Come quando arrivi alla festa di matrimonio e gli sposi sono già a copulare!
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
Il nuovo che avanza nel calcio ha le sembianze di Giovanni Malagò, 67 anni, l’uomo che per un decennio ha incarnato l’establishment dello sport italiano, e ora vuole passare al pallone. Oppure di Giancarlo Abete, anni addirittura 75, già presidente della Figc dal 2007 al 2014, quando si dimise per il fallimento della Nazionale ai Mondiali. Suona familiare.
Comincia la partita per la successione di Gabriele Gravina alla guida della FederCalcio. E ci sono tutti i presupposti per cui non cambi nulla. Il primo a farsi avanti è Malagò, indicato dalla Serie A quasi all’unanimità: 18 club su 20, tranne la Lazio di Lotito e il Verona. Sembra incredibile pensando che solo pochi anni fa, da commissario in Lega, finiva indagato per l’alterazione di un verbale, e intercettato definiva i presidenti dei club “delinquenti veri”. In Italia abbiamo la memoria corta. Il primo a fare il suo nome è stato Aurelio De Laurentiis, ma come raccontato dal Fatto il vero regista dell’operazione è Beppe Marotta: il presidente dell’Inter ha mosso mari e monti per convincere i colleghi a firmare per Malagò, che conterebbe anche su un’intesa col presidente uscente Gravina. La notizia però è stata accolta in maniera tiepida (per usare un eufemismo) dal governo, dove Malagò ha tanti nemici, a partire dai ministri Abodi e Giorgetti. Difficile immaginare che il pallone, che chiede riforme e aiuti allo Stato, possa permettersi di inimicarsi l’esecutivo. La reazione immediata è arrivata dal vecchio Abete, per anni alleato di Gravina. Ma oggi il rapporto fra i due è un po’ incrinato, e nel calcio, dove vale tutto e il contrario di tutto, potrebbe ora catalizzare i consensi dei contrari a Malagò. Ha subito chiesto alla sua Lega Dilettanti di “investirlo” dello stesso ruolo (con la differenza che i Dilettanti contano il doppio della Serie A in termini di voti). Abete potrebbe anche puntare a fare da regista per un altro nome, magari un ex calciatore proposto dalle componenti tecniche (il sindaco di Verona, Damiano Tommasi, o Demetrio Albertini). Intanto però occupa il campo lui.
Il punto è che nessuna delle candidature che stanno nascendo ha i contorni dell’alternativa. Malagò ha bisogno dei voti di Gravina, considerando che la Serie A vale solo il 18%. Abete (o il candidato che deciderà di sostenere) è comunque uomo di apparato. In un caso o nell’altro, vincerà il sistema, con la conservazione dello status quo e della cricca di incapaci che hanno governato in questi anni.
L’unica soluzione è il commissariamento, per cui però non ci sono i presupposti tecnici. Spazzare via le cariatidi che popolano la Federazione, rimettendo mano alle norme. È a questo che punta Lotito (ma la sua figura di guastatore non agevola la causa). Ed è ormai l’obiettivo dichiarato anche del governo, come ha spiegato Paolo Marcheschi di Fratelli d’Italia: “Non è un problema di nomi: le riforme vere richiedono i poteri che solo un commissario può avere”. Oggi il ministro Abodi sarà in audizione sulle prospettive di riforma del calcio italiano promossa proprio dal senatore FdI. Sicuramente avrà tanto da dire. Riuscirà anche a fare qualcosa?
Ora che Orbán ha perso le elezioni in Ungheria e le ha vinte il suo ex fan e pupillo Magyar, che è di destra come lui, solo più giovane, più magro e più asservito alle politiche guerrafondaie di Ue e Nato, possiamo tirare parecchi sospiri di sollievo. Il primo perché l’Ungheria non sarà una democrazia, ma non è neppure una dittatura, sennò il dittatore non avrebbe perso le elezioni e ammesso la sconfitta ancor prima dei dati definitivi. Il secondo perché perché, priva del Grande Alibi Magiaro, l’Ue potrà continuare a fare schifo anche senza di lui. Il quarto perché forse in Italia, finito di dare lezioni di liberaldemocrazia agli ungheresi, si comincerà a notare una sconcezza tutta nostra: un’azienda privata nata e ingrassata per 50 anni violando mezzo Codice penale, corrompendo giudici, politici, finanzieri e testimoni, finanziando la mafia, falsificando i bilanci e frodando il fisco, controlla tuttora la cassa di un partito al governo e dunque ne decide il segretario, la linea politica, i candidati e persino i capigruppo parlamentari. Con una novità rispetto al trentennio infestato dal fondatore: B., portatore di un monumentale conflitto d’interessi mediatico, penale, finanziario e sportivo, ebbe almeno il buon gusto di chiedere i voti dei cittadini e farsi eleggere in Parlamento; ora invece i suoi primi due figli spadroneggiano dai piani alti del primo gruppo editorial-televisivo nazionale (costruito con leggi ad personam e una sentenza comprata per rubare la Mondadori al legittimo titolare).
L’altro giorno Antonio Tajani, segretario di FI, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, con tutto quel che accade nel mondo, è stato convocato nella sede di Mediaset a Cologno Monzese e lì tenuto in ostaggio quattro ore per ricevere ordini da Marina e Pier Silvio B. e da altri due tizi mai eletti da alcuno per assumere decisioni politiche: Gianni Letta e tal Danilo Pellegrino, amministratore delegato di Fininvest. Questi noti frequentatori di se stessi hanno intimato all’ostaggio di scordarsi i congressi, di cambiare il capogruppo al Senato (quello alla Camera l’avevano già fatto saltare con un golpetto) e di tenersi a disposizione per l’eventuale licenziamento con gli otto giorni. Al termine, mentre il Tajani veniva rilasciato dopo aver dismesso la crestina di pizzo e il grembiulino, il fantozziano sinedrio dettava a FI un comunicato da diramare a una stampa che trova sempre tutto normalissimo: “Clima di grande amicizia e cordialità”, “ampia panoramica sulla situazione politica, economica e internazionale”, “rinnovata fiducia nel segretario” (dal sinedrio), ”attenzione concentrata sul futuro di FI” e ovviamente “visione unitaria e condivisa” (dal sinedrio). Ma dove siamo, in Ungheria? Anzi, in Corea del Nord?
Sabato sera, mentre i negoziati di pace con l’Iran fallivano in Pakistan, Donald Trump faceva il suo ingresso trionfale al Kaseya Center di Miami per un match di arti marziali. Sangue, sudore, botte virili, il suo elettorato che lo accoglie come un sovrano erano ciò che il presidente mostrava all’America e al mondo nel momento più difficile della sua carriera politica. Non si sa quanto lo show gli sia davvero servito. Le prospettive per lui sono tutt’altro che buone. La guerra in Iran doveva essere l’occasione per risollevare le sue incerte sorti politiche. Si è rivelata la tempesta perfetta che ne segna, forse per sempre, il declino. Il 28 febbraio, il giorno dell’inizio dell’operazione militare in Iran, la media dei sondaggi compilata da Real Clear Politics mostrava che il 43,5% degli americani approvava il lavoro di Trump. Il 12 aprile, la percentuale è scesa al 41,5%. In poco più di un mese di guerra, il consenso per un presidente già molto impopolare si è ulteriormente ridotto. Quello che Trump aveva promesso – un’offensiva rapida, facile, vincente sin dal primo giorno – non si è del resto realizzato. L’Iran si è mostrato un osso molto più duro del previsto. L’illusione di un blitz in stile Venezuela si è presto dissolta. E mentre a Washington continuavano a strombazzare successi e trionfi, la realtà quotidiana per gli americani si faceva sempre più grigia. Inflazione in salita. Prezzo della benzina alle stelle. Il presidente ha reagito come suo solito. Negando le difficoltà. Minacciando di “distruzione totale” il nemico. Attaccando gli alleati europei che non si sono allineati. Il risultato è davanti agli occhi di tutti. Il fallimento, almeno temporaneo, dei negoziati di Islamabad mette Trump di fronte a una serie di alternative pochissimo esaltanti. Un negoziato lungo, faticoso, dagli esiti imprevedibili, con Teheran. Un’operazione militare particolarmente difficile per riaprire lo Stretto di Hormuz. Una ripresa della guerra che rischia di affossare ancora di più il gradimento per il presidente.
