mercoledì 7 gennaio 2026

L’Amaca

 L'impunità di gregge 

di Michele Serra 

Si immagina l’esitazione di Brigitte Macron prima di portare in tribunale i gaglioffi che hanno alimentato sui social la diceria, puramente inventata, sul suo essere un maschio che ha cambiato genere. Il dubbio è sempre che la querela dia una visibilità immeritata a chi diffonde il falso, e che sia meglio lasciar correre, come acqua di fogna, quel genere di frottole infette.

Brigitte Macron ha seguito la via opposta e ha preteso giustizia, ottenendola. Un buon esempio per chi dispera che nella comunicazione social sia possibile ristabilire un’etica anche minima, fondata per prima cosa su un altrettanto minimo dovere di verosimiglianza. Questo dovere civico — la verosimiglianza di quello che si dice pubblicamente — è poco rispettato non solo sui social: la lingua biforcuta di molti politici e la sciatteria di molti media sono una lesione della realtà altrettanto grave. Ma la capillarità dei social, la loro gratuità, l’idea (insensata) che in quella sterminata folla l’anonimato sia una condizione “normale”, e se non si è anonimi ci si sente comunque protetti da una sorta di impunità di gregge confusa con la libertà di parola, beh sono tutte novità di questa epoca con le quali stiamo finalmente cominciando, seppure con notevole ritardo, a fare i conti.

No, non si può dire ciò che vogliamo su chiunque, se le nostre parole alterano o sfigurano le vite degli altri. Il giudizio, anche il più duro e negativo, è un segno di libertà, il pregiudizio è un segno di oppressione. Chi non ama o non apprezza Brigitte Macron ha il pieno diritto di dirlo; non ha il diritto di farlo con la frode. Il complottismo non è solo e non è tanto un metodo paranoico di guardare il mondo. È un furto di verità, una compromissione grave del dibattito pubblico. Non va dimenticato che colpisce e danneggia non solo i suoi bersagli, ma anche i suoi fruitori, quasi sempre tra i meno istruiti, i meno informati, i più suggestionabili.

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