mercoledì 14 gennaio 2026

Prima d'altri

 

A volte m’affloscio.
Saltuariamente languo per l’aere, per il tempo perduto, che sconquassa ritrosie e certezze.
Ansimo alla ricerca dell’abitudine, della catena di montaggio rituale, immarcescibile.

Guardo foto mentali: la nostra galassia e il punto in cui presumibilmente siamo collocati — periferia, semplice e banale periferia, quel puntino insignificante che ruota attorno alla maestosità.
Passano le fobie, le paure, i drammi, gli insuccessi; la nullità del poco fatto e del tanto perso.

Resto fermo sulla pochezza.
Guaisco per ciò che era, per il dissolvimento dei proponimenti, per la granitica oleosità di tutto ciò che lascio scorrere, per il malvagio timore di affrontare i cosiddetti problemi.
Tanti dormono, pochi degustano il nuovo giorno ancora latente.

Vedersi dentro e scappare, spostando macigni sempre uguali, intonsi, melliflui.

La pochezza di ciò che è stato mi sprona a raccattare chincaglie che altri scartano inorriditi.
Mi basta ancora poco per solleticarmi, per agevolare il proseguo.

La vita, i sogni, e quel puntino nella periferia del glaciale nero universale.
Gattopardo nella notte.
Mai fiera.
Mai sciacallo.
Puntino pronto a salpare.
Forse verso il nulla.

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