A Washington il clima è intanto sempre più agitato. Decine di democratici chiedono la sua uscita di scena anticipata: o attraverso l’impeachment o mediante il 25° emendamento. C’è bisogno di una “valutazione complessiva delle capacità cognitive” di Trump da parte del suo medico, spiega Jamie Raskin, deputato dem del Maryland. Non sono di grande aiuto nemmeno i repubblicani. I moderati del partito tacciono. I “falchi” – gente come l’ex candidata alla presidenza, Nikki Haley o il senatore del Wisconsin Ron Johnson – gli chiedono invece di andare avanti e di “finire il lavoro”. Su tutt’altre posizioni sono le voci più ascoltate del mondo Maga – Tucker Carlson, Megyn Kelly, Alex Jones, Candance Owens – che ormai quotidianamente criticano e insultano e accusano di tradimento il loro antico beniamino. “Sono stufa di questa m… di guerra. Trump può comportarsi come un essere umano normale?” ha detto Kelly, che conduce uno show seguito da oltre quattro milioni di conservatori duri e puri. Tra sondaggi in picchiata e incognite di guerra, il presidente cerca di resistere. Sabato, in viaggio per la Florida, ha spiegato che a lui in fondo non interessa l’esito dei negoziati, perché “vinceremo comunque”. Anzi, “li abbiamo già sconfitti militarmente” ha spiegato, prima di assistere in prima fila, combattente tra i combattenti, al match. Sangue, sudore e botte non sembrano però in grado di cancellare la forza della realtà.
Le fatiche del liberalismo
DI MICHELE SERRA
Un eventuale spostamento di Forza Italia su sponde liberali — dopo anni
di cordialissima unione con la destra illiberale — sarebbe di qualche
conforto per la povera democrazia italiana. Non va dimenticato che
questo governo, senza il placet della famiglia Berlusconi, semplicemente
non sarebbe mai esistito. Circostanza che rende un poco meno limpida
l'eventuale svolta liberale ed europeista di un partito che è a tutt'oggi il
pilastro del governo meno liberale ed europeista della storia
repubblicana.
Resterebbe poi da spiegare ai più giovani — e non è semplice — come sia
possibile che un partito politico (almeno sulla carta quanto di più
pubblico esista, a parte gli apparati dello Stato) sia proprietà di una
famiglia. Un pezzo del patrimonio di casa, uno dei tanti asset del mazzo,
anche se sicuramente una voce in passivo. Bisognerebbe spiegare chi fu
Berlusconi, perché poté unire indisturbato il doppio status di oligarca dei
media e di capo del governo, come riuscì a sdoganare politicamente, per
farne suoi scudieri, il neofascismo e il leghismo, per ragioni diverse
entrambi ostili alla Repubblica. Forse per abitudine, è ora il
berlusconismo declinante che fa da scudiero a Meloni e Salvini.
Diciamo che, come segno di una vera svolta storica, i Berlusconi
farebbero un gesto molto apprezzabile lasciando che il partito si
emancipi dalla famiglia. I tanti avvocati dell'entourage saprebbero
sicuramente trovare le forme e i modi per farlo. Un robusto
finanziamento (una tantum, e alla luce del sole) darebbe poi ossigeno e
spinta al nuovo partito, non più "di Berlusconi" e dunque, con piena
legittimità, liberale. L'unico dubbio è se gli attuali apparati di Forza Italia
accetterebbero di campare senza l'ombrello di Cologno Monzese che li
protegge.
Arriva la bella stagione e le auto blu del governo devono essere tirate a lucido. Anche per evitare che le piogge primaverili possano sporcare carrozzerie e vetri. Per questo la Presidenza del Consiglio ha deciso di spendere quasi 50 mila euro (39.900 euro più Iva) in due anni per un servizio di autolavaggio per pulire e lavare le auto di servizio su cui ogni giorno salgono la presidente del Consiglio, i ministri, sottosegretari e funzionari con annesse scorte. Autovetture che servono per esigenze di sicurezza per trasportare i vertici del governo.
La delibera di 6 pagine, che il Fatto ha letto, risale allo scorso 27 marzo e spiega così le ragioni dell’affidamento diretto alla società di autolavaggio Gestioni riunite srl: secondo la Presidenza del Consiglio c’è “la necessità di garantire, per ragioni di rappresentanza nonché igieniche, la pulizia dei mezzi di servizio”. La questione è semplice: Palazzo Chigi, come si legge nella delibera, “non dispone di un lavaggio interno alla propria struttura”. E quindi si prevede un affidamento a una società esterna per il servizio di lavaggio interno ed esterno alle autovetture.
Così si è deciso di spendere un massimo di 39.900 euro in due anni alla società romana Gestioni riunite srl per lavare e pulire i mezzi della presidenza del Consiglio. Aggiungendo l’Iva si arriva a quasi 50 mila euro. Anche se la determina di Palazzo Chigi stabilisce che il contratto non prevede una spesa minima dell’importo e che quindi saranno finanziati solo i singoli ordini per pulire e lavare le auto blu.
A inizio 2025, la Presidenza del Consiglio aveva anche sostituito il tipo di auto blu in servizio quando si era arrivati a scadenza del contratto. Il noleggio delle Ford americane era iniziato nel 2021 con il governo Draghi e a inizio 2025 diverse auto di servizio sono state sostituite con auto Stellantis, anche con modelli italiani come la Alfa Romeo Tonale che hanno preso il posto di 6 Ford focus ibride.
La Presidenza del Consiglio in questi mesi era stata particolarmente attenta alla gestione delle auto blu. A settembre scorso era stata firmata una direttiva sulla spending review in cui si chiedeva alle pubbliche amministrazioni e ai ministeri tagli draconiani proprio sulle auto di servizio. In particolare, in quell’occasione, Palazzo Chigi imponeva un uso moderato delle vetture istituzionali e rilanciava il “tetto massimo” introdotto nel 2014 dal governo Renzi: cinque autovetture per le amministrazioni che hanno più di 600 dipendenti, quattro macchine con autista per chi ne ha tra i 400 e 600 e così via in maniera progressiva.
Ma alla fine i fondi sulle auto di servizio della Presidenza del Consiglio aumentano moderatamente quest’anno. I fondi per la pulizia e il lavaggio vengono presi nella voce del bilancio della Presidenza del Consiglio 2026-2028 sui “Consumi e manutenzione straordinaria delle autovetture per il servizio di tutela e per assicurare le finalità istituzionali” che risulta uno di quelli che non hanno subito tagli nell’anno in corso rispetto a molti dipartimenti di Palazzo Chigi che hanno dovuto rispettare il criterio della diminuzione del 5% come per gli altri ministeri.
