marzo del 2022 sarebbe fallita sui crimini di Bucha (su cui attendiamo ancora un’inchiesta indipendente), alimenta l’odio per il paese demonizzato, la Russia, inneggia al sabotaggio della mediazione. Vampiri che si fanno chiamare filoucraini. Le domande poste da Ipazia all’inizio di questa guerra, restano valide e senza risposta: perché un’Ucraina neutrale, federale, vicina economicamente all’Ue, in grado di salvaguardare anche gli interessi economici russi nelle regioni dell’Est, non sarebbe stata un bene per il popolo ucraino ed europeo? Questa l’opzione caldeggiata dal presidente Yanukovich e dai russi, respinta da Washington. Non si può ragionare. La sottocultura menzognera domina ormai non solo nella classe dirigente europea ma persino nella borghesia progressista. L’élite di Epstein, lo stato profondo statunitense che trova nei dem Usa la sua migliore espressione, è nella sostanza complice del genocidio di Gaza ma finge di criticare Trump e Netanyahu. La Cnn e la Bbc sono più sofisticate di Fox news ma l’orizzonte geopolitico è lo stesso. Sono impegnati politici, media di destra, e del centrosinistra, a demonizzare senza prove, con menzogne vergognose l’Iran, al fine di giustificare il regime change, mentre assediano e fanno morire di fame il popolo cubano. Possibile che i moderati colti, i benpensanti di destra come di sinistra, ma soprattutto i giovani, che non avranno una pensione, sono privati dello Stato sociale e rischiano persino di andare in guerra, non si rendano conto che è la stessa classe dirigente, complice del genocidio di Gaza, a volere la libertà dei popoli iraniano, cubano, venezuelano e ucraino? Come cadere in questa manipolazione da film hollywoodiano scadente? Il soft power celebrato dalla Clinton, finanzia Ong e media, la sottocultura di massa premia soap opere, scrittori allineati, l’autoritarismo delle oligarchie stabilisce ogni giorno una linea rossa del pensiero e discrimina gli eretici, il neoliberismo toglie dignità alle classi lavoratrici, scompaiono i corpi intermedi, la rivoluzione digitale ci inchioda di fronte agli stessi slogan, allo stesso odio. Un nuovo fascismo, camaleontico e inafferrabile, si fa strada grazie ai suoi molteplici cantori. E noi osserviamo impotenti, frammentati, ciascuno nel proprio orticello, pronti a cedere, per un minimo di accettazione, alla retorica su Israele, Hamas, Iran, Russia, Cuba, Venezuela, giochiamo sulla difensiva perché la verità “ non è sempre rivoluzionaria”. Ci sentiamo bravi e più furbi e così facendo gliel’abbiamo già data vinta.

Robecchi

 

Le poesie e le rose. Eliminare tutto di Gaza: eppure resterà per secoli


di Alessandro Robecchi 

Pochissimi mezzi di informazione (tra quei pochissimi, questo giornale) hanno riportato la notizia secondo cui l’Unione europea avrebbe fortemente “consigliato” (praticamente un ordine) all’Autorità Nazionale Palestinese di riscrivere alcune pagine dei libri di scuola destinati agli studenti palestinesi in Cisgiordania. Non si potrà più né leggere, né studiare, né insegnare che a Gaza si coltivavano rose (sì, le rose di Gaza erano famose e vendute ovunque nel bacino del Mediterraneo) per esempio. Poi sono state cancellate alcune poesie palestinesi, è stato vietato di usare parole come “prigionieri”, “martiri”, “rifugiati”. Vietato scrivere che Gerusalemme è capitale palestinese. Il genocidio non basta, bisogna cancellare la memoria, i libri, le poesie. Assassinare decine di migliaia di civili, donne, bambini, incendiare campi profughi, fomentare la carestia, teorizzare lo sterminio, distruggere ospedali, scuole, moschee, non basta: bisogna rubare le parole, le poesie. L’Autorità Nazionale Palestinese avrebbe ubbidito, il che spiega perché piace tanto alle élite europee.

Nel primo venerdì di Ramadan, è stato vietato ai musulmani con meno di 55 anni di recarsi alla moschea di al Aqsa, a Gerusalemme. Il ministro del genocidio Ben-Gvir ha fatto la sua passeggiata nei dintorni, protetto dai suoi legionari. Il giorno dopo alcuni coloni hanno fatto irruzione nella moschea, protetti dalla polizia di Israele. Nel frattempo Israele ha bombardato di nuovo Gaza e il Libano, continua a detenere senza processo, senza accuse, senza difese, migliaia di prigionieri, che nessuno ha il coraggio di chiamare con il loro nome: ostaggi.

