venerdì 27 febbraio 2026

Squarcio di verità

 

Su energia e bollette i poveri devono sperare nella carità 


di Sottosopra 

E dire che, per trovare soluzioni “significative”, il governo ci ha messo un anno e mezzo: un lasso di tempo in cui la povertà energetica, cioè il numero di famiglie che non possono permettersi di acquistare l’energia necessaria a scaldarsi e ad altri servizi essenziali, ha toccato livelli record – il 9% del totale – e la crisi della produzione industriale, specie nella manifattura energivora, ha avanzato inesorabile, divorando lavoro e benessere per il Paese intero. Ciò che conta, ha detto però Giorgia Meloni sciorinando la trafila di numeri atti a cortina fumogena del decreto Bollette, è che avrà un impatto “rilevante”, e almeno su questo ha certamente ragione.

Il provvedimento riesce infatti in tre risultati chiari: segnala che l’Italia non ha alcun interesse nell’allontanarsi dal gas come fonte primaria, piccona il poco che resta del Green deal europeo dando un altro colpo alla transizione, e scoraggia infine gli investimenti nelle rinnovabili, allontanando potenziali investitori dal nostro Paese. Il decreto da 5 miliardi – se sembrano molti, è utile ricordare che i soli profitti netti di Eni nel 2024 sono stati 5,2 miliardi – non tocca infatti la causa strutturale che rende il nostro prezzo dell’energia il più alto d’Europa, cioè la dipendenza dal gas nella generazione elettrica. Circa il 70% del costo dell’energia all’ingrosso è determinato infatti dal costo marginale delle centrali a metano, e finché questa architettura rimane intatta – finché cioè non si effettua il decoupling, il “disaccoppiamento” – tutti gli interventi su costi accessori, di trasporto e oneri di sistema sono pressoché irrilevanti, o al più partite di giro: si spostano dai produttori alle bollette finali, dall’industria ai consumatori, sotto altre voci.

L’industria, poi, dovrebbe giovarsi del rimborso dei costi Ets (Emissions trading system) ai produttori, cioè il meccanismo di mercato attraverso cui la Ue ha scelto di tradurre in prezzi il danno ambientale, stabilendo quote massime di emissioni di Co2 e gas serra per certi settori, oltre alle quali è necessario comprare certificati che pareggino le esternalità negative. Neutralizzare questo sistema, restituendo ai produttori a gas il costo delle quote di emissione (procedura che Bruxelles potrebbe peraltro considerare aiuto sleale), equivale a togliere il solo freno esistente alle fonti fossili, rendendo il gas artificialmente competitivo. E penalizzando le rinnovabili, che non inquinano e non hanno quindi certificati da pagare. C’è di peggio: presentando l’Ets come una “tassa europea”, come ha fatto Meloni, si prova a far passare l’idea che le rinnovabili siano parte del problema e non l’unica soluzione, tanto sul fronte dei costi quanto su quello ambientale. Impossibile non chiedersi quali effetti questa posizione avrà su coloro che, correttamente, considerano l’Italia come un territorio ideale per puntare sulle fonti pulite: chi investirà in un parco eolico o fotovoltaico sapendo che il governo può in qualsiasi momento comprimere i ricavi di mercato per sussidiare il gas? E chi vuole rischiare di vedere le regole cambiare da un momento all’altro, alla faccia della paventata “stabilità” come principale motore economico?

Merita una parola, infine, la beffa per le famiglie, nella retorica governativa vere beneficiarie del decreto, non per niente rinominato “bollette”. Se per quelle già titolari del bonus sociale il decreto offre 115 euro in più all’anno – meno di 10 euro al mese – chi ha un Isee tra 10 e 25 mila euro potrà forse beneficiare di uno sconto volontario da parte dei venditori di energia: se, bontà loro, lo riterranno buona strategia commerciale. Insomma: si affida la tutela dei più deboli alla munificenza dei ricchi. Una scelta assai strana per il governo che si dichiara vicino al popolo.

Forum Disuguaglianze e Diversità

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