Quei fantozziani lecchini a Davos
Appollaiato di traverso, incurvato quasi ad angolo retto, trasudante soggezione e ossequio mentre l’altro non lo degna neppure di uno sguardo, con l’occhio fisso e onnisciente di una divinità. Nell’osservare in tv la postura a tappetino di Mark Rutte al cospetto dell’egolatria boriosa di Donald Trump sorge un’elementare domanda: perché mai il presidente degli Stati Uniti non dovrebbe trattarlo come una pezza da piedi? Quando da quel buffo signore che ricopre pur sempre l’incarico di segretario della Nato, non di una confraternita dedita all’autoflagellazione, il ciuffo arancione viene accuratamente umettato e celebrato (“Ciò che hai realizzato oggi in Siria è incredibile, userò i miei impegni mediatici a Davos per mettere in luce il tuo lavoro lì, a Gaza e in Ucraina”, slurp), quale considerazione il tycoon potrà mai avere dei partner europei che si fanno rappresentare da una sì ridicola marionetta? Il format dei sottomessi prevede alcune varianti. Quella del “qui lo dico e qui lo nego”, in puro stile Emmanuel Macron che, opportunamente occhialato, in pubblico dà del bullo a Trump mentre in privato si illumina di incenso: “Amico mio, siamo totalmente allineati sulla Siria. Possiamo fare grandi cose sull’Iran”, doppio slurp). In coda alla sviolinata la domandina sottovoce (“Non capisco cosa tu stia facendo sulla Groenlandia”), che si vorrebbe ammorbidita dalla vasellina di cui sopra. Abbiamo poi il salamelecco a futura memoria modello Meloni: “my darling”, purtroppo non posso entrare nel tuo strepitoso “board” causa fastidioso intralcio costituzionale ma speriamo che ti diano il Nobel.
Chi considera Trump il peggio del peggio che poteva capitare agli americani, che tuttavia lo hanno fortemente voluto per la seconda volta alla Casa Bianca, dovrà interrogarsi sulla sindrome da servitù che dilaga nei consessi internazionali. Con poche reazioni degne di questo nome, a cominciare e per finire dalla battutona del primo ministro canadese Carney (“Se non siedi al tavolo dei potenti sei nel menu”), celebrata come memorabile dal virilissimo consesso. Nel frattempo i Fantozzi di Davos gonfiavano il petto al cospetto dell’ardimentoso “buuu” di Al Gore e della fuga di pochi altri eroi stanchi di prendere ceffoni dal Segretario americano al commercio, Howard Lutnick. Visto l’andazzo ci permettiamo di suggerire ai sottomessi poche altre regolette di sopravvivenza, tratte da un classico del genere: “Le 48 leggi del potere” di Robert Green. L’adulazione manifesta può essere efficace ma ha i suoi limiti, se troppo diretta e ovvia sarà malvista dagli altri che si produrranno in adulazioni ancora più sperticate. Se si è più intelligenti del proprio capo, bisogna cercare di apparire all’opposto, facendolo sentire più intelligente (questa è facile). Se le vostre idee sono più creative di quelle del vostro capo non dovete esitare ad attribuirgliele il più pubblicamente possibile, facendogli sentire il vostro parere solo una ripetizione del suo giudizio. Frenate l’umorismo e trovate il modo di rendere il capo il vero autore del buonumore e delle migliori battute del momento (roba vecchia stile Berlusconi). Ma, soprattutto, il capo deve apparire come un sole verso il quale i presenti si rivolgono, che irradia potere e splendore (forse per questo Macron indossava occhiali specchiati da 659 euro). Perché è lui, the Donald, il centro dell’attenzione (ma su questo punto i sottoposti europei sembrano ferratissimi).
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