Come aveva raccontato il Fatto lo scorso 22 dicembre, nel 2026 sono aumentate proprio le spese relative alla manutenzione delle auto blu in dote alla Presidenza del Consiglio: se i fondi per il noleggio restano invariati per un costo totale di 100 mila euro per tutti i dodici mesi dell’anno, quest’anno sono aumentati di 40 mila euro i costi relativi al carburante, pedaggi e manutenzione delle auto arrivando a 175 mila euro l’anno.
Troppa grazia
di Marco Travaglio
La grazia concessa dal presidente Mattarella a Nicole Minetti in gran segreto a febbraio e rivelata ieri dal Fatto e da Mi manda Rai3 dimostra due cose. 1) Per il capo dello Stato basta e avanza un mandato di 7 anni: meglio evitare il secondo. 2) La legge, checché abbiano deciso gli italiani al referendum, non è uguale per tutti. Per i politici (anche defunti) e le loro igieniste dentali che li chiamano “love of my life”, li riforniscono di prostitute, partecipano alle loro orge, poi si fanno eleggere in Regione per accollare il conto ai cittadini e rubano pure rimborsi pubblici per farci pagare le loro spese private, la legge è più uguale. La velina del Quirinale che, appena uscita la notizia, evoca “le gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati” è una toppa peggiore del buco. Sia perché, condannata per favoreggiamento della prostituzione e peculato a 3 anni e 11 mesi, la Minetti sarebbe rimasta a piede libero per la solita barzelletta dei “servizi sociali”, con tutto il tempo per accudire in ospedale il misterioso “stretto familiare minore”. Sia perché, fra le decine di migliaia di condannati in espiazione pena, saranno centinaia quelli con un familiare minore in ospedale: eppure, giustamente, continuano a scontare la propria condanna.
Se poi – ma qui il Colle invoca la privacy che “non consente di rendere noti ulteriori dettagli” – ci fosse di mezzo un figlio adottivo, sarebbe curioso che un minore sia stato dato in adozione a una tizia che partecipava ai bunga-bunga vestita da suora con squillo anche e minorenni. Infine c’è un problemino giuridico: la doppia condanna della Minetti è definitiva dal 2022, ma per tre anni è rimasta sospesa in attesa che a dicembre 2025 il giudice di sorveglianza esaminasse la richiesta di servizi sociali. E anche lì s’è bloccato tutto con la richiesta di grazia, poi accolta dal Colle. Quindi la Minetti non ha ancora scontato un solo giorno di pena. E la Consulta, con la sentenza del 2006 sulla grazia a Bompressi che vedeva il ministro Castelli e il presidente Ciampi l’un contro l’altro armati, ha stabilito che la grazia spetta al capo dello Stato perché non solo deve giungere a debita distanza dalla sentenza definitiva, quando il condannato ha già scontato una congrua parte della pena, per evitare di sconfessare i giudici e di violare il “principio di eguaglianza”. Ma dev’essere anche un atto non “politico”, bensì “eccezionale” e “umanitario”, per “mitigare” e “attenuare l’applicazione della legge penale” quando “confligge col più alto sentimento della giustizia sostanziale”. Ma qui la Minetti non sarebbe finita in carcere, dunque non c’era nulla da mitigare e attenuare. Salvo l’idea abominevole che la legge sia uguale per tutti.
Super partes in che senso?
DI MICHELE SERRA
La crisi isterica di Bruno Vespa con Peppe Provenzano mi è sembrata sincera: questo significa che Bruno Vespa si considera per davvero un giornalista al di sopra delle parti. Mi sono chiesto, dunque, perché non vedo nemmeno un minuto di una sua trasmissione da una trentina d'anni, come minimo (la sfuriata a Provenzano l'ho intercettata in una delle decine di repliche online): forse perché io sono decisamente di parte, e dunque non sopporto quelli super partes come lui?
La risposta non è questa. Vespa, da sempre, non fa parte del mio palinsesto perché è un uomo di potere, abita dentro il potere, parla il linguaggio del potere. Ne è il cerimoniere, l'accompagnatore, l'illustratore (vedi lo show di Berlusconi con il modellino del Ponte sullo Stretto: era il 2001, santiddio, pensa da quanto tempo ci prendono per i fondelli, con il Ponte). Non mi aspetto da lui neppure un grammo di inedito o di inaspettato o di spiazzante. Ultimamente, del potere, Vespa è anche il tour operator, visto che ospita fior di potenti nella sua tenuta di Nonsodove. Alle presentazioni dei suoi libri annuali ci sono sempre o quasi sempre: un cardinale, un politico di destra, un politico di sinistra, l'affresco del consociativismo capitolino.
Curiale e di destra, dicono che ultimamente trascuri la curialità in favore del tifo per la destra — si sa che da vecchi in un certo qual senso si ringiovanisce, perché si perdono i freni inibitori. Non si conoscono frizioni o scontri tra politici di destra e Vespa, che nella Rai melonizzata si trova come un pesce rosso nella sua boccia. Super partes, dunque, che cosa vorrebbe dire, esattamente? Nel mio caso, per esempio, vuol dire vivere lontano dal potere, dunque da Bruno Vespa. Vedi come è relativo, il concetto.
Federico Mollicone, detto dai suoi camerati “Sotto la cravatta nulla”, viene anche lui dalla nidiata della sezione di Colle Oppio, sede di quel seminterrato esistenziale del Movimento sociale che vuole dire fiamma & rancore in purezza. Proprio come la sua amica Giorgia Meloni e il più anziano di loro, Fabio Rampelli, il capo dei cosiddetti Gabbiani, che ancora oggi si sentono figli della Nazione, non della Repubblica, grazie a una spiccata memoria selettiva che tiene insieme l’orbace della tradizione con il suprematismo digitale di nuovo conio, ma sempre passando dalle “Fettuccine di Alfredo”, uno dei loro documentari popolani preferiti.
Cresciuto in quella penombra, oggi Mollicone sta nella piena luce di Presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, con tutte le maiuscole del caso, a spezzare di giorno in giorno, di saga in saga, le catene della odiata egemonia culturale della sinistra. La quale, proprio in queste ore, sta strumentalizzando un inciampo di cui lui non ha colpa, il mancato finanziamento pubblico del docufilm sulla vita e sull’atroce morte di Giulio Regeni, il nostro ricercatore, sequestrato, torturato e ucciso dai Servizi segreti egiziani. Che sarà mai?
Occupato com’era a valorizzare il progetto “Fantastico Medioevo”, e a promuove un “Nuovo immaginario nazionale”, Molli non aveva tempo per dare un’occhiata a Tutto il male del mondo che la commissione ministeriale ha scartato, preferendo finanziare storie meno drammatiche, ma di sicuro per loro più illustri, la biografia di Gigi D’Alessio, la commedia di Pier Francesco Pingitore, quello del Bagaglino, il giallo con Manuela Arcuri, il favoloso film di Giulio Base (un milione e mezzo di euro) per il suo Albatross, incassi al botteghino, 34 mila euro. “Non sapevo del documentario – ha detto Mollicone –. L’ho appreso dai giornali”. Così come ha appreso dai giornali (per smentirlo) l’amichettismo che regola le sue nomine, le sue segnalazioni, nelle più varie istituzioni culturali, dalle fondazioni teatrali alle produzioni Rai, dai festival ai convegni.
