Già allora, nella Russia di Dostoevskij, emergeva questa mostruosa tagliola sanitaria.
Il’juša sta morendo, ha bisogno di cure, ma la fine è vicina. Entra il “dottorone”, pagato da qualcun altro, nauseato dalla miseria della modestissima casa del ragazzo in agonia. Ed è impossibile non pensare che, pur dopo tanti anni, la situazione resti la stessa: chi è agiato può curarsi, gli altri no.
Quando al padre viene proposta Siracusa, per il suo clima favorevole alla tisi, egli allarga disperato le braccia e dice al medico:
«Ma voi avete visto come siamo ridotti?»
In quella frase c’è l’intera impotenza della maggioranza dell’umanità davanti a cure costose, tecnicamente esistenti ma socialmente irraggiungibili.
Questo pallino blu sperduto nel nero glaciale dell’universo continua a subire angherie e soprusi prodotti dalla disparità sociale, da una forbice che genera caste chiuse, inaccessibili.
È uno dei mali atavici che ci portiamo dietro da secoli, senza veri progressi morali. E c’è persino chi sogna una sanità privata, cioè un ulteriore peggioramento della cloaca degenerativa in cui siamo piombati per scelte scellerate, figlie di ambizione e perfidia.
Se fossimo progrediti nella sanità come siamo progrediti nella guerra, oggi vivremmo immensamente meglio.
E se pensare che tutta la sanità debba essere alla portata di tutti è considerato un discorso comunista, allora sì: lo confermo senza remore — sono comunista.
«Pre-pa-ra-te-vi a tutto», rispose il dottore incisivamente,
scandendo ogni sillaba e, abbassando lo sguardo, fece per oltrepassare la
soglia verso la carrozza. «Vostra eccellenza, per l’amor del cielo!», lo
trattenne ancora una volta il capitano. «Vostra eccellenza!... Allora niente,
proprio niente potrà salvarlo adesso?» «Non è da me che di-pen-de», rispose il
dottore spazientito. «Tuttavia, hmmm...», e si fermò all’improvviso, «ma se voi
poteste, per esempio... man-da-re il vostro paziente... immediatamente e senza
indugio» (il dottore pronunciò le parole “immediatamente e senza indugio” non
tanto con severità, quanto con ira, tanto che il capitano ebbe un sussulto) «a
Si-ra-cu-sa, allora... in conseguenza delle nuove e migliori condizioni
me-teo-ro-lo-gi-che... potrebbe forse ve-ri-fi-car-si...» «A Siracusa!», gridò
il capitano come se ancora non capisse più nulla. «Siracusa si trova in
Sicilia», tagliò corto ad alta voce Kolja per chiarire. Il dottore lo guardò.
«In Sicilia! Batjuška, vostra eccellenza», il capitano era smarrito, «ma voi
avete visto!» E allargò tutte e due le braccia per indicare le condizioni in
cui viveva. «E la mammina e la famiglia?» «N-no, la famiglia non in Sicilia, la
vostra famiglia sul Caucaso agli inizi della primavera... vostra figlia sul
Cau-ca-so, quanto a vostra moglie... dopo un ciclo di acque termali, sempre nel
Caucaso, per via dei suoi reumatismi... occorrerebbe mandarla subito dopo a
Parigi dallo psi-chia-tra Le-pel-le-tier, vi potrei dare un bigliettino da
consegnargli e allora... forse... potrebbe verificarsi...» «Dottore, dottore!
Ma non vedete!», agitò un’altra volta le mani il capitano, indicando disperato
le spoglie pareti di assi dell’andito.
«Questo poi non mi riguarda», sorrise il dottore, «ho riferito soltanto quello che poteva rispondere la scien-za alla vostra domanda sugli estremi rimedi, quanto al resto... purtroppo non mi...»
Fëdor Michajlovič Dostoevskij. I fratelli Karamazov
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