Il principale protettore del genocidio, finanziatore di Israele e sostenitore di quell’economia assistita e parassitaria, Donald Trump, ha avviato i lavori della grande operazione colonial-immobiliare che segnerà la soluzione finale del popolo palestinese e della sua terra, proprio mentre Israele approvava leggi e risoluzioni che di fatto certificano l’annessione della Cisgiordania, i peggiori del mondo partecipano alla festa, l’Europa “osserva”, Tajani “osserva”, i media tacciono, o mormorano in sordina, o sono distratti. Chi parla, chi resiste, chi denuncia, viene osteggiato in ogni modo, minacciato, intimidito, diffidato, intimorito. Esiste uno Stato al di sopra di ogni legge e diritto internazionale, accusato di genocidio, colpevole di orrendi crimini di guerra, che pratica l’apartheid, difeso, assistito e armato dalle élite mondiali, dai loro media asserviti, dai loro potenti ricattati, protetto in ogni modo da una poderosa scorta mediatica.

E nonostante questo, nonostante le pressioni, il clima omertoso, nonostante il linciaggio sistematico di chi difende le vittime e la complice comprensione per i carnefici, di solidarietà sottotraccia, di “hanno esagerato però…”, di sofismi complici… nonostante tutto questo, rimane nella gente, nella gente perbene, un senso di ribrezzo, di distacco, di non voler aver niente a che fare con una così mastodontica ingiustizia, con un così vergognoso crimine contro l’umanità. Non è resistenza politica, quasi mai, è davvero “resistenza umana”, è repulsione, è un “meditate che questo è stato”, per citare Primo Levi. Una cosa che resterà, che non può essere intimidita, né denunciata, né sbertucciata dai commentatori e dai negazionisti, dai minimizzatori, né processata. Si chiama “memoria”, serve a distinguersi da quelli che non ce l’hanno, a non essere complici, a vivere – da innocenti – meglio di loro.

Verrà un giorno

 



Verrà un tempo in cui epistemologi, storici e politologi basiti si confronteranno così riguardo a questa era del Neroperdisempre:

“Ma come caxxo fu possibile che, nel 2026, il Presidente del Senato di allora si sperticò in un sermone a favore di un simil-comico nostalgico che faceva ridere analfabeti funzionali e che rinunciò alla sua performance ad un festival musicale perché attaccato per le sue idee misogine e sessiste? Come caxxo fu possibile?”

E rimarranno sbigottiti, affogando la loro ansia nell’alcol.

Nel marasma

 

Scudi di fine stagione


di Marco Travaglio 

A furia di inseguire la cronaca nera per vellicare la pancia della gente più disinformata e raccattare qualche voto, i nostri sgovernanti si sono infilati in un cul de sac da cui non riescono più a uscire. Ieri, per dire, hanno prorogato fino al 31 dicembre lo “scudo penale” per il personale sanitario, che non risponderà degli errori se non per dolo o colpa grave in situazioni di carenza di organico. In pratica, invece di fornire più personale agli ospedali, forniscono il salvacondotto ai pochi che ci lavorano se lo fanno male danneggiando la salute e la vita dei pazienti. Poi però capita che il caso del piccolo Domenico morto per il fallito trapianto del “cuore bruciato” invada per settimane i media del dolore, suscitando la giusta indignazione dell’opinione pubblica. E allora il governo dello scudo penale ai medici che sbagliano si trasforma da scudiere in giustiziere, ovviamente a parole, e intima ai magistrati di “fare giustizia”, ovviamente “senza sconti” (“senza scudi” sarebbe troppo). Quindi ora dobbiamo sperare che i magistrati trovino prove sufficienti per dimostrare che i sette sanitari indagati per omicidio colposo hanno agito per dolo o colpa grave, altrimenti costoro la faranno franca per legge. E poi tutti a insultare le toghe complici dei medici che sbagliano per colpa non grave (mentre lo scudo nasce proprio dalla presunzione opposta: che le toghe ce l’abbiano coi medici e tentino di incastrarli a prescindere).

Intanto il governo, dopo aver varato lo ”scudo penale” per gli agenti che sparano e aver difeso quello di Rogoredo che ha ucciso il pusher disarmato, ordina ai magistrati di condannarlo “senza sconti” (“senza scudi” sarebbe troppo). E viene condannato a 12 anni Massimo Adriatici, ex assessore alla Sicurezza di Voghera, che nel 2021 uccise un marocchino ubriaco che faceva casino in un bar. Processo con rito abbreviato e sconto di un terzo della pena, che altrimenti sarebbe stata di 18 anni, dopo che il giudice aveva imposto alla Procura di riformulare l’accusa dall’eccesso colposo di legittima difesa a quella molto più grave di omicidio volontario. Pochi minuti dopo il fatto, mentre i pm ricostruivano l’accaduto, Salvini aveva già emesso la sentenza senza neppure domandarsi perché l’assessore girasse armato di una Beretta calibro 22 carica: “Adriatici è una persona per bene aggredita. È stata legittima difesa. È partito un colpo che purtroppo ha ucciso un cittadino straniero che, secondo quanto trapela, è già noto per violenze, aggressioni, addirittura atti osceni in luogo pubblico”. Poi saltò fuori il filmato di una telecamera che immortalava Adriatici mentre pedinava la vittima disarmata prima di sparargli. Ora è allo studio uno scudo penale per gli imputati difesi da Salvini.

martedì 24 febbraio 2026

L'Amaca

 

Se posso farlo allora lo faccio

di Michele Serra

La simpatia che una persona democratica, forse anche solo una persona civile, può provare per il governo teocratico iraniano e per la sua cosiddetta Guida Suprema, Ali Khamenei, è meno di zero. Detto questo, è stupefacente la normalità con la quale mezzo mondo parla della sua eventuale deposizione per assassinio da parte degli Stati Uniti.