Stesso inciampo per il suo camerata maggiore, Alessandro Giuli, addirittura ministro della cultura, detto “L’Elegantone” per via delle basette, dei panciotti con catena e del soprabito in pelle nero-nazi, che a suo tempo s’è infilato nei panni del povero Gennaro Sangiuliano, l’ex ministro dimissionato quando ancora gli sanguinavano il cuore e la cabeza. Anche Giuli, esperto di “pensiero meridiano solare”, sapeva niente del docu su Regeni. Ma si è affrettato a tirarsene fuori: “Non condivido la scelta della commissione, ma non è stata il frutto di una decisione politica”.
Semmai, ha ragionato di rincalzo Molli, è la sinistra che ha scelto la polemica per trarne un frutto politico: “Ho il timore, purtroppo, che tutto questo scandalo sia stato costruito a tavolino”. Per la banale ritorsione di una sinistra “in queste ore colta da crisi isterica” perché vede “sfarinarsi la sua egemonia”.
Ma costruita a tavolino cosa? La storia di Regeni? La composizione della Commissione? La decisione di non finanziare? La circostanza che nessuno ne sapeva nulla? Lo scaricabarile che in piccolissima e miserabile misura replica quello del governo egiziano?
Federico Mollicone non sa, non vede, non c’era. Per la testa ha ben altro: una cultura come perimetro, come spazio nazionale da presidiare. Del resto è camerata romano da quando è nato, nell’anno 1970. L’ha istruito il babbo Nazzareno, classe 1939, dirigente missino, autore del libro-moschetto “L’aquila e la fiamma”, seguace di Pino Rauti, l’ideologo, che ci ha lasciato in eredità l’intera storia della sua organizzazione, Ordine Nuovo, ispirato dal pensiero di Julius Evola, antiliberale, anticomunista, anticapitalista, razzista. Che Rauti maneggiò in modo complementare con la linea in doppiopetto di Giorgio Almirante. Praticando un estremismo antisistema che lo condusse a suo tempo, a essere indagato – e poi assolto – per le stragi fasciste che hanno insanguinato gli Anni Settanta.
Molli studia al liceo linguistico. Poi smette. Le sue sua passione sono la politica e le bretelle. Milita accanto a Gianni Alemanno, marito al quel tempo di Isabella Rauti, figlia in carta carbone del padre. Poi in scia di Giorgia Meloni, quando abbandona Alleanza nazionale. Invece di Tolkien, ogni volta che può cita Nietzsche, “filosofo del futuro” di cui si sente allevo. Partecipa alle associazioni “Fare futuro” e “Fare verde”. Anche se campa scegliendo il mestiere di fare comunicazione e fare marketing.
La svolta nel 2018, e poi nel 2022, quando viene due volte eletto deputato in Fratelli d’Italia. Si fa notare per qualche intervento d’alto valore culturale, come l’assalto e le botte a un deputato dei 5 Stelle, Leonardo Donno, colpevole di voler consegnare in Aula un tricolore al ministro Calderoli, quello del matrimonio druidico e della secessione padana. Donno rimedia 3 giorni di prognosi per pugni e calci. Mollicone 15 giorni di sospensione. Archiviati i quali si impegna in una polemica contro Peppa Pig, il cartone animato, colpevole di veicolare una pericolosa scheggia di “cultura gender”, presentando un personaggio “con due mamme” dunque con il rischio di “indottrinamento dei nostri figli”. I giornali abboccano. Peppa non replica. Molli s’avventura a definire le famiglie omosessuali “illegali in Italia” e la maternità surrogata “un reato peggio della pedofilia”.
Non contento il 2 agosto 2024, anniversario della strage di Bologna del 1980, 85 morti, 216 feriti, s’è spinto a definire le sentenze di Cassazione “un teorema per colpire la destra”. Accompagnando l’iniziativa con una interrogazione al ministro della Giustizia, il magico Carlo Nordio, per “sapere se nello sciame di processi siano state rispettate le garanzie di accusa, difesa e il giusto processo”. Alzando un polverone di polemiche con massima irritazione del Quirinale, dei parenti delle vittime, persino di Giorgia Meloni che avrebbe preferito il silenzio a quella sgangherata difesa degli antichi camerati, Mambro, Fioravanti, Ciavardini, Bellini, meglio sorvolare.
Mollicone quando non deve, non replica. Nel frattempo macina benemerenze. Critica l’uso di parole straniere nei documenti pubblici. E altrettanto l’uso di attori stranieri in ruoli di personaggi italiani, pratica di perfida “appropriazione culturale”. In quanto alla difesa della identità nazionale asseconda l’autorevole Carlo Calenda, il quale ha appena chiesto in parlamento “se il Fatto Quotidiano prenda oppure no i soldi da Putin”. Astuta polemica culturale che Molli da oggi aggiunge a Peppa Pig per il curriculum.
“Per ottenere risultati, affidati a una persona; per non ottenere nulla, crea una commissione”. La frase attribuita al diplomatico americano Chester Bowles è il ritratto perfetto delle commissioni parlamentari italiane, che non hanno quasi mai scoperto nulla, salvo incasinare il poco che già si sapeva. Quindi, se davvero la Meloni vuol ripulire il suo partito dal numero impressionante di big in rapporti col clan Senese fra Roma e Milano, l’ultima cosa da fare è affidare “indagini su tutti i partiti” alla commissione Antimafia della fedelissima presidente Colosimo (che fino al referendum voleva cacciare non i politici collusi, ma gli ex pm Scarpinato e De Raho che li hanno indagati per una vita). Siccome la premier ripete di essere entrata in politica nel 1992 per onorare Paolo Borsellino, si rilegga il discorso tenuto nel 1989 dal grande magistrato all’Istituto “Remondini” di Bassano del Grappa: “L’equivoco su cui spesso si gioca è questo. Si dice: quel politico era vicino al mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l’organizzazione mafiosa, però la magistratura non l’ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. Eh no! Questo discorso non va, perché la magistratura può fare solo un accertamento giudiziale. Può dire: beh ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giudiziaria che mi consente di dire ‘quest’uomo è mafioso’. Però, siccome dall’indagine sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni… dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano reato, ma… rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo ‘schermo’ della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe quantomeno indurre soprattutto i partiti politici… non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al proprio interno di tutti coloro che sono raggiunti da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reato?”.
Quindi non attenda di sapere dai pm se i suoi fratelli d’Italia hanno commesso reati associandosi con uomini dei Senese, o aprendo loro le porte del partito e del Parlamento, o chiedendo aiuto (e quindi voti) in campagna elettorale ed esponendo lei alla figuraccia del selfie. Dica ai probiviri (se ancora esistono) di leggersi le carte e ascoltare gli interessati. Poi, se ritiene di non potersi più fidare, li espella e non li ricandidi. Tutto il resto è noia. E fuffa.
Maledetti infami e, soprattutto, vaffanculo a chi non s’indigna e a chi non grida al genocidio del boia Netanyahu e dei suoi sodali di merda!
