mercoledì 11 giugno 2025

L'Amaca

 

Battersi su un ring vuoto
di MICHELE SERRA
Referendum, in Italia, è una parola che nasce importante (il 2 giugno 1946), conosce un picco di gloria negli anni Settanta del secolo scorso (legalizzazione del divorzio, 1974, e dell’interruzione della gravidanza, 1981) e muore trascurabile, dopo una deprimente stagione di impotenza.
Non ricordo da quanti anni se ne sconsiglia l’uso per la più evidente delle ragioni: negli ultimi trent’anni nessun referendum tranne uno (quello sull’acqua pubblica del 2011, e i tre apparentati) ha raggiunto il quorum. Per rendere più esplicito il quadro va aggiunto che nemmeno le elezioni europee del 2024 hanno “raggiunto il quorum”, avendo registrato un’affluenza sotto il 50 per cento.
Come si poteva sperare, dunque, di arrivare al quorum con cinque referendum osteggiati o snobbati, già in partenza, da metà della politica italiana e di conseguenza da metà dell’elettorato?
In verità, nessuno lo sperava: neppure i promotori, che sapevano benissimo che i cinque referendum avrebbero avuto una funzione puramente dimostrativa.
Dimostrare che un pezzo consistente di opinione pubblica (chi scrive tra questi) è favorevole a politiche più inclusive con gli immigrati regolari; e a tutele più rigorose per i lavoratori salariati.
Ma questo già lo si sapeva. Bastava, grosso modo, sommare i voti dei partiti di opposizione per constatare che un’opposizione, per l’appunto, esiste, e può contare su molti milioni di voti. Perché dunque trasformare una certezza (l’esistenza di un’opposizione numerosa) in una inutile sconfitta? Speriamo sia questa la domanda che si pongono, in queste ore, gli oppositori.
Faticare e lavorare per nulla non è consigliabile. Battersi a vuoto, su un ring deserto, serve magari a sentirsi combattivi, non a vincere qualcosa.

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