È una delle opzioni in campo: farlo fuori, un drone o un missile, chissà. Deciderà il Pentagono. E qualcuno fa notare che tra un bombardamento a tappeto e l’uccisione “chirurgica” del leader, è meno sanguinaria la seconda ipotesi. Resta da chiedersi, e non è una domanda retorica, su quali basi di diritto, e anche solo su quali basi logiche, una nazione può decidere di condannare a morte il capo di un’altra nazione così, per puro arbitrio, per pura auto-investitura. Perché lo ha deciso. Perché può farlo: e siccome può farlo, lo fa.

È appena accaduto in Venezuela, dove il caudillo Maduro è stato rapito e imprigionato dagli americani. Non un mandato di cattura (americano? internazionale? venusiano?), niente di niente. Solo un pensiero e l’atto che ne consegue: questo qui lo leviamo di mezzo. Perché non ci piace. Punto.

Ha rischiato di accadere in Colombia, il cui presidente, democraticamente eletto, poche settimane fa ha raccontato di non disporre (e di non voler disporre) di alcuna milizia personale, e di avere atteso per qualche giorno che un commando americano venisse ad arrestarlo nella sua casa, nel suo paese: fino a che, con una telefonata a Trump, è riuscito a rabbonirlo, e a evitare il peggio. Scusate: ma non è allucinante?

Coerenza

 

Toghe-politici 51 a 12 


di Marco Travaglio 

Anche dopo l’ultimo sondaggio Ixè che dà i No in forte vantaggio, al referendum può ancora accadere di tutto. Ma già questo è un miracolo: due mesi fa la partita pareva persa in partenza. Il merito, oltreché dei giuristi, giornalisti, politici, artisti, attivisti e semplici cittadini che si battono per il No, è anche e soprattutto del governo Meloni e dei trombettieri del Sì. Che spingono a viva forza gli indecisi a bocciare la schiforma costituzionale perché la spacciano per un rimedio contingente per raddrizzare questa o quell’indagine o sentenza a loro sgradita. Come se fosse un regolamento condominiale. Mentono sapendo di mentire e di non essere smentiti (i famosi fact checker, sistemato Barbero, sono andati in ferie). Ma, dopo il frittomisto di balle impunite su Garlasco, Tortora, bimbi nel bosco, algerino in Albania e Sea Watch, hanno pestato il classico merdone. Invocavano un Sì per salvare gli eroici poliziotti-giustizieri alla Cinturrino dalle toghe-pusher e preparavano per costoro un bello scudo penale. “Io sto col poliziotto senza se e senza ma”, sentenziava Salvini 37 minuti dopo i fatti di Rogoredo, attaccando l’indagine “eccessiva, ingenerosa e gratuita” di “quel pm” che apriva un “fascicolo odioso come se l’agente avesse sparato per uccidere”. Poi il pm, grazie al fascicolo odioso, ha scoperto che l’agente aveva sparato proprio per uccidere il tizio disarmato e fabbricato false prove per dimostrare l’opposto. Riecco Salvini dopo la cura: “Non entro nel merito di fatti che non conosco” (ma va?). Ora che Centurrino è stato arrestato, Salvini pretende che “l’agente che sbaglia paghi doppio”: ma lo “sbaglio” l’ha scoperto sempre quel pm proprio perché ha disobbedito ai diktat del governo e agli annunci-minacce di scudo penale.

Anche Piantedosi ora fa il furbo e si vanta di aver sempre escluso scudi per chicchessia. Purtroppo aveva detto l’opposto: e cioè che Cinturrino, con lo scudo del dl Sicurezza, “avrebbe potuto fruire del beneficio dell’inversione dell’onere della prova. Perché è evidente che c’era una causa di giustificazione molto evidente”. Era evidente perché lo diceva lo sparatore, mentre lo sparato non poteva smentirlo perché era morto ammazzato. Ora l’unica cosa evidente è che i fatti è meglio lasciarli accertare dai pm, non dai politici. La parte più interessante del sondaggio Ixè riguarda proprio la fiducia degli italiani nei magistrati (salita al 51% dal 45% dell’anno scorso) e nei politici (12%, contro il 14% di un anno fa). Grazie al governo, anche chi non sa nulla del referendum ha capito che i politici del Sì vogliono fare le indagini e scrivere le sentenze. E i cittadini, anche i più diffidenti verso i magistrati affiderebbero la giustizia a tutti, forse persino a Wanna Marchi: ma mai a un politico.