martedì 13 ottobre 2026

Constatazione

 

Il “Melonellum” è tutto puntato sull’ignoranza


di Maria Agostina Cabiddu 

Si insegna che, per scrivere una legge elettorale equa e imparziale, il legislatore dovrebbe trovarsi dietro un “velo d’ignoranza”, ovvero di non conoscenza della propria (personale o del partito) posizione alle prossime elezioni. A tale idea si ispirano i richiami della “Commissione europea per la democrazia attraverso il diritto” del Consiglio d’Europa, nota come “Commissione di Venezia”, che, di recente, è tornata ad occuparsi del nostro Paese, con un parere richiesto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nel procedimento Staderini (ex segretario del Partito radicale) e altri contro Italia.

Alla luce del “Codice di buone pratiche in materia elettorale”, la Commissione ha affermato che, per garantire l’effettiva attuazione della democrazia e dello Stato di diritto, gli Stati non devono modificare le regole elettorali nell’anno precedente le elezioni per non compromettere la stabilità della relativa disciplina e il diritto a un voto informato e consapevole. In direzione ostinata e contraria, il legislatore italiano ha, invece, modificato le regole del gioco a campagna elettorale ormai aperta e sondaggi alla mano per controllare la febbre del generale, prodotto di laboratorio creato allo scopo di recuperare i voti dei delusi a destra, che rischiavano di finire nell’astensione, improvvisamente sfuggito al controllo degli apprendisti stregoni.

Grave errore, sempre, ignorare il rischio dell’effetto perverso o dell’eterogenesi dei fini ma più grave ancora è l’ignoranza dei principi e delle regole costituzionali, che garantiscono il diritto di voto (personale ed eguale, libero e segreto) dei cittadini e gli equilibri istituzionali. Sarà la Corte a decidere ma i dubbi sulla costituzionalità della legge appena approvata sono sotto gli occhi di tutti: dal numero di firme necessarie per la presentazione di nuove liste – passate da 1500 per ogni collegio – ai capilista bloccati e senza alternanza di genere; dallo strabordante premio “di governabilità” di 70 deputati e 35 senatori (un sesto dei parlamentari) alla coalizione, che, superando la soglia del 42%, ne prende uno in più dell’avversaria, trasformando una minoranza di voti in maggioranza di seggi, alla ridefinizione delle circoscrizioni estere, con i quattro senatori eletti che rappresenteranno il mondo intero (al prossimo giro, la galassia) fino all’obbligo di indicare il candidato alla guida del governo al momento della presentazione dei programmi, un premierato di fatto, in spregio delle prerogative del Presidente della Repubblica e del Parlamento.

Siamo alla terza repubblica e chi prende un voto in più comanda: affermazioni ignoranti nel senso toscano del termine, in altre parole spontanee e sincere, le più adatte a rivelare la cultura che sostiene la “riforma”.

Tutti profili quelli sopra elencati già rilevati da molti commentatori e che saranno oggetto dei prossimi ricorsi miranti al giudizio di costituzionalità sulla legge.

C’è però un aspetto della legge finora poco esplorato e che riguarda la (im)possibilità per i cittadini-elettori di (ri)conoscere nel risultato elettorale gli effetti dell’esercizio del proprio fondamentale diritto di voto. Davanti al flipper impazzito delle pluricandidature e delle soglie nazionali e circoscrizionali, dei quozienti e della doppiezza del sistema (ipermaggioritario se scatta il premio; proporzionale puro se nessuno raggiunge la magica soglia) impallidisce il romanzo mistico svolto nel Libro dello splendore, archetipo cabalistico.

Eppure, i giudici costituzionali hanno più volte affermato che il legislatore deve garantire standard minimi di intellegibilità, di non contraddizione e di ragionevole prevedibilità dell’applicazione delle leggi, il cui mancato rispetto determina l’illegittimità costituzionale: meglio che gli elettori non sappiano, deve aver pensato qualcuno, meglio l’ignoranza; chissà che, anche stavolta, il contadino non riconosca l’asino che si veste della pelle del leone.

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