mercoledì 17 giugno 2026

La prece di Robecchi

 

Salvini chi? Il sovranista non più sovrano ridotto alla disperazione


di Alessandro Robecchi 

Sì, certo, le sfighe del mondo sono molte, le posizioni non invidiabili sono tantissime, i leader in caduta libera sono parecchi… ma pensa essere Salvini! Francamente non si immagina nulla di più debilitante. Dunque il nostro Matteo preferito (quell’altro è in pieno delirio di camouflage e oggi si finge di sinistra, per chi ci casca) si dibatte come un tonno pinna gialla nella tonnara della destra italiana, infilzato da tutti e soprattutto dai suoi, un po’ schifato al Nord, un po’ abbandonato al Sud, probabilmente se dovesse brindare come fece al Papeete scioglierebbe del cianuro nello spritz. L’ultimo colpetto gliel’hanno dato i sondaggi e un numero: 5,3, cioè la percentuale che avrebbe la Lega se si votasse oggi, che risulta identica a quella del generale Vannacci, che lui stesso imbarcò come vicesegretario per rimpolpare urne e popolarità. Che è come mettersi nel letto un crotalo velenoso pensando che tenga lontane le zanzare: bel colpo, Matteo.

Ora la situazione è questa, che dopo millemila giravolte, manca lo spazio per farne un’altra. Negli anni abbiamo visto il Salvini leghista padano (“Padania is not Italy” sulle magliette), il leghista cremliniano (Putin sulle magliette), il Salvini sovranista (“Prima gli italiani” sulle magliette), il Salvini poliziotto al ministero degli Interni (quando mandava la Digos a togliere gli striscioni sgraditi da piazze e balconi) e il Salvini capostazione, aggrappato per sopravvivenza al sogno della Grande Opera, il ponte sullo Stretto. In mezzo, mischiato a tutto questo, il Salvini Unificato, quello che andava chiedendo voti al Sud dopo essersi costruito una carriera e una sua folkloristica Weltanschauung insultando i “terroni”.

Ora che ha preso schiaffoni da tutti, povera stella, porge la guancia ai suoi, gli Zaia, i Fedriga, i Fontana, gente che i voti li prende (purtroppo) e si è un po’ seccata di essere guidata da uno che invece li smarrisce per strada come se avesse un buco nel serbatoio. Si sa che c’è una cosa più grave che perdere, ed è avere l’aura del perdente, l’unica aura rimasta a Salvini, tra l’altro. Che gioca le sue carte della disperazione nell’ultimo anno di governo, prima che le urne confermino quello che si vede oggi a occhio nudo: che se fai lo sceriffo implacabile, arriverà uno sceriffo più implacabile di te (e se possibile più ridicolo) a farti fare la figura del fesso.

Prima carta: tornare al Viminale, sperare che Meloni corra ai ripari, anche lei spaventata dal generale baby pensionato, e sostituisca Piantedosi con il nostro fenomeno. Legge, ordine, grande visibilità, potere vero, altro che quelle scemenze dei treni che si ostinano ad arrivare in ritardo, maledetti!

Seconda mossa, rimodulare il partito, cioè usare come stampella proprio quella Lega del Nord (leggi: Zaia) da sempre nemica del suo delirio di onnipotenza. Una Lega del Nord guidata dal veneto più popolare del mondo, e una Lega nazionale (cioè, a quel punto, del Sud), guidata da Salvini, una specie di bad company in attesa di liquidazione. Abbondano ipotesi e dietrologie, per esempio che Zaia faccia un bel marameo e rifiuti di partecipare al naufragio, preferendo attendere che si compia il disastro per poi arrivare da salvatore della patria leghista dopo le elezioni. Il tramonto di Salvini, dunque, non ha neppure la tragica grandezza del crepuscolo, è solo un lento scollinare verso l’eclissi definitiva. Ei fu, insomma, e si marcia veloci verso il mesto affievolirsi dei ricordi, quando si dirà “Salvini chi?”. Una prece.

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