venerdì 23 ottobre 2026

Il pericoloso amico delle banche

 

Draghi, 79 anni, “sferza” la Ue: comandano solo gli anziani 


di Savino Balzano 

Ogni volta resto affascinato dalla scioltezza con la quale Draghi svegli l’Europa, la scuota, la sferzi. Cito i titoli del grande giornale del racconto unico. Una volta lessi persino di un Draghi che “sbrana” l’Europa (Affaritaliani, 12 febbraio 2026). L’altro giorno, a Lisa Abramowicz di Bloomberg, ha riferito che le cose non vanno per niente bene nell’Ue: a comandare sono gli anziani e i giovani non si sentono ascoltati. Insomma, non ce la fa proprio a stare zitto e quando ci vuole, ci vuole: non c’è crescita, non c’è lavoro, ascensore sociale bloccato, il futuro dei giovani è a dir poco fosco. Le cose che mi colpiscono sono due.

La prima riguarda lo stesso Draghi: se a sferzare è Mario il pizzaiolo, disperato nel non intravedere un futuro per suo figlio e incapace di trovare i soldi per pagargli la retta all’università, io capisco benissimo; se a farlo è invece Mario il banchiere, quello che da sempre spadroneggia in Europa, nella stanza dei bottoni, che se la canta e se la suona, che concorre a prendere le decisioni, allora qualcosa davvero non torna. Con tutta la buona volontà, fatico a comprendere come chi ha avuto un ruolo assolutamente preminente nelle dinamiche euro-unitarie possa muovere critiche credibili ai risultati dell’Unione senza apparire maledettamente ipocrita. Di esempi se ne potrebbero fare moltissimi, ma restiamo ai giovani. Se dovessimo individuare due problemi particolarmente sentiti nel mondo del lavoro giovanile, potremmo citare, ad esempio, la precarietà e i salari inadeguati.

La precarietà in Italia, ai nostri governi servi, l’ha chiesta anche e soprattutto Draghi. Ma per iscritto, proprio. Il 5 agosto 2011, Draghi e Trichet, rispettivamente governatore entrante e uscente della Bce, scrissero una lettera al governo italiano con cui chiedevano, tra le tante cose, di “ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende”, insieme a “una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti”. In molti pensano che quella lettera sia stata scritta a Roma, ma è un altro discorso. Qualcuno, scioccamente, potrebbe sostenere che certe misure servissero, in quella fase, a “salvare il Paese”. Non si comprende come la facilitazione dei licenziamenti si prestasse allo scopo e, a ogni modo, Monti, l’altro “migliore” benedetto dal Quirinale dell’epoca, ci restituì un Paese a pezzi, letteralmente in ginocchio. È stato lui stesso a sostenere di essere uno dei massimi responsabili dell’inferno che i nostri ragazzi vivono ogni giorno. Il 18 marzo 2025, in audizione al Senato, Draghi dichiarò: “Abbiamo contratto i bilanci pubblici, abbiamo sacrificato la spesa pubblica, abbiamo compresso i nostri salari. Anche perché noi, in quegli anni, eravamo in competizione con gli altri paesi europei e quindi tenevamo i salari più bassi come uno strumento di concorrenza. Austerità, diciamo così, e salari bassi”. Qui ci stiamo concentrando solo su un piccolissimo spicchio del problema: se allarghiamo l’orizzonte, comprendiamo che le politiche neoliberali da sempre sostenute da Draghi sono alla base del collasso della scuola, della sanità, della ricerca, dell’università, dell’inclusione e dell’integrazione sociale.

E vengo alla seconda perplessità: come fa la nostra informazione a prendere per oro colato le affermazioni di un 79enne che lamenta il fatto che le istituzioni europee siano governate dai vecchi? Come può esimersi dal dovere di denunciare certe insopportabili ipocrisie? Di evidenziare, in definitiva, che il pantano nel quale siamo invischiati è da attribuire in gran parte proprio a chi sferza più forte, a chi prova a proporci oggi come unica soluzione quella di abbandonare il rigore finanziario solo per regalare vagonate di miliardi alle lobby delle armi.

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