Devo trovare un modo, comunità europea, ONU, tribunale internazionale, per non pagare più il canone per questa RAI fascista, il cui simbolo è questo balordo ottantunenne che si permette di zittire un deputato dell’opposizione reo di aver chiesto alla maggioranza “quali riforme avete fatto?” Devo trovare un modo per togliermi la polvere dai calzari e staccarmi dal sepolcro imbiancato della tv di stato, prepotentemente fascista!
Caro Lido,
sono passati ben 35 anni da quando te ne sei andato assieme a tutte le altre vittime della tragedia della Moby Prince a Livorno. Centoquaranta persone morte e non ancora onorate dalla giustizia di questo mondo, insensata, inumana.
Nessun responsabile, nessun colpevole, nessuna pena inflitta, come da canovaccio di questo stato molto abile ad insabbiare, come Ustica insegna.
Resta l'amarezza ed il dolore di coloro, come te, che non ci sono più, restano le lacrime dei parenti, degli amici, di tutti coloro che avete lasciato quaggiù.
Ti sia lievissima sempre la terra Lido!
La giusta distanza
DI MICHELE SERRA
Alla terza lettera di dimissioni dalla commissione del ministero della Cultura che assegna i finanziamenti per il cinema (dopo Mereghetti e Galimberti, anche Vocca) si immagina il dilemma, non trascurabile, che ha preceduto la decisione. È peggio rimanere in siffatta compagnia (ricordiamo che la commissione ha preferito Pingitore a Bertolucci e ha ritenuto indegno di nota il docufilm su Regeni) o è peggio lasciare il posto all'ennesimo pulitore etnico con l'incarico di cancellare dalla faccia della terra tutto ciò che è o sembra "di sinistra"? È peggio rimanere rischiando la complicità, o è peggio la fuga, lasciando campo libero al Minculpop che nelle arti distingue solo lo zelo patriottardo, meglio se maccheronico?
Se rimango, farò la figura del collaborazionista? Se me ne vado, farò la figura dell'anima bella, dell'aventiniano? Se mi trattengo in questa mischia per cercare di salvare il salvabile, non rischio forse di fare la figura della foglia di fico, così che il mio nome serva al governo per dire: "siamo pluralisti, nella commissione c'erano anche Tizio e Caia, che sono di sinistra"?
Dilemma aggravato da un ulteriore scrupolo: saprà qualcosa di cinema, chi mi sostituisce, o è un ulteriore tappabuchi governativo scelto per la fedeltà alla causa, certo non per il curriculum? Alla luce dei fatti, che hanno visto incompetenti promossi per affidabilità politica, e competenti cacciati o silenziati perché "nemici", abbandonare la mia sedia non sarà un dargliela vinta, a questo governo in cerca di regolamenti di conti e vendette?
Fortunato chi, in questo scorcio della nostra storia nazionale, non ha responsabilità pubbliche. E dunque non deve domandarsi qual è la giusta distanza da Roma, intesa ovviamente non come città, ma come distributrice di incarichi, prebende e ristori.
Con una serie di articoli sul New York Times, ripresi da tutti i media del mondo, Jonathan Swan e Maggie Haberman hanno raccontato (o ricostruito) la successione del processo decisionale che ha portato il Presidente Trump a unirsi ad Israele nella guerra contro l’Iran.
Con toni garbati, come si conviene a chi vuole continuare a scrivere di Casa Bianca, i due hanno imbastito una storia molto verosimile anche se non completamente vera e comunque accettabile sia dal presidente sia dai suoi detrattori. La tesi è che Trump non è un pazzo scatenato, un demente in preda a convulsioni e compulsioni criminali, ma un grande uomo lasciato solo al comando. Un uomo in cui i sottoposti confidano perché si affidano alla sua intelligenza e capacità, seguendo la Grande Retorica che vuole il Comandante sempre solo specialmente quando deve decidere della vita e della morte dei suoi uomini. Dei suoi, non degli altri. “Tutti si sono rimessi all’istinto del presidente. Lo avevano visto prendere decisioni audaci, assumersi rischi incalcolabili e, in qualche modo, uscirne vincitore. Nessuno avrebbe osato ostacolarlo in quel momento”.
In una serie di riunioni sulla situazione in Medio Oriente, dopo aver scomodato tre gruppi portaerei e spostato decine di migliaia di uomini dalle loro basi nel mondo e dalle Guardie nazionali in patria, occorreva valutare la raccomandazione di Netanyahu volato appositamente a Washington: “Guerra e subito”. L’amico e alleato Bibi, sostenuto dal Mossad e dai comandanti israeliani in videoconferenza avevano garantito una vittoria facile e decisiva. Trump avrebbe voluto continuare i negoziati, ma il genero Kushner non era d’accordo e si sa anche lui “tiene famiglia”. Gli israeliani erano stati chiari: si doveva e poteva decapitare l’Iran, attivare una rivolta popolare e una invasione curda – già pronte – e cambiare il regime teocratico con uno laico e fantoccio. Era una passeggiata, quattro missili e via. E soprattutto non c’era bisogno di nessun altro: Nazioni Unite, Alleati, Russi, Cinesi e non parliamo degli Europei o della Nato ormai zerbini consumati, tutti affan**. Trump era affascinato, anche se tenuto saldamente per le palle da Netanyahu: finalmente avrebbe fatto qualcosa di concreto, si sarebbe meritato il Nobel per la Guerra che avrebbe istituito e la presidenza a vita del Board of War, già costituito sotto falso nome. La valutazione dell’intelligence statunitense era scettica: gli israeliani erano in grado di decapitare la dirigenza politica, ma il resto era irrealistico. Lo stesso direttore della Cia Ratcliff definì il cambio di regime proposto da Netanyahu “ridicolo”, Rubio da buon diplomatico lo bollò come una “cazzata”, e il Capo degli Stati Maggiori congiunti Dan Caine decisamente critico: “Sono i soliti israeliani, promettono più di quanto possano mantenere e i loro piani fanno acqua. Sanno che senza di noi non riescono a fare nulla e ci mettono sotto pressione”. Il generale accennò al depauperamento dell’arsenale militare, al blocco di Hormuz e altre frattaglie, ma non si oppose. Non era il solo: Rubio nonostante la lucida e forbita analisi delle proposte israeliane non se la sentì di prendere una posizione chiara. Il vice Vance era contrario e indicò tutti i difetti dell’operazione: il caos regionale, la perdita delle alleanze arabe, la reazione militare iraniana, la perdita di tutte le scorte strategiche di materiali, il blocco di Hormuz, le conseguenze sull’economia interna e sull’elettorato Maga, ma alla fine disse: “Secondo me è una pessima idea ma se vuoi farlo ti sosterrò”. Poteva sembrare una comoda posizione da fedele subordinato, ma essendo il vicepresidente Usa e conoscendo il 25° Emendamento poteva anche essere la disponibilità ad assumersi le sue responsabilità: in caso di impeachment del presidente a causa della guerra, della crisi economica e del caso Epstein o di qualsiasi altro motivo, lui sarebbe stato il successore legale per almeno un anno con la quasi certezza di vincere le elezioni successive proprio grazie a quella “pessima idea”, come già accaduto negli Usa. Nelle ultime riunioni, di fronte a un presidente meditabondo, non furono più sentiti il segretario al Tesoro, quello all’Energia e la direttrice della National intelligence. Tutta gente che non capiva niente della materia in discussione che ovviamente non comportava né informazioni accurate, né previsioni sulle criticità finanziarie e energetiche. Trump era rimasto solo come aveva voluto rimanere. Alla fine è rimasto con sé stesso, circondato da altri se stessi, felice e soddisfatto di una decisione che aveva già preso tanto tempo prima con lo stesso Netanyahu grazie alla comune ossessione per l’Iran, mania di grandezza e istinti.
