sabato 24 ottobre 2026

L'Amaca

 

Dalla parte

di Fouad 


DI MICHELE SERRA


È comodo e gratificante, sui giornali e in tivù, dichiararsi «dalla parte dei

ragazzi». Lo fanno in tanti e ci sono solide ragioni per farlo.

L'emarginazione sociale di alcuni; la mancanza di occasioni per quasi

tutti; il semi-abbandono della scuola pubblica, degli edifici e degli

insegnanti; l'ottusità dei governi (non solo quest'ultimo) che si accorgono

di loro solo quando spaccano le vetrine.

Bisognerebbe però fare un piccolo sforzo supplementare, che è quello di

non annacquare gli umori del momento, umori forti, in un generico e

stucchevole plauso. I giovani non sono tutti uguali. Sono, proprio come

gli adulti, persone diverse. A parte che ci sono anche quelli di destra,

anche quelli ricchi, anche i fascisti che vorrebbero travestirsi da

gendarmi per menare i riottosi, specie se i riottosi hanno la pelle scura; ci

sono differenze, di postura e di coscienza di sé, anche tra chi scende

nelle strade.

Molti lo fanno per la stessa precisa ragione per la quale si fanno le

rivoluzioni o più umilmente si fa politica: cambiare lo stato delle cose.

Qualcuno, più debole, lo fa rimanendo schiacciato dentro lo stato delle

cose, percorrendo come via di riscatto il saccheggio — così mi vesto

anche io come i ricchi. La critica del consumismo è stata fino alla fine del

Novecento un punto di forza dei movimenti giovanili — fino a No Logo:

contro i marchi perché contro le multinazionali. Nel nuovo evo degli

influencer, il marchio ha stravinto.

A Piazza Pulita il giovane Fouad, vent'anni, barista, italiano di seconda

generazione, famiglia operaia, otto persone in un trilocale, lo ha detto

benissimo: non condanno la rabbia disorganizzata, per molti è l'unico

modo di farsi sentire. Ma bisogna politicizzarla, se no non serve. Stare

con Fouad non vuol dire «stare con i giovani». Vuol dire stare con Fouad.

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