Sudoku. Il partito italiano del pareggio è l’estrema unzione della democrazia
“Meglio due feriti che un morto”, dicono quelli che combinano le partite e puntano al pareggio, che ha il seccante difetto di non essere una vittoria, ma l’indiscusso pregio di non essere una sconfitta. E qui viene fuori quel deplorevole ma umanissimo istinto dell’“io l’avevo detto”, anche se non ci voleva una scienza. Così qualche settimana fa, in questa piccola rubrica, avevo preconizzato il sogno centrista di un ipotetico governo di unità nazionale, o di salvezza economica, o di estrema unzione, o chiamatelo come volete voi. Passa un giorno, passa l’altro, ed eccoci di nuovo qui, questa volta con uno scenario un po’ meglio delineato, solo che il partito trasversale del governo tecnico dei non eletti ha un nuovo nome: “Partito del pareggio”.
Il diabolico piano comincia a prendere forma almeno sulle pagine dei grandi giornali, da sempre solenni sponsor dei governi tecnici, e per ora c’è solo un genio della politica che si sbilancia apertamente. Sì, indovinato, proprio lui, Carlo Calenda, che su X scrive papale papale: “Con questa legge elettorale dx e sx pareggiano e Azione decide chi governa e con che programma. Basta guardarsi un sondaggio a caso”. Credersi Napoleone è sempre una buona mossa. Ora va detto che “guardarsi un sondaggio a caso” un anno prima delle elezioni è utile come una bicicletta per un pesce rosso, eppure non possiamo che rimanere inteneriti da questa figura di arruffapopoli tardoromantico. È come se io dicessi che vincerò la maratona di New York perché è ovvio che gli altri sessantamila maratoneti moriranno durante il percorso.
Lasciando Calenda ai suoi sogni, vediamo l’allegra compagnia di giro che tifa per il pareggio, in modo poi – nell’impossibilità di fare un governo – di convocare qualche espertone. Come scrive il Corriere: “Ci sono già stati Lamberto Dini, Mario Monti e Mario Draghi, e poi l’Italia è piena di eccellenze e riserve della Repubblica. E quanto al sostegno, se nessuno vince, arriverà l’ora della responsabilità nazionale”. Insomma, la ricetta già ce l’abbiamo, cosa aspettiamo a fare la torta, anzi il biscottone? Gli chef di questa deliziosa pasticceria sono i più vari: Calenda, ovvio, che ha già vinto e sta scegliendo i ministri, poi Renzi, nelle due varianti con Salis e senza Salis, poi addirittura Salvini (non gli piace la legge elettorale che vorrebbe Meloni), più – si mormora – le nude proprietà politiche della Royal FamilyBerlusconi, in seguito a un rebranding di Forza Italia e all’imbarco last minute di qualche volenteroso. Bello: prepariamoci a scissioni, porte che sbattono, gente che va, gente che viene, e qualcuno nascosto sotto il letto come nelle commedie brillanti di Feydeau (ma visti gli attori e la sceneggiatura direi più un cinepanettone al declino del genere).
A tutti questi personaggi che sperano nel pareggio è doveroso aggiungere l’eterna pattuglia di “riformisti del Pd”, misteriosa forma di vita parassitaria che vive a prospera nel partito di Elly Schlein, ma la attacca, o la accusa di estremismo massimalista, e ogni tanto vota con Meloni. Madia si è scissa l’altroieri, altri renzisti in sonno meditano di seguirla, ma tentennano perché ottenere un seggio da un partito col due per cento non sarà facile, guarda come succedono le disgrazie. Questi fantasiosi caratteristi hanno molta stampa e pochi voti, motivo per cui ragionano sul pareggio, ultima linea di galleggiamento e apoteosi somma del surrealismo: in fin dei conti, se Barcellona e Real Madrid pareggiano, la Pro Patria può vincere tutto.
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