La ricostruzione di Swan e Haberman non è solo il ritratto di un presidente che agisce d’istinto, è il ritratto di famiglia di un gruppo di potere incapace di discernere tra interesse personale del presidente e quelli dell’intera nazione.
Se il “quadretto” di come è iniziata la guerra è avvilente, quello che riguarda la tregua e la quasi certa prosecuzione della guerra diventa catastrofico. Gli Stati Uniti non stanno trattando, stanno traccheggiando per riprendere fiato e spostare armi e uomini da un teatro operativo all’altro. Sanno già di non avere i mezzi per sostenere un altro teatro di operazioni ovunque nel mondo. E la guerra in Ucraina non è finita, il Medio Oriente è in fiamme, l’Artico, il Pacifico e il Sud America sono ad alto rischio e gli stretti di Hormuz, Suez, Malacca, Taiwan, Panama sono tutte presidiate da forze americane con sempre minore autonomia logistica e quindi strategica. Le basi dovevano essere gli avamposti della proiezione di potenza e sono diventate le retrovie incapaci di sostenerla. Ogni forza spostata, ogni sistema venduto lascia un vuoto pericoloso. La tregua è una farsa a conclusione di una tragedia. Ciò che si vuole è l’umiliazione senza aver conseguito la vittoria. L’umiliazione è già un attacco alle fondamenta di una civiltà. Anche questa idea dell’estinzione della civiltà altrui per mezzo della eliminazione di massa delle persone che la rappresentano è incompatibile con l’iniziativa di tregua. Ed è difficile che sia un’idea degli americani. Non che non siano capaci di efferatezze. Tymoshenko, Poroshenko, Zelensky e i burocrati europei lo usano contro i russi, i nazisti contro gli ebrei, i giapponesi contro i cinesi. Tuttavia, nel caso iraniano è stato evocato l’annichilimento nucleare e la minaccia più concreta di questo tipo può venire soltanto da una potenza minore che fruisca dell’ombrello strategico di una maggiore che impedisca la ritorsione. In questa situazione si trova solo Israele che ha ordigni nucleari, capacità e volontà d’impiegarli ed è coperta dalla capacità strategica globale degli Usa. Di fatto, una tregua che non comprenda Israele e ciò che sta facendo in Libano e altrove non è tregua: è mano libera e sostegno al massacro che l’Iran non vuole o può accettare. Israele punta su questo per costringere gli americani a non concedere nulla e continuare la guerra. E anche se gli Usa uscissero formalmente dal conflitto, Israele pretenderebbe armi, soldi, intelligence e logistica per proseguirlo. Israele sa che Trump e tutta la sua corte non possono negare questo contributo. E Trump sa perché. Anche l’Europa è sotto ricatto e attribuire la crisi globale all’Iran è falso ma più semplice che attribuirla agli Usa. Israele sa che la strigliata di Trump al segretario generale della Nato Mark Rutte porterà all’intervento europeo nel conflitto. In un modo qualsiasi, ma comunque ipocrita. Rutte ha dovuto subire l’umiliazione di andare a giustificarsi per non aver appoggiato l’aggressione all’Iran. Una umiliazione che dovrà girare a tutti quei paesi membri che lo hanno incaricato di farlo, in ginocchio. Gli Usa rimarranno nella Nato non per dare sicurezza ma per riscuotere ciò che dicono di aver dato all’Europa dal 1945 in poi. Dovremo pagare in soldoni, sacrifici, recessione e dignità per un debito che non abbiamo mai contratto. Nessun seguace di Trump ha mai tenuto il conto di quanto l’Europa in silenzio ha dato agli Usa in tutto il secolo scorso. Nessun seguace di Netanyahu sa quanto è costato e costa all’Europa il sostegno o soltanto il silenzio sui crimini del suo governo. E nessun europeo è consapevole di quanto tali silenzi siano umilianti.
Tutti a preoccuparsi dello Stretto di Hormuz, di quel trascurabile braccio di mare tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman in cui le petroliere col greggio a bordo sono paralizzate da 40 giorni dalla tensione geopolitica dopo l’attacco american-israeliano all’Iran.
Tutti ridicolmente in apprensione, come se i problemi in mare fossero solo quelli.
Poi, per fortuna, dopo settimane di vacue discussioni su questo inutile collo di bottiglia marittimo, il giornalismo d’assalto ha finalmente spostato l’attenzione su un altro pezzo di mare strategico, nonché sulle vere vittime della situazione: i surfisti israeliani.
L’agenzia Ansa e quasi tutte le testate nazionali hanno rilanciato le commoventi interviste ai surfisti di Tel Aviv, con testimonianze drammatiche su come sia diventato stressante surfare sulle onde, col fastidio dell’orologio munito di allarme-bomba che può suonare proprio mentre si sta per cavalcare l’onda perfetta. “Fare surf in tempo di guerra non è come farlo in tempi normali, sei sempre in allerta ma il surf lo abbiamo nel sangue!”, “È la nostra terapia!”, dicono i poveri surfisti intervistati, freschi di abbronzatura e con la tavola sotto braccio. Una terribile agonia.
Ed è giusto che il giornalismo tenti di farci empatizzare con i surfisti israeliani all’indomani della carneficina di Beirut, con oltre 200 persone uccise a seguito dei raid israeliani. Lì, purtroppo, che stessero surfando o cenando a casa, i libanesi non possedevano gli orologi anti-bombe. Al massimo, da quelle parti, suonano i cerca-persone e di solito non è un preavviso: si salta direttamente in aria. Sono le delicate accortezze dell’intelligence israeliana che evita il fastidio di dover correre fuori da casa o dall’acqua e mettersi al riparo, magari con la muta bagnata, col rischio di prendersi pure un raffreddore.
Va ancora meglio ai gazawi, che in mare non possono neppure entrare per nuotare, navigare e pescare, così da evitare il famoso “effetto Marò”. Poi dicono che gli israeliani non proteggono i civili. Anzi, ci pensano così tanto che fanno fuori pure quelli che potrebbero radicalizzare i surfisti e spingerli a cavalcare le onde nonostante il divieto, per cui un anno fa, nel dubbio, l’Idf ha ammazzato Ahmed Abu Hassira, uno dei primi palestinesi a introdurre il surf a Gaza. Non stava surfando, ma non si sa mai.
Corriere:: “Il regime degli ayatollah è fallito da tempo… In piazza c’è chi inneggia alla monarchia e al ritorno del figlio del Pahlavi” (Polito, 12.1).
Repubblica: “Bazyar: ‘La rivoluzione ci sarà, il sistema non regge più’” (16.1). “Ebadi: ‘Per liberarci l’intervento straniero è indispensabile’” (11.3).
Stampa: “Iran, la stretta degli Usa. Pahlavi scende in campo: ‘Il cambiamento sono io’” (17.1). “Dall’Iran libero benefici alla crescita” (Cottarelli, 1.3). “Azione coordinata per far cadere la Repubblica islamica” (Stefanini, 1.3). “’Teheran non ha quasi più lanciamissili’” (3.3). “La guerra Usa al regime è giusta, ma ora devono andare fino in fondo” (B.H. Lévy, 8.3).
