martedì 14 aprile 2026

Lo dissi già e concordo

 

Orbi et Orbán 


di Marco Travaglio 

Ora che Orbán ha perso le elezioni in Ungheria e le ha vinte il suo ex fan e pupillo Magyar, che è di destra come lui, solo più giovane, più magro e più asservito alle politiche guerrafondaie di Ue e Nato, possiamo tirare parecchi sospiri di sollievo. Il primo perché l’Ungheria non sarà una democrazia, ma non è neppure una dittatura, sennò il dittatore non avrebbe perso le elezioni e ammesso la sconfitta ancor prima dei dati definitivi. Il secondo perché perché, priva del Grande Alibi Magiaro, l’Ue potrà continuare a fare schifo anche senza di lui. Il quarto perché forse in Italia, finito di dare lezioni di liberaldemocrazia agli ungheresi, si comincerà a notare una sconcezza tutta nostra: un’azienda privata nata e ingrassata per 50 anni violando mezzo Codice penale, corrompendo giudici, politici, finanzieri e testimoni, finanziando la mafia, falsificando i bilanci e frodando il fisco, controlla tuttora la cassa di un partito al governo e dunque ne decide il segretario, la linea politica, i candidati e persino i capigruppo parlamentari. Con una novità rispetto al trentennio infestato dal fondatore: B., portatore di un monumentale conflitto d’interessi mediatico, penale, finanziario e sportivo, ebbe almeno il buon gusto di chiedere i voti dei cittadini e farsi eleggere in Parlamento; ora invece i suoi primi due figli spadroneggiano dai piani alti del primo gruppo editorial-televisivo nazionale (costruito con leggi ad personam e una sentenza comprata per rubare la Mondadori al legittimo titolare).

L’altro giorno Antonio Tajani, segretario di FI, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, con tutto quel che accade nel mondo, è stato convocato nella sede di Mediaset a Cologno Monzese e lì tenuto in ostaggio quattro ore per ricevere ordini da Marina e Pier Silvio B. e da altri due tizi mai eletti da alcuno per assumere decisioni politiche: Gianni Letta e tal Danilo Pellegrino, amministratore delegato di Fininvest. Questi noti frequentatori di se stessi hanno intimato all’ostaggio di scordarsi i congressi, di cambiare il capogruppo al Senato (quello alla Camera l’avevano già fatto saltare con un golpetto) e di tenersi a disposizione per l’eventuale licenziamento con gli otto giorni. Al termine, mentre il Tajani veniva rilasciato dopo aver dismesso la crestina di pizzo e il grembiulino, il fantozziano sinedrio dettava a FI un comunicato da diramare a una stampa che trova sempre tutto normalissimo: “Clima di grande amicizia e cordialità”, “ampia panoramica sulla situazione politica, economica e internazionale”, “rinnovata fiducia nel segretario” (dal sinedrio), ”attenzione concentrata sul futuro di FI” e ovviamente “visione unitaria e condivisa” (dal sinedrio). Ma dove siamo, in Ungheria? Anzi, in Corea del Nord?


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