Strampalate. Giorgia Vannacci farà meglio: fila al cinema solo per italiani
Non si sa quando si vota, va bene, ma prima o poi si vota, quindi Giorgia Vannacci passerà un semestre, e anche di più, a inventarsi trucchi, incantesimi e alchimie per comprarsi i voti che le mancano, quelli che aveva e che sono scappati. Un elettorato ingrato, ignavo, stolto, che non capisce il suo interesse, che non considera conveniente scambiare una costante riduzione del potere d’acquisto, una sanità in affanno, prezzi newyorkesi, con il divieto dei rave party. Valli a capire.
In una sola settimana abbiamo visto il colpo gobbo del bollo auto, la promessa di dare qualche soldo in più ai poveri (ma solo ad aprile, quando forse si voterà), e la minaccia di un decreto legge per agevolare la pulizia etnica nelle scuole, dove (dice Giorgia) “Non esiste che in classe a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza”. Si sa che la propaganda è una brutta bestia, in grado di azzerare l’intelligenza, ove ne fosse rimasta, per cui ecco tutti i giornali italiani sottolineare, con diversi gradi di entusiasmo, il divieto di indossare il burqa a scuola. Ecco, mi spiace essere io a dirvelo (forse dovrebbe dirvelo un ministro dell’Istruzione, se ne avessimo uno), ma vietare il burqa nelle scuole italiane è come vietare la carne del crotalo smeraldino nelle mense scolastiche. Bella frase, insomma, di impatto, peccato che il burqa, in Italia, non esiste, non c’è. L’unica che ho visto indossare una burqa nella mia ahimè lunga vita è una specie di squinternata sovranista che se l’è messo per girare a Milano con tanto di cameraman al seguito, per denunciare “l’islamizzazione della nostra società”, mentre la nostra società, che andava per i fatti suoi, la prendeva per il culo pensando che fosse una povera scema.
Quanto ai nostri bambini italiani “messi in un angolo”, risulta che siano effettivamente minoranza in mille classi su trecentomila, che fa, a spanne, lo 0,3 per cento. Senza contare che “gli stranieri” di cui parla Giorgia (quelli che stringono all’angolo i nostri pargoli autoctoni) sono al 65 per cento nati qui, o hanno passaporti europei, e l’italiano lo conoscono meglio di tanti gerarchi di Giorgia Vannacci.
Vedremo (forse già domani) quale forma prenderà la nuova sparata della presidente del Consiglio, ma intanto mi preparerei a nuove strampalate uscite studiate per rincorrere gli arditi del generale fanfarone. Per esempio, è scandaloso che i nostri connazionali italiani debbano accalcarsi sui mezzi pubblici con così tanti stranieri, e mi aspetto da un momento all’altro qualche sindaco o qualche assessore teorizzare una diversa modalità di trasporto pubblico, carrozze per italiani e carrozze per stranieri, cosa che dovrebbe avvenire anche per i servizi pubblici e i bar: non esiste che al bancone a sentirsi in un angolo siano gli avventori italiani perché sono diventati la minoranza. Allargherei ai caselli autostradali: biglietti e tessere di qua, Telepass di là, e stranieri in un’altra fila, ma i campi di applicazione dell’apartheid che piace a Giorgia sono infiniti e non ho dubbi che i più fervidi cervelli della destra si divertiranno parecchio. E non ho dubbi nemmeno che arriveranno arguti commentatori a dire che sì, be’, insomma, qualcosa di vero c’è: perché dovremmo fare la fila al casello, o al cinema, o dal dottore, penalizzati dal fatto che davanti a noi c’è magari uno nato in Ghana? Non vi sembra una follia? Tranquilli, ci penserà Giorgia Vannacci, con la sua scorta mediatica in servizio permanente effettivo.
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