Messaggero: “Teocrazia sempre più isolata. Un tracollo di Khamenei porterebbe la libertà a milioni di persone” (Campi,12.1).
Giornale: “Arrivano i nostri”, “Meno male che Trump c’è” (Cerno, 14.1). “La forza non ci piace, ma è l’unica via” (Minzolini, 1.3). “Liberi dal male”, “Lo stop al petrolio ridimensiona la Cina”(1.3).
Libero: “La spallata che serve per far cadere la Repubblica islamica” (12.1). “Cercasi Flotilla in rotta sull’Iran” (Sechi, 12.1). “Finalmente!” (1.3). “Hormuz chiuso per mancanza di assicurazioni. Ma ora ci pensa Donald…” (Dragoni, 5.3). “Petrolio e gas in netta discesa. Panico sui mercati già finito” (5.3). “Contro le armi di Israele, l’Iran è una tigre di carta” (21.3). “Il fantasma di Khamenei simbolo della sconfitta” (24.3). “’Teheran è crollata per il 70% e gli arabi stanno con Israele’” (31.3). “Con la sconfitta di Teheran tornerà anche il petrolio” (2.4).
Foglio: “Il regime iraniano si sta consumando” (9.1). “Sognare il regime change” (rag. Claudio Cerasa, 9.1). “Esportare la libertà a Teheran” (15.1). “Il ruggito di Israele per il regime change: è guerra preventiva” (1.3). “Non c’è momento più propizio per far cadere un regime” (2.3). “Essere antifascisti oggi significa augurarsi un Iran libero” (4.3). “Nel Golfo tutti d’accordo: la fine del regime apre una nuova èra” (5.3). “Sostenere il partito della resa incondizionata. In una settimana Israele e Usa hanno quasi raggiunto gli obiettivi militari” (7.3). “Ci sono più Ferrari a Teheran che a Roma. Il regime è finito” (12.3).
Riformista: “Spallata finale. ‘Regime al collasso, Israele darà il colpo di grazia’” (9.1). “Teheran, stiamo arrivando”, “Make Iran Great Again” (14.1). “Nirenstein: ‘Restaurazione della monarchia? Reza III si presenta come figura unitaria, può aprire la via alla democrazia” (14.1). “Fate presto” (15.1). “L’Asse del Bene” (3.3). “Una nuova primavera a Teheran” (Vernetti, 5.3). “La guerra di liberazione dell’Iran” (5.3). “I benefici infiniti della rimozione di un regime” (Marattin, 11.3).
E pazienza, dài, è andata così.
Al giovedì stando con mammà ho la sfortuna di guardare la tv pomeridiana, che definirei, senza ombra d’errore, Tele Rutto. A cominciare da La Volta Buona con la Balivo. Verso le 14, per un’ora c’è stata un’incensazione assurda del Ritocco, con la presenza di bambolotte in pvc, alcune senza più punte di naso, per errori chirurgici, altre devote del botulino, assurto a normalità, altre desiderose di altre correzioni, e per finire un imbecille che per limare un impercettibile gonfiore zona addominale, si è dovuto sottoporre ad altri interventi per sette, dicasi sette, anni.
Ora il problema non è ascoltare forzatamente questi idioti da ultra sessantenne. Il pensiero va alle menti giovani alle quali arriva via etere questa normalità subdola del ricorso al chirurgo quale scelta saggia di vita. C’era anche in studio una pseudo attricetta reduce da due interventi accolta come eroina, con un sorriso demente perpetuo che probabilmente non potrà spegnere neppure ad un funerale. Sia chiaro: se uno a quaranta, cinquanta vuol farsi un ritocco sono caxxi suoi, ci mancherebbe. Inculcare ad ipotetici giovanissimi questa aria di normalità è da sciacalli. E gli paghiamo pure il canone!
La distruzione dell'altro
DI MICHELE SERRA
Nel frattempo Israele azzanna il Libano, spara ai caschi blu, identifica la soluzione dei suoi problemi con la distruzione di insediamenti umani classificati "Hezbollah" per comodità logistica, diciamo così: per essere sicuro di colpire il mio nemico, distruggo tutto ciò che gli sta attorno. Come se qualcuno, per eliminare la camorra (sempre ammesso che i camorristi siano degni solamente di morire ammazzati), radesse al suolo Napoli. E nella sua mappa mentale cancellasse il nome "Napoli" e scrivesse "Camorra", così se qualcuno lo accusa di avere distrutto Napoli, lui può rispondere: "Ma no, ho distrutto Camorra". È già accaduto a Gaza, è venuto il momento di chiedersi se il Libano non rischi di diventare la fase due di quella carneficina.
La trasformazione degli esseri umani e delle popolazioni civili in bersaglio bellico prevede la loro de-classificazione su basi ideologiche o religiose o semplicemente antropologiche: nemici, infedeli, comunque "altri", e in quanto tali meno umani, meno "noi", meno depositari di una identità riconoscibile e di diritti identici ai nostri. Civiltà da distruggere in una notte, ha detto Trump, ma la parola «civiltà» dev'essergli scappata. Non è da lui ammettere che ne esista qualcuna, al di fuori di Mar-a-Lago.
Parla chiaro l'atto razzista con il quale il governo israeliano ha stabilito che, a parità di delitto, la pena di morte vale solo per i nemici di Israele (in pratica: per i palestinesi). Un passo deciso contro l'universalità della condizione umana e il concetto stesso di uguaglianza. Ci sono uomini di serie A, uomini di serie B. Che a pensarlo siano alcuni discendenti di chi subì la Shoah, è una delle notizie più terribili e tristi di questo nuovo secolo. Si fatica a crederlo. Eppure.
Il 31 marzo, il ministro della Difesa Israel Katz ha chiarito che Israele stabilirà e manterrà il controllo di una “zona di sicurezza” sull’intera aerea situata a sud del fiume Litani, – corrispondente al 10 per cento del territorio nazionale del Libano – emanando al contempo ordini di evacuazione per spingere la popolazione a nord del fiume Zahrani, posto a circa 15 chilometri a nord del Litani.
Ha inoltre sottolineato che tutte le abitazioni nei villaggi libanesi vicini al confine israeliano saranno demolite, come sta già avvenendo a Naqura, Taybeh e in numerosi altri villaggi, alcuni dei quali colpiti con munizioni al fosforo bianco e bombe a grappolo.
Settantotto anni prima, quando il Libano poteva contare sull’esercito più esiguo tra tutti gli Stati arabi, il villaggio di Hula, situato sulla sponda meridionale del fiume Litani, fu teatro di un efferato massacro. Venne conquistato dall’esercito israeliano senza incontrare alcuna resistenza. Quaranta persone indifese furono falciate dalle mitragliatrici in un edificio fatto saltare in aria sopra le loro teste. Il principale responsabile di quell’eccidio, Shmuel Lahis, ricevette un’amnistia presidenziale e in seguito venne promosso al ruolo di direttore generale dell’Agenzia ebraica.
Diversi altri villaggi, tra cui Qadas e Saliha, adiacenti al confine libanese, furono teatro di massacri e deportazioni simili. Larga parte dell’attuale composizione demografica del Libano meridionale non può essere compresa senza fare luce sulle dinamiche legate al 1948. In altre parole, ciò che oggi stanno vivendo un milione di sfollati libanesi – a cui vanno aggiunti almeno 30mila israeliani – va in larga parte ricondotto a una serie di cicatrici e strategie geopolitiche che molti ignorano, o preferiscono dimenticare.
