Non nominarlo invano
DI MICHELE SERRA
Fa piacere sapere che i testimoni di Geova, di qui in poi, possano fare
trasfusioni di sangue senza sentirsi dannati dai loro stessi fratelli. Però
mette un certo disagio, forse anche una certa angoscia, pensare che l'uno
e l'altro pronunciamento, quello degli anni Quaranta che vietava le
trasfusioni, e questo del 2026, che le ammette, derivino da una
interpretazione delle Scritture — in specie una lettera di Paolo ai Galati —
che definire cervellotica è poco. A meno che Paolo di Tarso (o altri suoi
coevi) abbiano inteso pronunciarsi direttamente, duemila anni fa, su una
pratica medica che ha i suoi primi tentativi documentati alla fine del
quindicesimo secolo.
Testi vecchi di due millenni, passati attraverso inevitabili riscritture e
manipolazioni (chissà quanti equivoci e quanti lost in translation, nei
testi sacri di tutte le religioni), sottratti al loro contesto storico, alle
usanze e alle conoscenze di cento generazioni fa: come possono essere
"legge", o ispiratori di legge, per masse sterminate di esseri umani (non
solo i Testimoni di Geova)? Chi si arroga il diritto di usare quelle parole
antiche e non sempre di significato decifrabile per condizionare la vita e
la morte di chi vive qui e oggi, si prende una responsabilità enorme.
Forse perfino superiore, nei suoi effetti, alle responsabilità dei più
potenti capi di Stato.
Che cosa c'entra Dio, ammettendone l'esistenza, che cosa c'entrano la
spiritualità e il sentimento religioso con le trasfusioni di sangue, con i
tabù alimentari, con la sottomissione della femmina al maschio, con le
dispute territoriali? Con quello che accade nel mondo può apparire una
domanda non così urgente. Ma se fosse invece la più urgente di tutte?
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