Che faccia hanno i corleonesi
di Michele Serra
Di tutte le commemorazioni di Oliviero Toscani, a un anno dalla morte, la più "toscaniana" è il tributo che gli hanno reso, ieri, i corleonesi. Nome che i mafiosi hanno usurpato: si parla qui dei corleonesi quelli veri, i cittadini di Corleone. Nel '96 Toscani volle coinvolgerli in una delle sue sortite non ortodosse, e andò là per realizzare un catalogo di moda. Idea tipicamente sua, al tempo stesso semplice — quasi banale — e rivoluzionaria: sarà anche semplice, ma nessuno ci aveva pensato e nessuno lo mai ha fatto. Lui sì.
Anche un bambino può capire il senso di quel suo lavoro (come di ogni lavoro di Oliviero): vi mostro che faccia ha una comunità di persone che non c'entrano con lo stereotipo che gli è piovuto addosso, con la fama mediatica di un nome di luogo imbrattato di sangue per colpa di pochi. Vi mostro la realtà, che è al tempo stesso molto più normale e molto più straordinaria di quanto sembri. E uso la pubblicità — come ho sempre fatto — perché anche la pubblicità può essere un linguaggio civile: basta volerlo.
Toscani non era un intellettuale, era un artista istintivo, febbrile. Il suo obiettivo non coglieva i chiaroscuri, quasi ogni sua immagine è una scelta nitida, inequivoca, didascalica. Paolo Landi, che ha lavorato con lui per quasi tutto il suo percorso, ha scritto su di lui un libro che lo definisce, fin dal titolo, "comunicatore, provocatore, educatore". La natura impulsiva e un poco spaccona di Toscani, che quando parlava era tumultuoso e incauto, rischia di far trascurare questa sua terza attitudine — educatore — che invece è stata importante. Non solo per il suo lungo lavoro a Fabrica. Per la sua voglia di coinvolgere le persone, di disturbarle, di schiodarle dalla pigrizia e dai luoghi comuni, di trascinarle nel suo viaggio emotivo. Educare: tirare fuori, portare fuori.
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