Basti qui ricordare che nel 1919, durante la Conferenza di Parigi, dove le potenze vincitrici stabilirono i termini di pace dopo la fine della Prima guerra mondiale, una delegazione dell’Organizzazione sionista mondiale guidata da Chaim Weizmann presentò un memorandum nel quale veniva rivendicato uno Stato ebraico esteso fino al fiume Litani (in aggiunta al Sinai e molto altro). Un anno prima (1918), Yitzhak Ben-Zvi e il futuro primo ministro dello Stato di Israele, David Ben-Gurion, pubblicarono un libro intitolato La terra d’Israele, nel quale i due autori descrivevano “il nostro paese” come esteso dal fiume Litani al Golfo di Aqaba (odierna Eilat).
Non c’è dubbio che negli ultimi decenni Hezbollah abbia lanciato razzi, droni e missili anticarro dal Libano meridionale verso il nord di Israele, in particolare a partire dall’8 ottobre 2023. Hezbollah ha una documentata storia di attacchi (anche) contro obiettivi civili, compiuti con vari mezzi.
I dati disponibili restituiscono però un quadro almeno in parte diverso rispetto a quello sovente presentato su numerosi media (principalmente occidentali). Tra il 2007 e il 2022, Air Pressure ha documentato 22.355 violazioni illegali dello spazio aereo libanese da parte delle forze israeliane. Per quanto riguarda il periodo dal 7 ottobre 2023 in poi, la rete televisiva britannica Channel 4 ha documentato che gli attacchi israeliani in Libano (un paese che da anni registra il più rapido aumento al mondo di nuovi casi di cancro e decessi correlati al cancro) hanno superato quelli di Hezbollah con un rapporto di 5 a 1. Ultimo ma non meno importante, la Forza di Interposizione delle Nazioni Unite in Libano (Unifil) ha documentato, dall’accordo di cessate il fuoco del 27 novembre 2024, quasi 7.800 violazioni israeliane dello spazio aereo libanese, con rapporti che indicano oltre 10.000 violazioni alla fine del 2025.
Alla luce di questi e diversi altri dati e considerazioni, appare evidente che non pochi attori in questa regione avvertano altri come una minaccia. Israele, l’Iran e numerose altre entità statali e non statali sono percepite e vissute in tale modo da un ampio numero di popolazioni e paesi limitrofi. Ma questo non è un motivo sufficiente per normalizzare la decisione di uno Stato di bombardare il territorio di un altro (spesso prendendo di mira ospedali e infrastrutture civili), tantomeno se ciò avviene senza alcun coinvolgimento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Unsc).
Alcuni ritengono che, affinché Israele si senta “al sicuro”, ogni Stato sovrano confinante con Israele debba limitare le proprie capacità difensive e distruggere o ridurre le proprie industrie militari. Questo privilegio è concesso a un solo Paese a livello mondiale, ironicamente proprio quello che sta imponendo (a milioni di civili in Cisgiordania) la più lunga occupazione militare della storia moderna e contemporanea, nonché lo stesso che, solo nell’ultimo anno, ha effettuato pesanti bombardamenti su sette entità geografiche e sovrane.
Occorre precisare che tanto Hezbollah quanto l’Iran sono considerati dagli Stati Uniti e da Israele come i principali ostacoli alla realizzazione della visione di Trump e dei suoi alleati per il Medio Oriente. D’altro canto, il disarmo di Hezbollah è avvertito dalla sua base sociale come una minaccia esistenziale all’autonomia comunitaria che gli sciiti hanno costruito nel corso dei decenni.
Ciò appare ancora più significativo se si tiene a mente un altro aspetto raramente menzionato: quando nel 1982 l’allora ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon invase il Libano, le sue truppe dovettero attraversare la parte meridionale del Paese e vennero accolte dalla popolazione locale, a chiara prevalenza sciita, in modo assai favorevole. Erano infatti percepiti alla stregua di “liberatori” impegnati, tra gli altri obiettivi, a contrastare l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), accusata di aver trasformato l’intera area in una sorta di “Stato nello Stato”.
Nelle parole di Uri Avnery, un protagonista di quei giorni, “gli sciiti impiegarono poche settimane per comprendere che Israele non aveva alcuna intenzione di lasciare l’area (ci rimasero 18 anni). Fu proprio allora, per la prima volta nella loro storia, che decisero di ribellarsi” e organizzarsi.
Sembra ieri che, grazie ai bombardamenti american-israeliani, l’Iran era lì lì per diventare il paradiso terrestre: regime change, mullah e pasdaràn morti o in galera o convertiti al cristianesimo e/o all’ebraismo, abolizione dell’Islam, governo liberaldemocratico col figlio dello Scià o qualcun altro scelto da Trump e/o Netanyahu, addio arricchimento dell’uranio, oppositori in trionfo, ragazze truccatissime coi capelli al vento, petrolio gratis e chiù pilu per tutti. Il Battaglione Bibi, sparso fra i media, la destra propriamente detta e la sinistra di destra (i “riformisti”) non avevano dubbi: sì, vabbè, qualche migliaio di innocenti sarebbero morti ammazzati, ma non era il caso di sottilizzare. Ora, ove mai reggesse la tregua dopo i 38 giorni della guerra più pazza del mondo, il bilancio è più che lusinghiero. Hormuz, prima gratis per tutti, viene riaperto solo a chi paga il pizzo all’Iran, che ne diventa padrone. Il regime è più forte di prima, avendo resistito al peggior attacco da 40 anni, con Khamenei jr. (più oltranzista e incazzato) al posto di Khamenei sr. (un po’ meno). E se nel 2003 l’anziano ayatollah scomunicava con la fatwa le armi nucleari, ora nessun iraniano oserà più negare che l’atomica sia l’unico deterrente contro altre aggressioni. Giovani e donne che manifestavano contro il regime, illusi da Trump col famoso “resistete, stiamo arrivando”, si ritrovano in balia di una repressione ancor più dura.
In sintesi: gli Usa hanno perso la guerra, come tutte le altre dal 1946. E anche la faccia: nessuno negozierà più con chi bombarda l’interlocutore con cui sta trattando; nessuno si fiderà più di parole retrattili che non valgono nulla (diversamente da quelle di Xi Jinping e Putin, che parlano poco, ma poi mantengono). Il 27 febbraio, alla vigilia dell’attacco, il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, mediatore nei negoziati insieme ai trumpiani Witkoff e Kushner, dichiarò alla Cbs che l’Iran aveva fornito “piena disponibilità allo stoccaggio zero dell’uranio arricchito”, accettato ispettori Aiea e supervisori Usa (mentre Israele ha sempre rifiutato ispezioni ai propri siti nucleari) e perfino un’intesa sui missili da negoziare con gli Stati del Golfo: insomma “era pronto un accordo molto più avanzato di quello negoziato da Obama”. Ora invece l’Iran proseguirà coi suoi piani nucleari e ha mostrato una disponibilità di missili molto superiore alle stime delle disastrose intelligence di Usa e Israele, sforacchiando l’Iron Dome di Bibi e smascherando le ridotte scorte missilistiche dei due nemici. Ci sarebbero poi le comparse: la Meloni che “non condanna e non condivide” e la Von der Leyen che dice “grazie al Pakistan per la sua mediazione”. Ma della servitù parliamo magari un’altra volta.